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Un dipendente può essere amministratore?

21 Agosto 2020
Un dipendente può essere amministratore?

Lavoro subordinato: c’è compatibilità tra socio, amministratore e rapporto di lavoro subordinato?

È stato chiesto alla Cassazione se un dipendente può essere amministratore della stessa società per cui presta servizio. In particolare, il quesito posto ai giudici supremi è il seguente: sono compatibili tra loro le qualifiche di socio, amministratore e lavoratore subordinato? In merito, la suprema Corte [1] ha fornito il seguente parere.

Le qualità di dipendente ed amministratore possono coesistere nello stesso individuo, ma ad una sola condizione: che la persona in questione, nella veste di dipendente, risulti subordinata al volere superiore di un altro soggetto che non sia lui stesso. In altri termini, il lavoratore-amministratore deve prendere gli ordini da qualcuno al quale peraltro rispondere – in via disciplinare – delle proprie inadempienze. E ciò perché caratteristica essenziale del rapporto di lavoro dipendente è la “subordinazione”, l’essere cioè sottoposti al potere decisionale e disciplinare di un datore di lavoro, alle sue direttive, istruzioni e sanzioni.

Ma come è possibile che un amministratore, di norma preposto proprio alla gestione della società e, quindi, titolare del potere di coordinare il lavoro altrui, sia subordinato ad un altro organo? La risposta è proprio nella sentenza che abbiamo citato in apertura: l’organo di amministrazione deve essere collegiale, ossia costituito da più persone. 

Nel caso deciso dalla Corte, si trattava di una società di capitali composta da due soli soci, entrambi amministratori. È chiaro quindi che il potere era così frammentato in due e la coesistenza di un reciproco controllo ha fatto sì che uno dei due potesse figurare anche come dipendente, prendendo ordini dall’altro.

Proprio perciò, ha detto la Corte, è in astratto compatibile la qualifica di amministratore con quella di lavoratore subordinato, anche a livello dirigenziale. 

È infatti necessario che sussista un vincolo di subordinazione, ossia il rispetto degli ordini imposti dal datore di lavoro che, in questo caso, è costituito dall’organo collegiale amministrativo formato dai medesimi due soci. 

L’amministratore, per essere dipendente della sua stessa società, deve trovare un soggetto a cui rispondere del proprio operato. E questo soggetto non può essere lui stesso; diversamente, parleremmo di lavoro autonomo. 

Lo abbiamo già chiarito nell’articolo “L’amministratore di società può essere dipendente?“.

Si pensi al caso di un lavoratore dipendente che faccia parte di un CdA (Consiglio di Amministrazione) di una Srl o di una Spa: nessun dubbio che la doppia carica sia legittima e non contrasti con la nostra legge.

Peraltro, il vincolo della subordinazione non deve essere apparente ma deve risultare da un concreto assoggettamento del socio-dirigente alle direttive ed al controllo di un altro organo (anche se egli ne fa parte, come appunto nel caso del Cda).

A queste condizioni, è ben possibile che un socio rivesta anche la qualifica di dipendente e di amministratore della stessa società.

Nel caso di specie, ad esito di accertamento a cura dell’Inps, i due soci-amministratori della società ricorrente venivano iscritti nella gestione commercianti dell’Inps (e cancellati, invece, dalla gestione lavoratori dipendenti) in virtù della incompatibilità, affermata dall’ente, tra il rapporto di lavoro subordinato con qualifica dirigenziale degli stessi con la società ricorrente e quello di amministratori (oltre che soci) della medesima società.

A seguito di impugnazione del provvedimento dell’ente, il tribunale di Parma decideva in primo grado per l’illegittimità dell’iscrizione d’ufficio dei due soci-amministratori nella gestione commercianti. Ribaltata la decisione in secondo grado si finiva in Cassazione. I ricorrenti mettevano in evidenza che, in appello, non si era tenuto conto della compatibilità delle posizioni di lavoratore dipendente e amministratore, essendosi fatto al contrario applicazione dell’erroneo principio di diritto per cui la gestione collegiale dell’attività da parte del consiglio di amministrazione avrebbe impedito a taluni componenti del medesimo organo la possibilità di intrattenere, nello stesso tempo, anche un rapporto di lavoro subordinato con la stessa società.

La Suprema Corte ha respinto le censure dei ricorrenti e rigettato l’intero ricorso con ordinanza. In particolare, la Suprema Corte ha rilevato come la Corte territoriale avesse correttamente rilevato che il fatto che i due amministratori svolgessero in favore della società, oltre all’attività inerente al rapporto gestorio, un’attività meramente esecutiva abituale e continuativa, non fosse rilevante ai fini della configurabilità di un valido rapporto di lavoro subordinato tra gli stessi e la società in quanto la compatibilità tra le qualifiche di amministratori e lavoratori subordinati della medesima società di capitali può derivare solo dall’assoggettamento degli amministratori-dipendenti alle direttive ed al controllo dell’organo amministrativo collegiale. Secondo la Corte di Cassazione, dunque, la «dedotta gestione collegiale della società (…) unitamente al collaterale e pur distinto impegno operativo dei predetti in ambito aziendale non comporta affatto come necessaria conseguenza la natura subordinata ex art. 2094 c.c. di quest’ultimo (…) non riscontrata in concreto dalla Corte di merito».


note

[1] Cass. Sez. Lav. ord. 14 luglio 2020, n. 14972


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