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La divisione dell’eredità tra i figli

23 Agosto 2020
La divisione dell’eredità tra i figli

Quali regole devono rispettare i fratelli nella divisione del patrimonio del genitore defunto?

La divisione dell’eredità tra i figli – ossia tra i fratelli dello stesso genitore – genera spesso attriti e litigi che sfociano in lunghi giudizi in tribunale. Si tratta di cause che, il più delle volte, non terminano prima di cinque anni e che possono costare svariate migliaia di euro.

Per questo motivo, conoscere le regole che disciplinano la divisione dell’eredità tra i fratelli può aiutare a prevenire i contrasti in famiglia: è proprio dalla consapevolezza dei propri diritti e doveri che, infatti, parte il primo e più importante disincentivo al contenzioso. 

Qui di seguito analizzeremo alcune delle regole principali, anche al fine di rompere quei luoghi comuni che, molto spesso, si formano in materia di successione. Ma procediamo con ordine.

Divisione dell’eredità: tra quali figli?

Tutti i figli concorrono, con pari diritti, alla divisione dell’eredità del genitore. Ciò vale quindi sia per quelli nati da precedenti matrimoni che per quelli derivati da convivenze o da unioni occasionali. In più la legge ha cancellato ogni distinzione tra figli adottivi e non.

Un uomo ha un figlio dalla prima moglie. Dopo il divorzio ha un secondo figlio da una compagna. Alla morte del padre comune, i due fratellastri hanno gli stessi diritti sul suo patrimonio. 

Si può diseredare un figlio?

Fuori dai casi di indegnità a succedere (che si verifica solo al compimento di reati particolarmente gravi commessi nei confronti del defunto), un genitore non può mai diseredare un figlio. Tuttavia ciò non significa che il suo patrimonio debba essere, per forza, diviso per quote uguali tra i vari figli. Come vedremo a breve, infatti, la legge prescrive solo che ogni figlio abbia una percentuale minima del patrimonio del genitore (la cosiddetta legittima): una volta soddisfatta quest’ultima, il figlio non può recriminare null’altro. Eventuali ulteriori concessioni fatte dal padre o dalla madre in favore di uno o più figli non possono essere contestate. Dunque è ben possibile una disparità di trattamento tra figli.

Il testamento deve citare per forza tutti i figli?

Non è detto che il testamento del genitore debba citare per forza tutti i figli. Questo perché se uno di questi ha già ricevuto, dal proprio genitore, quando era in vita, donazioni pari alla quota di legittima riservatagli dalla legge, non può chiedere altro dopo la sua morte. 

Non si tratta quindi di una forma di diseredazione ma di anticipazione dell’eredità fatta tramite donazioni. 

Dunque, il patrimonio del genitore in favore dei figli non deve essere diviso – seguendo le quote di legittima – necessariamente alla sua morte, potendo tale operazione essere anticipata anche in vita tramite le donazioni.

Un genitore ha due figli. Finché è in vita, ad uno elargisce una serie di donazioni di consistente valore economico. All’altro però, alla sua morte, lascia la sua unica casa. In questa ipotesi il testamento è valido perché la quota di legittima spettante al primo figlio è stata “saturata” con le precedenti donazioni.

Quali sono le quote di legittima dei figli?

Il problema della legittima – ossia delle quote minime del patrimonio riservate ai figli – si pone solo in presenza di un testamento. Se infatti il testamento non dovesse esistere o dovesse essere dichiarato nullo, allora tutto il patrimonio del genitore verrebbe diviso secondo le quote prestabilite dal Codice civile.

Qui di seguito vedremo quali sono le quote che spettano ai vari figli con o senza testamento.

Divisione dell’eredità tra i figli con testamento

In presenza di un genitore superstite e di un solo figlio, quest’ultimo ha diritto a una quota legittima pari a un terzo (1/3) del patrimonio del defunto. Al coniuge superstite spetta un altro terzo dell’eredità. Il testatore può assegnare il residuo patrimonio a chi vuole, anche al solo figlio.

In presenza di un genitore superstite e di due o più figli, a questi ultimi spetta la metà del patrimonio divisa per quote uguali. Al coniuge va solo 1/4 dell’eredità. Il residuo 1/4 dell’eredità può essere liberamente assegnato dal testatore a chi vuole.

In assenza del genitore, ai figli spetta una legittima pari ai due terzi (2/3) dell’eredità, divisa per quote uguali.

Divisione dell’eredità tra figli senza testamento

Se il defunto lascia un coniuge e un figlio, al coniuge va la metà dell’eredità più il diritto di abitare la casa familiare; al figlio l’altra metà dell’eredità.

Se il defunto lascia un coniuge e due o più figli, al coniuge va 1/3 dell’eredità più il diritto di abitare la casa familiare; ai figli gli altri 2/3 dell’eredità.

Come si fa a riconoscere un testamento falso?

Per riconoscere un testamento olografo falso, scritto cioè non dal genitore, si fa ricorso a perizie calligrafiche basate sul confronto con le precedenti scritture redatte dal defunto. È chi contesta la validità del testamento a dover dimostrare la sua falsità. L’impugnazione va fatta entro 5 anni.

Come contestare un testamento?

Ci sono diversi modi per contestare un testamento. Uno di questi è quando il testamento è superato da uno ulteriore con data successiva ad esso. L’ultimo testamento infatti toglie valore ai precedenti. 

Però ben potrebbe intervenire un successivo testamento per regolare in modo difforme solo la successione su determinati beni, senza citare gli altri beni che, pertanto, verrebbero divisi secondo la volontà espressa nel precedente testamento.

Un secondo modo per contestare il testamento è quando questo lede le quote di legittima. In tali casi ci sono 10 anni dal decesso per agire in tribunale.

Se infine il testamento è stato redatto dal genitore quando era incapace di intendere e volere per una grave disabilità tale da togliergli il discernimento, ci sono 5 anni per l’impugnazione.



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