Coronavirus, le paure sul vaccino russo

12 Agosto 2020 | Autore:
Coronavirus, le paure sul vaccino russo

I tempi record di sperimentazione e il salto della fase 3 rischiano di diventare un boomerang e un pericolo.

I dubbi si stanno trasformando in disapprovazione, paura e condanna. Ha generato da subito forti perplessità la notizia della registrazione del primo vaccino al mondo contro il Coronavirus: è russo. Ne ha dato notizia lo stesso Vladimir Putin, che ha parlato di un preparato artificiale sicuro e con effetti collaterali non gravi, somministrato anche a sua figlia che ha avuto niente più che un po’ di febbre (ne abbiamo scritto qui: Coronavirus, i dubbi sul vaccino russo; Coronavirus, Putin annuncia: in Russia il vaccino è pronto).

L’accoglienza è stata subito tiepida. Fin troppo per trattarsi dell’annuncio che tutto il mondo stava aspettando. Ma adesso la comunità scientifica internazionale si compatta nel rifiuto di procedure lampo, finalizzate solo a tagliare il traguardo per primi, in una sfida sanitaria diventata anche geopolitica.

A questo serve l’articolo comparso oggi sulla rivista Nature: a esprimere condanna contro quella che viene definita «una decisione pericolosamente affrettata», cioè quella della Russia di approvare il vaccino contro il Covid dell’istituto Gamaleya di Mosca. Gli scienziati si dicono indignati dalla scelta di un iter estremamente rapido, che crea un allarme giustificato sui potenziali pericoli per chi acconsente alla somministrazione. «Non è stato testato in ampi studi», è l’opinione degli scienziati, che nasconde – per modo di dire – il timore che questo vaccino non sia sicuro come si vuole sostenere.

Una convinzione che deriva dal fatto che la Russia, come scrivono gli esperti, «non ha completato grandi prove per testarne sicurezza e efficacia, e il lancio di un vaccino non adeguatamente controllato potrebbe mettere a rischio le persone che lo ricevono». L’autorità sanitaria russa ha approvato il vaccino nonostante la fase 3 della sperimentazione non sia ancora terminata. Questo fa sorgere preoccupazione e incertezza sui reali effetti che il preparato può avere, sia in termini di contrasto al Covid, sia quanto a possibili reazioni avverse nei volontari che si sottopongono ai test.

Da quanto si sa attualmente, il vaccino dovrebbe essere sottoposto a test di fase 3 negli Emirati Arabi Uniti, in Arabia Saudita e in altri paesi, secondo l’agenzia stampa russa Tass, di proprietà statale, che ha raccolto dichiarazioni in merito del capo di un fondo di investimento sostenuto da Mosca. È stato lo stesso funzionario a divulgare la notizia dell’acquisto di un miliardo di dosi di vaccino russo da parte di una ventina di Stati. La certezza, comunque, è che la sperimentazione dei questa sostanza non è completata.

Non solo. L’articolo riflette anche su un eventuale pericolo di ostacolare «gli sforzi globali per sviluppare un’immunizzazione di qualità contro Covid-19». Se il vaccino russo non si dovesse rivelare efficace ma anzi dannoso, come si teme, l’effetto domino travolgerebbe i vaccini in generale, tirando acqua al mulino di certi settori no-vax dell’opinione pubblica, con conseguenze a livello mondiale. «Ritarderebbe ulteriormente l’accettazione dei vaccini nella popolazione», lamenta François Balloux, genetista dell’University College London, che parla di «decisione sconsiderata, sciocca e non etica».

C’è poi un’opacità sui risultati dei test che non fa che alimentare la preoccupazione. Il vaccino di Gamaleya è stato somministrato a 76 volontari come parte di due studi in fase iniziale elencati su ClinicalTrials.gov, ma non sono stati pubblicati né i risultati di questi studi né quelli di altri studi preclinici e si sa poco altro, lamentano gli scienziati che hanno firmato l’articolo su Nature. Secondo il certificato di registrazione del vaccino, i volontari hanno prodotto anticorpi contro la proteina spike di Sars-CoV-2: esattamente come altri vaccini definiti «promettenti» che, però, sono solo all’inizio del testing.

La Russia non brilla, in genere, per trasparenza. «Il nostro sistema per il monitoraggio della sicurezza penso non sia il migliore», osserva Svetlana Zavidova, capo dell’Associazione russa delle organizzazioni di sperimentazione clinica, cui fa eco Danny Altmann, immunologo dell’Imperial College di Londra: «Semplicemente – dice – non sono riuscito a trovare alcun dettaglio pubblicato di un protocollo».



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