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Pacs: come scrivere un patto di convivenza per coppie di fatto

19 Novembre 2013
Pacs: come scrivere un patto di convivenza per coppie di fatto

I partner possono stipulare un’intesa per disciplinare gli apporti economici prevedendo il regime patrimoniale sia durante l’unione che in caso di rottura.

Sono circa un milione, nel nostro Paese, le coppie conviventi non sposate: è quanto emerge dagli ultimi dati Istat.

Mentre i codici continuano a ignorarle, le coppie di fatto si sono imposte ai giudici che, con numerose sentenze, ne hanno ormai riconosciuto la piena dignità e la completa equiparazione alle coppie sposate.

Le convivenze – anche tra persone dello stesso sesso – sono considerate una di quelle formazioni sociali nelle quali si svolge la personalità dell’individuo, riconosciute e garantite dalla Costituzione [1]. La Consulta l’ha affermato in più occasioni [2] (sentenze 461 del 2000 e 140 del 2009), anche con riferimento alle coppie omosessuali [3].

In mancanza di previsioni da parte della legge, le situazioni di crisi possono essere prevenute stipulando un contratto di convivenza, vale a dire un contratto con il quale disciplinare le problematiche più frequenti da gestire nell’ambito di una convivenza. In particolare:

– gli apporti (patrimoniali, finanziari e lavorativi) di ogni convivente;

– la proprietà dei beni acquistati durante la convivenza;

– il mantenimento del convivente privo di risorse;

– l’uso dell’abitazione in cui la convivenza si svolge;

– la definizione dei rapporti in caso di cessazione della convivenza.

Come abbiamo anticipato in un precedente articolo (leggi “Pacs: coppie di fatto, ecco i nuovi contratti di convivenza”), il Consiglio nazionale del Notariato ha creato dei nuovi standard contrattuali per i patti di convivenza, che le coppie potranno andare a siglare direttamente presso il notaio a loro più vicino.

I contratti di convivenza non possono però garantire alle famiglie di fatto tutte le tutele previste, invece, dal matrimonio (vedi pensione di reversibilità nel caso di morte di uno dei coniugi o assegni di famiglia). Piuttosto, si tratta di uno strumento che consente di regolare i rapporti tra i conviventi.

I contributi

Nel rapporto tra conviventi il primo problema da gestire è quello dei rispettivi apporti in termini di reddito. Può infatti porsi il caso in cui vi siano situazioni di reddito diseguali tra i due conviventi o casi in cui uno dei due non abbia affatto entrate e sia disoccupato, contribuendo al ménage con il suo lavoro casalingo.

Se entrambi i conviventi contribuiscono con apporti in denaro, devono essere disciplinati almeno i seguenti aspetti: la periodicità degli apporti, la loro entità, il modo di raccoglierli (di solito, si apre un conto corrente apposito).

Le spese da finanziare

È poi fondamentale definire le spese che gli apporti debbono finanziare.

Si passa dalle spese ordinarie (per l’alimentazione di entrambi i conviventi, dei loro figli e dei loro ospiti occasionali; per la locazione dell’abitazione nella quale la convivenza si svolge; per le spese condominiali ordinarie; per l’erogazione di acqua, elettricità, gas, riscaldamento, servizi condominiali, telefono; per la pulizia e le riparazioni della casa, dei mobili e degli elettrodomestici; per il mantenimento, l’istruzione e l’educazione dei figli) alle spese straordinarie (spese condominiali straordinarie, di quelle relative all’abitazione di proprietà di uno dei conviventi oppure alla sostituzione di mobili ed elettrodomestici).

Le parti dovranno pattuire a chi devono fare carico tali spese: se a uno solo dei conviventi o a entrambi e, in quest’ultimo caso, in quote eguali o disuguali.

In caso di rottura della convivenza

Sotto questo profilo, anzitutto, si può pensare di pattuire che, alla cessazione della convivenza (per causa diversa dalla morte di uno dei conviventi), uno di essi debba versare all’altro, in considerazione del trascorso periodo di convivenza, una data somma, ad esempio:

– in misura percentuale rispetto al reddito imponibile del soggetto che è tenuto a questo pagamento quale risultante dall’ultima sua dichiarazione dei redditi;

– disponendo il pagamento per un determinato periodo di tempo (un’ipotesi plausibile può essere quella del pagamento per un periodo pari a quello di durata della convivenza);

– prevedendo che il pagamento possa essere erogato in un’unica soluzione annuale o che possa essere ripartito in rate (ad esempio mensili);

– indicando le concrete modalità di effettuazione del versamento (ad esempio, con assegno circolare o bonifico bancario diretto a un certo Iban).

Le parti non devono dimenticare di regolare la sorte dei beni acquistati durante la convivenza.

Se nel matrimonio legge dispone la presunzione di comproprietà di tutto ciò di cui non sia dimostrata l’appartenenza esclusiva di uno dei coniugi (a prescindere che i coniugi sia in comunione o separazione dei beni), ciò non vale per le coppie di fatto dove è tutto rimesso all’accordo tra le parti.

I conviventi, quindi, devono regolare tutto nel contratto di convivenza.

– possono immaginare pattuizioni che introducono una sorta di “comunione” tra i conviventi, nel senso di rendere comune a entrambi tutto ciò che sia comprato durante il periodo di convivenza;

– possono, al contrario, prevedere che ciascun convivente rimanga proprietario esclusivo dei propri acquisti durante la convivenza, il che richiede evidentemente la formazione di un inventario originario.


note

[1] Art. 2 Cost.

[2] Cass. sentt. n. 461/2000 e 140/2009.

[3] Cass. sent. n. 138/2010.


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1 Commento

  1. buona sera, io e il mio compagno vorremmo stipulare un contratto di fatto, un pacs. E’ possibile stipulare sul contratto un punto che conceda la riversibilità della pensione al convivente?(mio compagno lavora in proprio, e paga i contributi all’ordine degli ingegneri.) Infine, quanto costa la stipulazione del contratto (forma molto semplice) dal notaio? Non si puo fare gratuitamente al comune?

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