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Interruzione del congedo straordinario per malattia del caregiver

22 Agosto 2020
Interruzione del congedo straordinario per malattia del caregiver

In riferimento ai caregiver, la circolare Inps numero 54 del 15 marzo 2001 richiama la regola per cui l’indennità di malattia spetta per tutti i giorni coperti da idonea certificazione e per un massimo di 180 giorni nell’anno solare, purché la malattia inizi entro 60 giorni o 2 mesi dalla cessazione del rapporto di lavoro a tempo indeterminato (coincidente con l’inizio fruizione del Congedo Straordinario).

In caso contrario, se la malattia inizia dopo 60 giorni (o due mesi, se il computo è più favorevole), l’indennità di malattia non sarà dovuta. Pertanto in questo caso il caregiver perde ogni assistenza di tipo economico per tutta la durata del ricovero?

Il congedo straordinario connesso alla legge 104, stabilito dal d. lgs. 151/2001 può essere interrotto solo in caso di malattia e di maternità.

Per nessun altro evento il congedo straordinario può essere interrotto: gli unici che giustificano l’interruzione sono, appunto, la malattia e la maternità, ma deve essere sempre il lavoratore a scegliere di interrompere la fruizione del congedo straordinario.

Dunque, l’interruzione non è automatica: si tratta di una scelta del caregiver. È chiaro che una seria malattia potrebbe far venir meno la possibilità, per il caregiver, di assistere il disabile e, pertanto, fargli preferire di comunicare al datore di lavoro l’interruzione del periodo di congedo a favore di quello di malattia.

Per poter, poi, godere del restante periodo di congedo straordinario residuo sarà necessario presentare una nuova domanda.

Come ricordato dalla circolare dell’Inps richiamata, a proposito dell’indennizzabilità o meno dell’evento di malattia o di maternità che consente l’interruzione del congedo straordinario, considerato che la fruizione del congedo straordinario comporta la sospensione del rapporto di lavoro, l’indennità di malattia è riconoscibile solo se non sono trascorsi più di 60 giorni dall’inizio della sospensione (coincidente con l’ultima prestazione lavorativa).

Secondo la legge, infatti, in presenza di lavoro subordinato a tempo indeterminato, il diritto all’indennità economica previdenziale continua per un periodo di 60 giorni dopo la cessazione o la sospensione del rapporto stesso, con l’esclusione dei lavoratori che abbiano risolto il rapporto di lavoro a tempo indeterminato aventi titolo a ricevere le prestazioni pensionistiche dirette.

Questo significa che se, ad esempio, il caregiver chiede un anno di congedo straordinario e intende poi interrompere il suddetto periodo per mettersi in malattia, potrà farlo, ma non riceverà l’indennità di malattia dell’Inps se sono trascorsi più di 60 giorni da quando ha sospeso il rapporto di lavoro per congedo.

Se, però, del congedo si usufruisce in modo frazionato (ad esempio, due giorni a settimana, mentre per i rimanenti si torna a lavoro), allora una vera sospensione del rapporto di lavoro non ci sarebbe e, pertanto, si avrebbe diritto all’indennità di malattia anche se questa è sorta 60 giorni dopo l’inizio del congedo frazionato.

Orbene, occorre precisare che la circolare summenzionata è stata emanata in riferimento ai dipendenti del settore privato, compatibilmente con la contrattazione collettiva (sono ad esempio esclusi da tale indennità i collaboratori familiari; impiegati dell’industria; quadri industria e artigianato; dirigenti; ecc.).

Sebbene anche i dipendenti pubblici (come diremo) godano dell’indennità di malattia, in genere il problema si pone per i soli dipendenti privati, in quanto essi ne beneficiano per un periodo minore (in genere, massimo sei mesi) e per un importo minore.

In ambito privato si cerca di sopperire coinvolgendo anche il datore di lavoro: e così, per cercare di giungere alla totalità dello stipendio, al dipendente in malattia viene pagata una parte dell’indennità dall’Inps e un’altra parte dal datore stesso.

Il diritto all’indennità di malattia decorre, per la generalità dei lavoratori dipendenti, dal quarto giorno (i primi tre giorni sono di carenza e se, previsto dal contratto di lavoro, sono indennizzati a totale carico dell’azienda) e cessa con la scadenza della prognosi (fine malattia). L’indennità non corrisponde mai alla totalità dello stipendio percepito, ma solo a una frazione dello stesso.

Risulta indennizzabile, purché debitamente certificato, anche l’eventuale periodo di malattia che comporta ricovero in regime ordinario o in regime di day hospital. In genere, l’indennità spetta per tutti i giorni coperti da idonea certificazione e per massimo 180 giorni nell’anno solare, purché abbiano effettivamente iniziato l’attività lavorativa. Ci sono ovviamente eccezioni, a seconda della categoria di appartenenze.

In sintesi: il caregiver dipendente privato a tempo indeterminato, al ricorrere delle condizioni sopra illustrate, perde il diritto all’indennità di malattia pagato dall’Inps. Tuttavia, potrà continuare a ricevere altri eventuali emolumenti se la contrattazione collettiva lo prevede. Ciò che perde è l’indennità di malattia pagata dall’Inps; se il datore di lavoro dovesse prevedere altre corresponsioni durante la malattia (indennità sostitutiva), queste verranno pagate.

Se, ad esempio, datore e Inps si dividono l’indennità di malattia, il caregiver che si trova nelle condizioni sopra esposte perde solamente la parte a carico dell’Inps.

Tutto dipende dal tipo di lavoro e dalla contrattazione collettiva, non essendo possibile fare un discorso che valga per tutte le categorie di lavoratori.

Ad esempio, durante il periodo di carenza (periodo di malattia pari a tre giorni) il lavoratore è interamente pagato dal datore di lavoro. Quindi sarà quest’ultimo a dover corrispondere il 100% della retribuzione, senza che l’Inps debba pagare alcunché.

Dal 4° al 20° giorno di malattia, interviene l’Inps che paga il 50% della retribuzione media giornaliera. Il datore di lavoro, invece, integra la restante parte che, in base a quanto contenuto nel contratto collettivo nazionale del lavoro (Ccnl),  può arrivare anche fino al 100% della retribuzione media giornaliera. Il Ccnl Turismo Commercio-Confcommercio, ad esempio, stabilisce che il datore di lavoro deve retribuire unicamente il restante 25%, giungendo così a un importo complessivo del 75%.

È bene precisare che il congedo straordinario retribuito e la malattia, pur comportando entrambi assenza dal lavoro e la sospensione dello stesso, sono due istituti diversi; il tetto massimo rappresentato dal periodo di comporto (che varia in base al contratto collettivo nazionale) riguarda solamente la malattia.

Se, ad esempio, il periodo di comporto applicato è di 6 mesi, alla sommatoria di quel periodo non concorre il periodo di congedo straordinario retribuito ma soltanto quello di malattia (così come non concorrono al superamento del periodo di comporto altre assenze dal lavoro legate, per esempio, ai permessi legge 104, alle ferie o ad altra aspettativa retribuita o no).

Dunque, se il caregiver sospende il congedo retribuito per la malattia, questi giorni rientreranno nel periodo di comporto, mentre quelli di congedo straordinario ne resteranno, ovviamente, al di fuori.

Ben diversi sono i termini dell’indennità di malattia per i dipendenti pubblici. Agli statali, infatti, la malattia viene pagata per 18 mesi. Nei primi 9 mesi di assenza, questo ha diritto al 100% della retribuzione; nei tre mesi successivi, gli spetta un’indennità pari al 90% della retribuzione; dal 13° al 18° mese, infine, l’indennità si abbassa al 50% dello stipendio, mentre per dal 18° mese in poi non spetta alcunché. In tutti questi casi si tratta, ovviamente, di eventi morbosi che superano i dieci giorni: per i primi dieci giorni, infatti, anche i dipendenti pubblici subiscono una decurtazione.

A sommesso avviso dello scrivente, la circolare dell’Inps va applicata solamente ai dipendenti a tempo indeterminato del settore privato.

Nel caso di rapporto pubblico, il consiglio dello scrivente è di confrontarsi con il proprio datore di lavoro, in quanto anche nel settore pubblico potrebbero essere previste conseguenze in relazione alla sospensione del rapporto di lavoro per congedo straordinario e al periodo di malattia.

È in ogni caso fondamentale sapere cosa prevede il contratto di lavoro e, nello specifico, la contrattazione collettiva che si applica.

Per quanto riguarda la convalescenza, essa seguirà i normali criteri della malattia. Ciò significa che, se il caregiver sospende espressamente il congedo per la malattia, la convalescenza sarà computato nel periodo di comporto, con conseguente diritto all’indennità di malattia (se spettante), sempre se il medico ritenga che non si possa tornare al lavoro. Al contrario, se il caregiver decide di riprendere il congedo, allora verrà computato nel periodo complessivo del congedo (due anni).

Il caregiver potrà fare la convalescenza a casa e riprendere il congedo, facendo nuova domanda.

In estrema sintesi, il caregiver che interrompe il congedo e si mette in malattia dovrà rispettare tutti gli obblighi tipici del dipendente in malattia, quali, ad esempio, attivarsi per il rilascio del certificato medico attestante lo stato di malattia, essere reperibile in determinate fasce orarie per eventuali visite fiscali di controllo e astenersi da attività che possano pregiudicare lo stato di salute e ritardare il rientro in servizio.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avvocato Mariano Acquaviva



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