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I genitori possono imporre la scelta della scuola ai figli?

20 Agosto 2020
I genitori possono imporre la scelta della scuola ai figli?

Il figlio può decidere di non andare più a scuola e a partire da quale età? Che potere hanno il padre e la madre su di lui?

Quante volte vostro padre o vostra madre vi ha costretto a studiare e a fare i compiti per ottenere da voi un buon rendimento scolastico. C’è anche chi ricorre alle punizioni in caso di voti bassi. 

Non pochi genitori ritengono poi l’università un passaggio obbligato; e lì parte il lavaggio del cervello pur di far conseguire ai figli un titolo, nonostante a volte l’assenza di una specifica vocazione. 

Al di là del rispetto e del timore che, a volte, porta i giovani ad obbedire al volere del padre e della madre, da un punto di vista legale questo rispetto si tramuta in un vero e proprio dovere? I genitori possono imporre la scelta della scuola ai figli?

Cerchiamo di fare il punto della situazione. 

Quando la scuola è obbligatoria

La legge impone di frequentare la scuola per almeno 10 anni. L’istruzione obbligatoria riguarda la fascia d’età compresa tra i 6 e i 16 anni.[1]. 

Se il giovane non va a scuola, ne rispondono penalmente solo i suoi genitori e non lui.  

Tuttavia, le uniche sanzioni penali previste per il padre e la madre che non costringono il figlio ad andare a scuola scattano solo in caso di mancata frequentazione delle scuole elementari. Solo in questo caso scatta il reato. Superato invece tale ciclo formativo, la frequenza scolastica, per quanto obbligatoria (come detto fino ai primi due anni della scuola superiore), non è sanzionabile penalmente. 

Da che età il figlio può decidere di non andare più a scuola? 

Poiché è obbligo dei genitori imporre ai figli l’educazione e il rispetto delle regole civili e giuridiche, finché è alle elementari il figlio non ha possibilità di scelta: egli deve per forza frequentare la scuola. I genitori potranno esigere quindi il rispetto di quest’obbligo, giungendo anche alle punizioni, purché sempre nel rispetto della sua integrità psicofisica. In altri termini, non deve trattarsi di punizioni corporali o di umiliazioni tali da creare danni nel bambino.

Superata la fase delle scuole elementari, il discorso non cambia nei successivi tre anni delle scuole medie. Seppure i genitori non commettono reato nel caso in cui il figlio non frequenti la scuola, è nelle loro facoltà imporgli la presenza sui banchi. Anche qui, dunque, il minorenne non ha alcun potere decisionale e dovrà rispettare il volere del padre e della madre. 

Le cose mutano da quando il ragazzo ha 14 anni. È vero che la cosiddetta capacità d’intendere e volere, e quindi di compiere scelte per proprio conto, si acquisisce solo da 18 anni, ma secondo la Cassazione si può parlare di “grandi minori” con riferimento ai ragazzi che hanno raggiunto i 16 anni e, in alcuni casi, 14. Hanno maggiori possibilità di decidere e orientare le proprie scelte di vita, come il percorso di studi o delle proprie aspirazioni. Possono, ad esempio, interrompere il percorso scolastico, stante la cessazione dell’obbligo, svolgere attività lavorativa, contrarre matrimonio (a determinate condizioni), riconoscere figli, prestare il consenso al riconoscimento del genitore, accedere all’interruzione della gravidanza.

Sempre a 14 anni, i figli possono essere imputabili penalmente, rispondono cioè dei reati commessi, e da quell’età scatta allora anche un maggior potere di escludere i genitori dalla propria vita sociale.

Dunque, il figlio che ha acquistato sufficiente capacità di autodeterminarsi, può liberamente effettuare scelte autonome nella selezione della scuola secondaria superiore.

Peraltro, ricordiamo che, ai sensi di legge [3], gli studenti della scuola secondaria superiore esercitano personalmente all’atto dell’iscrizione, a richiesta dell’autorità scolastica, il diritto di scegliere se avvalersi o meno dell’insegnamento della religione cattolica. Viene esercitato personalmente dallo studente anche il diritto di scelta in materia di insegnamento religioso in relazione a quanto previsto da eventuali intese con altre confessioni.

Vien da sé che il figlio, una volta compiuti 18 anni, potrà anche decidere se proseguire il percorso scolastico ed iscriversi all’università o meno. E le eventuali punizioni che i genitori potrebbero infliggere sono da ritenersi atti di abuso.

Il genitore può tagliare i viveri al figlio che non va a scuola o all’università?

Peraltro, il genitore non potrebbe neanche, a scopo ritorsivo o punitivo, smettere di mantenere il figlio, “tagliandogli i viveri” nel caso in cui questi non compia le scelte scolastiche volute dal genitore medesimo. Il figlio, infatti, va sempre mantenuto finché è minorenne e, una volta divenuto maggiorenne, sino a quando non consegue un reddito che gli garantisca l’autosufficienza economica. Dunque, se il ragazzo non vuole studiare, ha comunque diritto a restare nella casa dei genitori e a ricevere da questi, oltre all’alloggio, anche il vitto e tutto ciò che è necessario per una normale vita di relazione (compresi i viaggi, lo sport, il tempo libero, ecc.). Il figlio – sostiene la giurisprudenza – ha il diritto di mantenere lo stesso tenore di vita che i genitori possono permettersi. Non può insomma essere lasciato “a pane ed acqua” solo perché non vuole magari proseguire il liceo o iscriversi all’università.

Vero è che il giovane non può neanche campare a sbafo dei genitori; pertanto, è suo dovere, se non intende studiare, cercare un lavoro per rendersi indipendente o comunque formarsi in qualche modo per avviare una propria attività. In buona sostanza, il ragazzo non può restare senza far nulla: solo in questo caso i genitori, una volta divenuto maggiorenne, potrebbero interrompere i sostegni tagliandogli vitto e alloggio. 


note

[1] L. n. 53/2003.

[2] Cass. sent. n. 170/2012, n. 4520/2017.

[3] Art. 1 L. 281/86


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