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I genitori possono imporre la religione ai figli?

18 Agosto 2020
I genitori possono imporre la religione ai figli?

Libertà di credo e fede religiosa: quando il minore può scegliere il culto da seguire a scuola o da solo.

I conflitti tra genitori spesso riguardano anche il culto: quando padre e madre professano un credo differente, l’indottrinamento del figlio verso l’una o l’altra religione potrebbe divenire terreno di scontro. Capita molto spesso nelle coppie separate o divorziate. Si pensi, ad esempio, a un ragazzo che vive con la madre testimone di Geova mentre il padre, cattolico, vorrebbe che al giovane fosse dato un insegnamento “tradizionale”. Cosa succede in questi casi? I genitori possono imporre la religione ai figli o sono i figli ad avere l’ultima parola? La questione è divenuta oggetto di numerose sentenze della giurisprudenza. Vediamo cosa dice, in merito, la legge.

Quando il figlio può scegliere la religione

In generale, i genitori hanno il potere di scegliere l’educazione da impartire al figlio sempre tenendo conto dell’interesse di quest’ultimo: potere che spetta ad entrambi in pari misura. In caso di contrasto – recita il Codice civile – è il giudice che sceglie quale delle due posizioni è quella che meglio si confà al bene del minore.

Da 18 anni in poi, chiaramente, i genitori – anche se conviventi – non hanno più alcun potere decisionale sul figlio mantenendo solo l’obbligo di mantenimento finché il giovane non diventerà autosufficiente dal punto di vista economico. 

Il figlio che ha acquistato sufficiente capacità di autodeterminarsi (momento che viene di solito fatto coincidere con i 14 anni) può liberamente effettuare scelte autonome nell’ambito della sfera religiosa (così come anche in quella politica o nella selezione della scuola secondaria superiore).

Gli studenti della scuola secondaria superiore esercitano personalmente all’atto dell’iscrizione, a richiesta dell’autorità scolastica, il diritto di scegliere se avvalersi o meno dell’insegnamento della religione cattolica [1]. 

Viene esercitato personalmente dallo studente anche il diritto di scelta in materia di insegnamento religioso in relazione a quanto previsto da eventuali intese con altre confessioni.

Il genitore può imporre la religione al figlio?

I genitori possono imporre la religione ai figli? Secondo la Cassazione [2], il genitore non può coinvolgere il figlio nella religione alla quale si è convertito. La Corte ha così respinto il ricorso di una mamma diventata testimone di Geova che aveva tentato di coinvolgere il piccolo nel nuovo credo religioso. 

Il minore era stato battezzato e per i primi anni della sua vita aveva seguito il credo religioso cattolico. Per questo secondo i giudici, il tribunale aveva perfino disposto l’affidamento esclusivo al padre, avevano intimato alla donna di evitare qualunque coinvolgimento. 

Nella sentenza si spiega che «l’art. 155 cod. civ., in tema di provvedimenti riguardo ai figli nella separazione personale dei coniugi, consente al giudice di fissare le modalità della loro presenza presso ciascun genitore e di adottare ogni altro provvedimento ad essi relativo, attenendosi al criterio fondamentale rappresentato dal superiore interesse della prole. 

Il genitore non può imporre al minore la sua religione perché ciò può danneggiarlo nella crescita. A dirlo è sempre la Cassazione [3].

Ed allora quando la coppia scoppia come si conciliano libertà religiosa ed educazione dei figli? È il migliore interesse del minore il criterio fondamentale che il giudice deve seguire nel disciplinare le modalità dell’affido condiviso: può dunque vietare al genitore di coinvolgere il figlio nella scelta confessionale cui si è convertito se l’interessato mostra disagio a prendere parte alle funzioni e la consulenza tecnica d’ufficio rivela che la partecipazione alle cerimonie e ai riti può compromettere lo sviluppo del minore in termini di equilibrio emotivo. 

In questo caso, la vicenda è contraria a quella precedente. Il padre era divenuto testimone di Geova dopo la fine del matrimonio: il tribunale gli ha però proibito di portare con sé la figlia agli incontri e alle manifestazioni del suo nuovo credo. Nel caso di specie era stata la stessa minorenne a spiegare al giudice di primo grado di trovarsi in imbarazzo durante le cerimonie che si tengono il sabato sera al Tempio. Mentre la consulenza psicologica aveva rivelato che erano a rischio le modalità con cui il padre voleva sollecitare la figlia a seguirlo nella fede che ha abbracciato, laddove la minore era stata educata al cattolicesimo, confessione che condivideva con le amiche (per quanto la madre non sia praticante).

Non è giovato al genitore invocare la libertà di religione tutelata da Costituzione e Convenzione europea dei diritti umani: il perseguimento del superiore interesse del minore, con l’obiettivo di una crescita sana ed equilibrata, può anche comportare l’adozione di provvedimenti che riducono libertà individuali dei genitori se il relativo esercizio può danneggiare la salute psico-fisica e lo sviluppo del minore. 

Citiamo un’ultima ordinanza della Cassazione che va nello stesso senso anche se apparentemente perviene a conclusione diversa [4]: il giudice non può vietare al genitore di avviare, contrariamente al parere dell’ex, a un’altra religione il figlio già battezzato motivando che il diverso credo potrebbe avere come conseguenza difficoltà di inserimento nel tessuto sociale in Italia. Solo osservando il bambino e ascoltandolo può essere individuato un pregiudizio e quindi imposto il divieto di abbracciare la diversa fede.


note

[1] Art. 1 L. 281/86.

[2] Cass. sent. n. 9546/2012.

[3] Cass. sent. n. 12954/18.

[4] Cass. ord. n. 21916 del 30.08.2019.


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