Buoni pasto e smart working: decide il datore di lavoro

20 Agosto 2020 | Autore:
Buoni pasto e smart working: decide il datore di lavoro

In mancanza di un accordo individuale o collettivo, l’azienda ha l’ultima parola sui ticket, che non rientrano nella retribuzione complessiva.

Non sempre il datore di lavoro è tenuto ad erogare i buoni pasto ai dipendenti che svolgono la loro attività in smart working, anzi: è lui a decidere quando possono essere concessi e quando no, a meno che ci sia uno specifico obbligo contrattuale che preveda questo beneficio. Lo ha disposto un decreto del tribunale di Venezia [1], che si allinea ad altri pareri simili già espressi dalla Cassazione.

Secondo la giurisprudenza, dunque, i buoni pasto «sono un’agevolazione di carattere assistenziale collegata al rapporto di lavoro da un nesso meramente occasionale», che non rientra nel trattamento retributivo in senso stretto. Pertanto, l’erogazione dei ticket può essere decisa in modo unilaterale dal datore di lavoro, in quanto non prodotto da un accordo sindacale.

Non rientrando nell’ambito retributivo, se ne deduce che viene meno anche l’obbligo di concedere i buoni pasto ai dipendenti che lavorano in smart working, per quanto questi lavoratori abbiano il diritto di avere un trattamento economico e normativo non inferiore a quello complessivamente applicato nei confronti dei colleghi impegnati nei locali dell’azienda.

L’eccezione riguarda il caso in cui ci sia un obbligo riconosciuto per iscritto dal datore di lavoro, sia attraverso un contratto collettivo o individuale, oppure contenuto nel regolamento aziendale. Tuttavia, in quest’ultimo caso, il datore può modificare il regolamento senza alcun accordo con i lavoratori o con i sindacati, purché non siano previste delle limitazioni, ad esempio sul suo periodo di validità.


note

[1] Trib. Venezia decreto n. 3463 dell’08.07.2020.


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