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Debito buono o cattivo: qual è la differenza

22 Agosto 2020 | Autore:
Debito buono o cattivo: qual è la differenza

I prestiti generano ricchezza quando incrementano il capitale umano o la produttività; se servono a finanziare le spese correnti e i consumi rendono più poveri.

Chi ripagherà l’enorme debito pubblico che si sta accumulando per uscire dalla pandemia? Ovviamente i giovani: le scelte di oggi ricadono tutte sulle loro spalle. Lo ha ricordato con forza Mario Draghi nel suo recente intervento al meeting di Rimini, in cui ha rimarcato che «Ai giovani bisogna dare di più» e che «privare un giovane del futuro è una delle forme più gravi di diseguaglianza».

Per questo i soldi a disposizione – quelli stanziati dal Governo per la ripresa e quelli in arrivo dall’Europa con il Next Generation Eu – vanno spesi bene. Ma ci sono due modi diversi e opposti di fare debito: uno conviene e l’altro no.

Come fare in concreto per decidere se indebitarsi e per cosa, e come capire la differenza tra debito buono e debito cattivo? Quella dell’ex governatore della Bce non è una sterile affermazione di principio, ma qualcosa che va molto più nel profondo e a ben vedere riesce a smuovere le cose perché aiuta a ripensare in maniera diversa il concetto di debito.

Draghi ha rivolto un monito al Governo: non si tratta di erogare solo sussidi, che sono solo un aiuto parziale e provvisorio alle categorie più in difficoltà durante l’emergenza, ma di fornire un supporto stabile e di maggior valore, qualcosa di più duraturo e proficuo.

Ed ha anche spiegato qual è il discrimine e dunque ha indicato la via da seguire. Draghi ha sottolineato che c’è una profonda differenza tra il «debito buono» ed il «debito cattivo»: solo a prima vista sono uguali ma hanno conseguenze ben diverse.

Sappiamo che i debiti fatti a cuor leggero possono avere conseguenze molto sfavorevoli e tagliare le gambe a chi li contrae senza avere la capacità di ripagarli, ma non è questo il punto: bisogna capire innanzitutto che c’è un tipo di debito che arricchisce ed un altro che impoverisce.

Solo una volta afferrato questo concetto si potranno fare le scelte giuste. Perciò non si tratta solo di verificare se si ha abbastanza soldi per ripagare le rate del prestito e di valutare la convenienza dell’acquisto in termini di prezzo e di tassi di interesse.

Se compri un televisore con un maxischermo da 50 o 70 pollici stai facendo un debito cattivo (anche se l’offerta è superconveniente), perché in realtà stai aumentando la tua spesa futura spendendo soldi per pagare le rate mensili (e probabilmente anche per i successivi abbonamenti alle serie Tv), ricevendo un beneficio di intrattenimento quotidiano che però non accresce la tua ricchezza nel lungo termine.

Il tuo patrimonio, in realtà, diminuisce e con quell’acquisto in “comode rate mensili” hai perduto denaro che avresti potuto impiegare in modi molto più proficui.

Se, invece, ti indebiti per frequentare un corso di formazione professionale o partecipare ad un master (come quelli per designer d’interni o di grafica per computer oppure per imparare le tecniche di un mestiere), accresci la tua qualificazione e, dunque, le possibilità di incrementare il tuo reddito: se il corso è ben scelto e lo frequenterai con dedizione, probabilmente quell’investimento sarà abbondantemente ripagato, quando ti consentirà di trovare un lavoro che altrimenti non avresti ottenuto.

Così nel primo caso ti impoverisci anche se ti sembra di aver ricevuto un vantaggio tangibile, nel secondo caso ti arricchisci, anche se non subito e la percezione di questo risultato non è immediata. Ma gli effetti nel lungo periodo sono prevedibili in partenza e quindi puoi stimare subito l’impatto che la tua decisione di indebitarti oggi avrà sul tuo domani.

La decisione di spesa e di indebitamento va compiuta considerando gli effetti che produce nel lungo termine: comprando quella casa con il mutuo bancario, quella barca o autovettura con il prestito della società finanziaria, quell’impianto produttivo con il credito agevolato, al termine del piano di rimborso, cioè fra uno, cinque, dieci o vent’anni, sarai più ricco o più povero? A parte i beni indispensabili e necessari, come l’acquisto della casa in cui abiti e dell’autovettura che ti serve per spostarti, tutte le decisioni di impiego di denaro vanno prese ragionando in questo modo, seguendo una logica finanziaria.

In estrema sintesi, il debito cattivo è quello che ti toglie soldi dalle tasche, il debito buono è quello che alla fine te ne dà più di quelli che hai preso in prestito.

Gli imprenditori di successo conoscono bene il concetto e cercano di fare sempre debito buono, quello che li aiuta a costruire un  beneficio economico futuro che ha un valore notevolmente più grande di quello del finanziamento ottenuto e degli interessi da pagare per restituirlo.

Apple ha un indebitamento di oltre 8 miliardi di dollari eppure va a gonfie vele perché i suoi investimenti sono redditizi. Crea nuovi prodotti, espande le sue quote di mercato, vende parecchio in tutto il mondo e produce grandi profitti. Non conta quindi il debito accumulato, ma la ricchezza che esso genera.

Perciò indebitarsi per comprare capannoni, macchinari, attrezzature e impianti produttivi è una scelta saggia perché – se si opera nel settore giusto e si è capaci – il ritorno finale dell’investimento supererà abbondantemente il costo del prestito.

Quasi tutte le grandi aziende mondiali hanno una posizione finanziaria netta molto sbilanciata, con le spese di rimborso dei debiti accumulati che spesso superano il valore dei ricavi correnti, ma in questo modo riescono a sopravvivere e ad espandersi in un mondo che cambia di continuo e richiede grossi investimenti nella ricerca di nuovi prodotti e metodi produttivi.

A un livello più piccolo, pensa a un costruttore immobiliare che, grazie a un mutuo bancario, finanzia la costruzione di villette a schiera che potrà rivendere a un prezzo ben maggiore del costo del finanziamento da restituire. Se, invece, chiedesse un prestito per acquistare un’autovettura di grossa cilindrata, consumerebbe ricchezza invece di produrla. Potrà farlo un domani, con l’eccedenza, quando i ricavi accumulati gli garantiranno un profitto anche per queste soddisfazioni, ma non prima di quel momento.

Può sembrare il discorso della cicala e della formica, ma nella realtà finanziaria a tutti i livelli le cose funzionano in questo modo, con l’aggiunta che quello che conta non è soltanto il risparmio o l’accumulo (di soldi in banca, di macchine in garage o di grano nei magazzini), ma è soprattutto il corretto impiego dei beni produttivi.

Il denaro rientra tra questi: non va considerato come qualcosa che si spende per acquistare beni o servizi ma come un fattore produttivo di ricchezza. È questo il ribaltamento di mentalità necessario per capire quanto si può perdere, o guadagnare, a seconda del modo di impiegare i soldi; e quelli ricevuti in prestito non sono gratis, ma costano parecchio, anche quando le conseguenze sono diluite nel tempo e la rata da pagare sembra accessibile.

A livello macro, nella politica economica degli Stati, le cose vanno alla stessa maniera. «La ricostruzione, essenziale per ridare certezza a famiglie e imprese, sarà inevitabilmente accompagnata da stock di debito destinati a rimanere elevati a lungo. Questo debito, sottoscritto da Paesi, istituzioni, mercati e risparmiatori, sarà ‘buono’ se utilizzato a fini produttivi ad esempio investimenti nel capitale umano, nelle infrastrutture cruciali per la produzione, nella ricerca ecc. La sua sostenibilità verrà meno se invece verrà utilizzato per fini improduttivi, e allora sarà considerato ‘debito cattivo’», ha detto Mario Draghi.

Allora, seguendo la spiegazione dell’esperto banchiere, c’è un modo efficace per distinguere il debito buono dal cattivo: il debito buono si riconosce dal fatto che aumenta l’espansione e le possibilità di sviluppo, crea opportunità di guadagno e realizza investimenti in beni durevoli o commerciabili che, alla lunga, producono un ritorno ben maggiore dei soldi spesi o presi in prestito inizialmente.

Tutto questo può avvenire nei modi più vari: per una nazione potrà trattarsi di un incremento della spesa per investimenti nella sanità o nell’ambiente, che produrrà vantaggi durevoli in termini di salute; per un imprenditore può essere la creazione di un’azienda produttiva, l’apertura di un’attività commerciale o di un nuovo ramo; per un professionista l’apertura di un nuovo studio in una posizione vantaggiosa; per un privato l’acquisto di una casa da mettere a reddito affittandola in modo da ottenere un reddito almeno pari a quello del costo del mutuo, delle tasse e di tutte le spese per la gestione dell’immobile.

Il debito cattivo, invece, è quello fatto per spese che non risolvono i problemi finanziari ma soddisfano un’esigenza contingente: a conti fatti avrai ottenuto un bene o un servizio, anche utile e piacevole, ma avrai sostenuto una spesa senza che quei soldi abbiano prodotto ricchezza.

Il flusso delle uscite è modesto, il beneficio è tangibile, ma alla fine non rimane nulla, se non l’uscita monetaria e, cosa ancor più grave, il costo delle opportunità perdute attraverso gli impieghi alternativi e ben più profittevoli che quelle somme avrebbero potuto avere.

Per questo, il monito di Draghi è rivolto contro l’assistenzialismo e la logica dei bonus, che possono servire per tamponare l’emergenza ma non certo per favorire la ripresa e l’uscita dalla crisi.

Tendenzialmente, gli investimenti in ricerca, innovazione, istruzione, formazione e sviluppo sono debito buono perché accrescono il capitale umano e le infrastrutture produttive e così creano le basi per incrementare il Pil e dunque per aumentare la ricchezza del Paese; in questo modo, agendo sul denominatore, si riduce anche il rapporto tra debito e Pil che oggi sfiora il pericoloso livello 160%.

Il ministro dell’Economia e Finanze, Roberto Gualtieri, sembra aver raccolto la sfida quando dice: «Sono d’accordo al 100% con Mario Draghi, rispetto alla sfida del cambiamento dobbiamo utilizzare le risorse, il debito comune, per fare dei progetti che abbiano un impatto strutturale sulle grandi criticità del Paese. Abbiamo già raccolto 534 progetti dai ministeri e ci apprestiamo a raccogliere altri da enti territoriali, forze politiche ed economiche. Non realizzeremo progetti che fanno debito cattivo, ma solo progetti che incidano su grandi nodi, assi, colli di bottiglia strutturali».

Quindi, concludendo, il discrimine tra l’uno e l’altro tipo di debito è, in estrema sintesi, la capacità di creare futuro, soprattutto per i giovani, in termini di opportunità di lavoro e di crescita. Se le risorse vengono sprecate per esigenze immediate ed effimere, questo risultato non si ottiene; altrimenti, quando vengono bene impiegate, aumentano le probabilità di successo e di benessere a lungo termine.

Serve perciò a tutti i livelli – a casa propria come nel governo del Paese – una visione di medio e lungo periodo che non badi solo alla spesa più o meno modesta e sopportabile, al basso tasso di interesse e al soddisfacimento immediato. I veri ricchi sanno che ogni decisione di spesa va presa in termini di rendimento e di profitto e che prendere denaro in prestito aumenta la redditività se si sceglie il modo giusto di impiegarlo.



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