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Pensione integrativa: cos’è

11 Settembre 2020 | Autore:
Pensione integrativa: cos’è

Prestazioni per i lavoratori che versano alla previdenza complementare, contribuzione dovuta, adesione e devoluzione del Tfr.

Le pensioni, cioè le prestazioni economiche di previdenza erogate dall’Inps, inutile negarlo, saranno sempre più basse: come mai? L’importo dell’assegno di pensione “al ribasso”, rispetto agli importi erogati in passato, è dovuto al sistema di calcolo del trattamento: ai lavoratori più giovani, cioè a coloro che non possiedono contributi prima del 1996, è infatti applicato il calcolo integralmente contributivo della prestazione pensionistica.

Questo tipo di calcolo non si basa, come il sistema di calcolo retributivo, sugli ultimi redditi o stipendi, che di solito sono i più favorevoli e che godono inoltre di una discreta rivalutazione; si basa invece sull’età pensionabile e sui contributi accreditati nell’arco della vita lavorativa, che beneficiano di coefficienti di rivalutazione, o più precisamente di tassi di capitalizzazione, piuttosto bassi. Per approfondire: Guida al calcolo contributivo della pensione.

Che succede allora? Accade che chi è sottoposto al calcolo interamente contributivo della pensione perde, mediamente, il 30% rispetto al lavoratore che beneficia del calcolo retributivo. È vero che non esiste una penalizzazione fissa, ma il taglio, nel concreto, dipende dalla carriera del lavoratore ed è vero anche che ci sono, per quanto si tratti di casi rari, persone alle quali conviene maggiormente il calcolo contributivo. Tuttavia, nella stragrande maggioranza delle ipotesi le pensioni calcolate col metodo retributivo risultano assai meno elevate.

Come coprire, allora, il calo del potere d’acquisto? Per rimediare, almeno in parte, al “futuro di povertà” che attende il pensionato c’è la pensione integrativa, o complementare.

Ma la pensione integrativa: cos’è? Si tratta di una pensione in più, che non sostituisce ma si aggiunge alla pensione principale. Questa pensione spetta ai lavoratori che aderiscono alla previdenza complementare, cioè che aderiscono a un altro fondo di previdenza, oltreché al fondo di appartenenza (che può essere amministrato dall’Inps, oppure può trattarsi di una cassa professionale).

Una pensione in più significa versare contributi in più? Certamente sì, ma, in base alle previsioni dei contratti collettivi, una parte di questi contributi può essere versata dal datore di lavoro. Inoltre, il lavoratore, nella generalità dei casi, non è tenuto a versare dei contributi extra, ma può devolvere alla previdenza complementare il Tfr, cioè il trattamento di fine rapporto. In pratica, anziché ricevere la liquidazione al termine del rapporto di lavoro, al momento della pensione riceve un assegno in più.

Peraltro, sono previste delle speciali tutele per chi perde il lavoro prima del tempo e resta disoccupato a lungo, come il riscatto di quanto versato o la possibilità di percepire la Rita, una pensione integrativa anticipata. Ma procediamo con ordine.

Come si aderisce alla previdenza integrativa?

Per ottenere la pensione integrativa il lavoratore deve aderire alla previdenza complementare. L’adesione può essere sia individuale sia collettiva e può avvenire:

  • sul posto di lavoro;
  • nelle sedi delle organizzazioni sindacali competenti in base alle fonti istitutive;
  • presso i patronati incaricati dal fondo;
  • in via digitale accedendo al sito web del fondo;
  • presso la sede del fondo.

Il lavoratore che aderisce alla previdenza complementare è obbligato a devolvere il Tfr che matura nel corso del rapporto di lavoro alla forma pensionistica complementare prescelta.

Se, invece, il lavoratore non decide di aderire alla previdenza complementare, è comunque obbligato a devolvere il Tfr alla previdenza complementare, salvo quando manifesti espressamente la volontà di mantenere il trattamento in azienda. Per questo motivo, sono previsti rigorosi obblighi informativi in capo al datore di lavoro, all’atto dell’assunzione. Ne abbiamo parlato in: “Tfr alla previdenza complementare“.

Quali fondi di previdenza integrativa esistono?

Le tipologie di fondi pensione complementare attualmente esistenti sono le seguenti:

  • fondi negoziali, o fondi chiusi, destinati a lavoratori appartenenti a specifici settori o categorie;
  • fondi aperti, destinati a tutti i lavoratori indipendentemente dal settore o dalla categoria di appartenenza: banche, Sim, Sgr, compagnie di assicurazione;
  • fondi preesistenti alla riforma, ossia nati prima dell’emanazione della normativa sui fondi pensione;
  • piani individuali di previdenza (Pip).

Il fondo pensione può essere poi:

  • a contribuzione definita, se la pensione è commisurata ai contributi versati e ai relativi rendimenti (criterio della capitalizzazione);
  • a prestazione definita, se l’ammontare della pensione è prefissato (in misura fissa o in percentuale della pensione obbligatoria) e il contributo da versare è stabilito in modo tale da sostenere finanziariamente tale prestazione.

Com’è finanziata la pensione integrativa?

La pensione integrativa è finanziata, oltreché col Tfr del lavoratore, anche con eventuali contributi a suo carico e con ulteriori contributi versati dal datore di lavoro.

Più precisamente, la contribuzione è determinata:

  • per la generalità dei lavoratori, liberamente (per quanto concerne la sola contribuzione a proprio carico);
  • per i lavoratori dipendenti che partecipano a fondi chiusi, liberamente, o sulla base di quanto previsto dai contratti e dagli accordi collettivi, anche aziendali;
  • per i lavoratori dipendenti che partecipano a fondi aperti con adesione su base collettiva liberamente, o sulla base di quanto previsto dai contratti e dagli accordi collettivi, anche aziendali;
  • se la contribuzione è determinata dagli accordi tra soli lavoratori:
    • può essere stabilito soltanto il livello minimo della contribuzione a carico dei dipendenti, non quello a carico del datore di lavoro;
    • può essere stabilita la percentuale minima di Tfr maturando da destinare alla previdenza complementare; se la percentuale non è stabilita, il conferimento è totale.

Quanti sono i contributi integrativi a carico del lavoratore?

Il lavoratore può scegliere:

  • di devolvere alla previdenza complementare soltanto il Tfr, senza obbligo di versamento di contributi al fondo integrativo e senza far sorgere alcun obbligo in capo al datore di lavoro;
  • di destinare una parte della sua retribuzione alla forma pensionistica complementare prescelta, anche in assenza di accordi collettivi, comunicando al datore di lavoro l’entità del contributo e il fondo di destinazione;
  • di destinare una parte della sua retribuzione alla forma pensionistica prescelta: in presenza di accordi collettivi, se ha diritto ad un contributo del datore di lavoro, questa contribuzione aumenta la pensione integrativa o il capitale spettante al lavoratore, nei limiti e secondo le modalità stabilite dagli accordi;

Se il dipendente aderisce a un fondo di previdenza complementare individuale, è libero di versare l’intero Tfr o di non versare alcuna quota.

Se invece aderisce a un fondo di previdenza complementare collettivo, può essere obbligato a versare una percentuale minima di Tfr, in base agli accordi istitutivi del fondo.

Quanti sono i contributi integrativi a carico dell’azienda?

Per quanto riguarda i contributi a carico del datore di lavoro:

  • se non ci sono accordi collettivi, anche aziendali, il datore può scegliere di contribuire volontariamente al fondo pensione a cui il lavoratore ha già aderito, oppure a quello prescelto in base all’eventuale accordo;
  • in presenza di accordi collettivi, anche aziendali, il datore di lavoro è obbligato a contribuire al fondo di previdenza scelto dal lavoratore dipendente: i contributi versati sono accreditati nella posizione pensionistica integrativa del dipendente, nei limiti e secondo le modalità stabilite dagli accordi collettivi.

In base alle previsioni di legge [1], i contributi del datore di lavoro sono dovuti solo se sono previsti dal contratto collettivo: pertanto, il dipendente può ottenere i versamenti integrativi dall’azienda solo con l’adesione a un fondo chiuso o a un fondo preesistente.

Il datore di lavoro può comunque decidere spontaneamente, senza esservi obbligato per contratto, di versare una propria quota di contributi al fondo complementare, anche nell’ipotesi in cui il dipendente aderisca a un fondo aperto o a un Pip.

Quale pensione integrativa può ottenere il lavoratore?

Al raggiungimento dell’età pensionabile prevista in base al fondo di previdenza obbligatoria a cui è iscritto il lavoratore (ad esempio Ctps – regime ex Inpdap – per gli statali, Fondo pensione lavoratori dipendenti Fpld per la generalità dei lavoratori dipendenti dalle aziende del settore privato…), l’interessato con almeno 5 anni di adesione al fondo di previdenza integrativa può ottenere una delle seguenti prestazioni:

  • pensione integrativa “totale”, cioè liquidazione dell’intera posizione previdenziale integrativa individuale sotto forma di rendita vitalizia;
  • pensione integrativa “parziale”, cioè liquidazione fino al 50% della posizione previdenziale integrativa individuale sotto forma di capitale e della restante parte in rendita vitalizia.

Solo in alcuni casi il lavoratore può ottenere la liquidazione dell’intera posizione individuale sotto forma di capitale, ad esempio quando la pensione che si ricava dal 75% del montante contributivo (cioè dalla somma dei contributi) è minore della metà della pensione sociale.

Si può ottenere la pensione integrativa anticipata?

Il lavoratore, in determinati casi, può richiedere un anticipo delle prestazioni, sotto forma di rendita, cioè di pensione, o di capitale.

Nel dettaglio, può richiedere l’anticipo del capitale versato (quest’operazione è chiamata anche anticipazione del Tfr devoluto alla previdenza complementare):

  • in qualsiasi momento, per un importo non superiore al 75%, per spese sanitarie conseguenti a situazioni gravissime personali, del coniuge o dei figli, per terapie e interventi straordinari riconosciuti dalle competenti strutture pubbliche;
  • dopo almeno 8 anni di iscrizione:
  • per un importo non superiore al 75%, per l’acquisto della prima casa di abitazione per sé o per i figli o per la realizzazione, sulla prima casa di abitazione, di interventi di manutenzione ordinaria, straordinaria, di restauro e di risanamento conservativo e di ristrutturazione edilizia;
  • per un importo non superiore al 30%, per la soddisfazione di ulteriori esigenze.

Il lavoratore può inoltre ottenere la Rita, o rendita integrativa anticipata, se possiede almeno 5 anni d’iscrizione e di effettiva partecipazione (con versamenti) al fondo.

L’anticipo della pensione integrativa è sino a un massimo di 10 anni, rispetto all’età per pensione di vecchiaia ordinaria (67 anni): non è invece possibile che la rendita sia erogata 10 anni prima rispetto alla data di maturazione della pensione anticipata.

La Rita può essere liquidata nei seguenti casi:

  • cessazione dell’attività lavorativa;
  • maturazione dell’età anagrafica per la pensione di vecchiaia entro i 5 anni o i 10 anni successivi, in base al regolamento del fondo;
  • anzianità contributiva di almeno 20 anni nel regime obbligatorio di appartenenza, oppure mancanza di attività lavorativa, cioè inoccupazione, per un periodo di tempo superiore a 24 mesi.

note

[1] D.lgs. 252/2005.


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