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Bonus ai deputati: il Garante scarica sull’Inps

17 Agosto 2020 | Autore:
Bonus ai deputati: il Garante scarica sull’Inps

L’Autorità mette i paletti sui propri compiti e su quelli dell’Istituto: spetta a quest’ultimo valutare anche la situazione di disagio del richiedente.

La pubblicazione dei dati personali di chi ricopre delle cariche pubbliche e ha preso il bonus da 600 euro riservato ad autonomi e partite Iva spetta all’Inps. Il quale deve valutare la richiesta del deputato da 13mila e passa euro al mese e quella del consigliere comunale da 200 euro al mese. E, in base a questo, decidere chi ha diritto al bonus e quali dati personali possono essere resi pubblici. Lo ha precisato questa mattina il Garante per la privacy. I chiarimenti integrano le indicazioni generali già fornite dall’Autorità l’11 agosto scorso.

«Per quanto riguarda l’eventuale pubblicazione dei dati personali dell’intera lista dei beneficiari di contributi economici che riguardano diversi milioni di cittadini – si legge in una nota – il Garante ha ribadito all’Inps le indicazioni già fornite alle pubbliche amministrazioni con le proprie Linee guida in materia di trasparenza».

Le Linee guida stabiliscono che «la disciplina prevede, quale condizione di efficacia per l’erogazione del contributo, l’obbligo di pubblicazione degli atti di concessione delle sovvenzioni, contributi, sussidi ed ausili finanziari alle imprese, e comunque di vantaggi economici di qualunque genere a persone ed enti pubblici e privati di importo superiore a mille euro. Non possono, tuttavia, essere pubblicati i dati identificativi delle persone fisiche destinatarie di sovvenzioni, contributi, sussidi e attribuzione di vantaggi economici, nonché gli elenchi dei relativi destinatari nel caso in cui, fra l’altro, da tali dati sia possibile ricavare informazioni relative allo stato di salute ovvero alla situazione di disagio economico-sociale degli interessati».

Il Garante continua: «Spetta dunque all’amministrazione destinataria dell’obbligo di pubblicazione valutare la sussistenza delle condizioni di disagio e, nel caso, provvedere all’erogazione del contributo economico, senza procedere alla pubblicazione dei dati personali del beneficiario. Ciò è già stato fatto dall’Inps all’atto dell’erogazione del contributo, classificando il beneficio del bonus 600 euro, alla luce del Decreto Cura Italia, fra gli ammortizzatori sociali cioè un genere di prestazioni erogate dall’Istituto a sostegno del reddito e dunque idonee a rivelare in quanto tali una situazione di disagio economico-sociale del soggetto che le percepisce».

In altre parole: secondo l’Autorità, prima l’Inps deve verificare la condizione di reale disagio del richiedente (verifica che, per un deputato che guadagna oltre 13mila euro al mese, desta qualche perplessità) e, nel caso, erogare il bonus. Ma senza pubblicare i dati personali.

Ma non è finita: «Per quanto riguarda, invece, le richieste di accesso civico generalizzato ricevute dall’Inps riguardo ai dati dei beneficiari del bonus, il Garante ha ritenuto che, nel caso di specie e in questa fase procedimentale, non ricorrano i presupposti per l’adozione di un parere formale dell’Autorità. Il Garante, infatti, è chiamato a intervenire solo successivamente, a seguito della richiesta del responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza in caso di riesame laddove l’accesso generalizzato sia stato negato o differito per motivi attinenti alla protezione dei dati personali».

Che vuol dire? Il Garante ha richiamato l’attenzione dell’Inps su quanto riportato dall’Autorità anticorruzione. Cioè, e per dirla in modo schematico: per valutare l’esistenza di un reale pregiudizio alla riservatezza degli interessati, in base al quale decidere se rifiutare o meno l’accesso ai loro dati, è l’Inps che deve fare certe valutazioni. Tra queste:

  • il ruolo ricoperto nella vita pubblica, la funzione pubblica esercitata o l’attività di pubblico interesse svolta dalla persona che richiede il bonus;
  • l’eventuale non sussistenza di una vera situazione di disagio economico-sociale di chi ha percepito la prestazione.

In conclusione: è l’Inps, e soltanto l’Inps – sostiene il Garante per la privacy – l’unico incaricato di «verificare caso per caso, previo coinvolgimento dei soggetti controinteressati, la possibilità di rendere ostensibili i dati personali richiesti, valutando anche la diversa posizione ricoperta dai titolari di cariche politiche elettive a livello nazionale e locale, alla luce della normativa e delle linee guida dell’Anac».



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