Deputati «furbetti» del bonus: perché la privacy non c’entra

10 Agosto 2020 | Autore:
Deputati «furbetti» del bonus: perché la privacy non c’entra

L’Inps non rivela i nomi per la tutela della riservatezza. Ma questo diritto non è applicabile, trattandosi di parlamentari e di erogazioni pubbliche.

In Italia, molto spesso il diritto alla privacy viene invocato a sproposito. Dietro uno schermo di pretesa riservatezza, volta a proteggere i dati personali, si tende a coprire l’attribuzione agli interessati di comportamenti riprovevoli anche quando non ci sarebbero valide ragioni per farlo.

Così la notizia riporta il fatto, ma senza i nomi dei responsabili; almeno fino a quando qualcuno si prende la briga di rivelarli pubblicamente, nel qual caso quella dichiarazione diventa anch’essa una notizia e dunque è pubblicabile. Altrimenti, come sta accadendo oggi, c’è il “cosa” è successo ma manca il “chi” ha compiuto le azioni: tutta Italia si sta chiedendo chi sono i deputati  «furbetti», quei cinque che a quanto pare hanno richiesto e ricevuto il bonus Covid, nonostante i loro lauti stipendi da oltre 12mila euro mensili.

«I parlamentari che hanno preso il bonus rinuncino alla privacy, i cittadini hanno diritto di sapere», dicono oggi in coro i politici di tutti gli schieramenti.  Molti esponenti e leader dei partiti aggiungono: «l’Inps tiri fuori i dati», coinvolgendo l’istituto di previdenza che, con il suo servizio antifrode, ha scovato i 5 deputati “furbetti” (ed anche circa 2mila amministratori locali) che hanno percepito l’indennità stabilita dal Dl Rilancio per le partite Iva colpite dalla crisi dell’emergenza Coronavirus.

L’Inps ha scoperto i fatti accaduti ma non ha rivelato i nomi trincerandosi dietro a queste non meglio precisate ragioni di privacy. La preoccupazione è comprensibile, ma, come ora vedremo, il diritto alla riservatezza dei dati personali in questo caso c’entra poco o nulla. O meglio, non può valere per la categoria interessata, quella dei parlamentari, e neppure per il tipo di sussidio pubblico richiesto.

Innanzitutto, si tratta di rappresentanti eletti dal popolo italiano per esprimere e manifestare in Parlamento la volontà popolare. Sono esponenti pubblici per definizione e per l’attività politica che svolgono. Per diritto di cronaca e di critica, i cittadini hanno diritto di conoscere i loro comportamenti, addirittura quando riguardano fatti della loro vita privata ma suscettibili di interesse pubblico.

Sarebbe un controsenso aver previsto da anni per legge [1] la consultabilità pubblica delle dichiarazioni dei redditi e delle situazioni patrimoniali degli esponenti politici (non solo parlamentari, ma anche amministratori locali) per poi escludere da questa “amministrazione trasparente” la percezione di emolumenti, pagati con fondi pubblici, come il bonus Covid per le partite Iva.

Il fatto è – come rimarca il prof. Alfonso Celotto in un’intervista a La Repubblica – «i cittadini hanno il diritto di sapere chi usufruisce delle risorse pubbliche». In questo ambito la privacy non c’entra perché – spiega il giurista – «la riservatezza è sacrosanta a tutela dei diritti fondamentali: orientamenti politici, razziali, sessuali, ovviamente la salute. Ma non mi pare ce ne sia qualcuno in ballo. In questo caso è stata fatta domanda per un sussidio. E quando fai domanda, di fatto, dai il consenso a ricevere una prestazione, che è con soldi pubblici. Ebbene, io cittadino devo sapere chi è stato aiutato dallo Stato».

Così Celotto arriva ad affermare che «andrebbe pubblicato l’intero elenco», comprendente anche i cittadini comuni e non solo i parlamentari o gli amministratori pubblici. Perché qui – prosegue – «non si tratta di un orientamento personale che va tenuto segreto, ma di un accesso a una prestazione dello Stato».

Niente dati sensibili in ballo, quindi, ma al contrario informazioni che i cittadini hanno pieno diritto di conoscere, per controllare chi usufruisce delle risorse pubbliche attraverso agevolazioni, sussidi, aiuti, fondi, incentivi e, appunto, bonus per compensare l’emergenza Covid.

Dovrebbe, anzi, essere la regola che i percettori di questi emolumenti vengano resi tutti noti, mediante la pubblicazione di appositi elenchi nominativi, salvi i casi in cui le erogazioni avvengano per ragioni di salute, disabilità o altri stati di disagio personale, familiare o sociale; queste situazioni renderebbero inopportuna e addirittura vietata la diffusione di dati che in tal caso rientrerebbero nella necessaria tutela della riservatezza, ma non sembrano affatto ravvisabili nel riconoscimento di un beneficio di carattere meramente economico attribuito in via generale alle categorie colpite dalla crisi economica provocata dalla pandemia.

L’Anac, Autorità Nazionale Anticorruzione, spiega in una delibera [2]  che «è esclusa la pubblicazione dei dati identificativi delle persone fisiche che hanno ricevuto aiuti da parte dello Stato solo qualora da tali dati sia possibile ricavare informazioni relative allo stato di salute ovvero alla situazione di disagio economico-sociale degli interessati»; altrimenti «si impone la pubblicazione, nella sezione ‘Amministrazione trasparente’ degli atti di concessione di sovvenzioni, contributi, sussidi ed ausili finanziari alle imprese, e comunque di vantaggi economici a persone ed enti pubblici e privati di importo superiore a mille euro». E i cinque deputati in questione, avendo beneficiato dei bonus sia a marzo che aprile, hanno percepito la somma di 1.200 euro.

Anche il presidente emerito della Corte Costituzionale ed ex ministro della Giustizia, Giovanni Maria Flick, la pensa così: «La mia sensazione è che la privacy non c’entri per nulla», dice in un’intervista rilasciata all’agenzia stampa Adnkronos.

L’llustre giurista evidenzia che nel Codice privacy c’è una norma specifica [3] intitolata «Trattamento di categorie particolari di dati personali necessario per motivi di interesse pubblico rilevante» che considera proprio i casi di interesse pubblico (che legittimano il trattamento e la diffusione dei dati) riguardante «soggetti che svolgono compiti di interesse pubblico o connessi all’esercizio di pubblici poteri nella concessione, liquidazione, modifica e revoca di benefici economici, agevolazioni, elargizioni, altri emolumenti e abilitazioni».

Quello del bonus Covid erogato ai parlamentari furbetti sembra rientrare perfettamente in questo ambito applicativo: è – spiega Flick – «un tema di rilevante interesse pubblico pur non essendo un dato sensibile come l’orientamento politico, sessuale o attinente alla sfera privata in senso stretto rilevante per la privacy».

In altre parole, nella richiesta e nella percezione, del bonus da parte di un soggetto meritevole di interesse pubblico non c’è nessun aspetto di riservatezza da tutelare: «qui non ci troviamo nella sfera dei dati sensibili – sottolinea Flick – ma siamo nell’ambito dei dati personali che hanno un rilevante interesse pubblico. Non vedo quindi un problema nell’esercizio di cronaca con la divulgazione giornalistica della vicenda, perchè non può essere evocata la privacy. Semmai c’è un problema molto rilevante di carattere politico con riferimento alla qualità di parlamentare e deontologico con riferimento alla qualità di professionista».

D’altronde, l’Inps non vuole essere “lasciato solo” nel difficile compito di decidere se rivelare, di sua iniziativa, i nomi di quei 5 deputati coinvolti che ora tutti chiedono. Il silenzio dell’Istituto è blindato e, a quanto pare, sarà rotto solo se arriverà una precisa richiesta dai vertici del Parlamento o dal Governo. Ma allora, se le cose stanno così, e la legge sembra chiara, perché, al di là dei proclami e delle invocazioni sterili, chi ne ha il potere non dispone la loro divulgazione? La privacy, come abbiamo visto, non è un valido scudo e invocarla quando in realtà non esiste non fa che aumentare le perplessità e l’indignazione di chi attende di sapere.


note

[1] Art. 14 del D.Lgs. n. 33 del 14 marzo 2013 , modificato dall’art. 13 del D.Lgs. n. 97 del 25 maggio 2016.

[2] Deibera Anac (ex Civit) n.59 del 15 luglio 2013.

[3] Art. 2 sexies, lett. m), del D.Lgs. 30 giugno 2003, n.196, integrato con le modifiche introdotte dal D.Lgs.  10 agosto 2018, n. 101, in attuazione del Regolamento (Ue) n. 2016/679.  “Trattamento di categorie particolari di dati personali necessario per motivi di interesse pubblico rilevante”.


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