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Errata diagnosi medica: risarcimento

25 Agosto 2020
Errata diagnosi medica: risarcimento

Diagnosi sbagliata ritarda la guarigione: non c’è bisogno di un aggravamento della malattia per configurare la responsabilità medica. 

Il tema della responsabilità medica è tra i più delicati che il diritto conosca. E ciò per la necessità di dover bilanciare da un lato la tutela del paziente dagli errori dei sanitari e, dall’altro, il diritto/dovere di questi ultimi di svolgere serenamente le proprie funzioni, senza il timore di rispondere di qualsiasi evento che, nella varietà delle reazioni del corpo umano, potrebbe derivare dalla terapia.

Ecco perché la cosiddetta Legge Balduzzi prima e la Legge Gelli dopo, nel tentativo di limitare il proliferare di pretestuose richieste di risarcimento del danno, hanno confinato la responsabilità medica a tutti i casi in cui non vi sia il rispetto delle cosiddette linee guida e alle buone pratiche clinico-assistenziali.

Una recente sentenza della Cassazione [1] si è soffermata sul problema della errata diagnosi medica e del conseguente risarcimento che da ciò può scaturire. Secondo l’importante pronuncia – che segna un passo in avanti verso la tutela del malato – il medico è responsabile non solo quando la diagnosi è completamente sbagliata e ciò determina un aggravamento nella condizione del paziente (si pensi a chi, ad esempio, ha un cancro che non gli viene diagnosticato per tempo, sicché è costretto a ricorrere alla chemioterapia piuttosto che a una terapia farmacologica), ma anche quando l’errore determina un semplice ritardo nella guarigione. 

Nel commentare la sentenza appena citata cercheremo di fornire anche le indicazioni pratiche in merito all’attuale concezione del diritto al risarcimento per errata diagnosi medica. Ma procediamo con ordine.

Diagnosi sbagliata: quando c’è il diritto al risarcimento?

A differenza della mancata guarigione, che può essere determinata non solo da colpa del medico, ma anche da eventi imprevedibili ed estranei alla sua sfera (è difatti “soggettiva” la riposta che spesso il corpo del malato dà a un intervento chirurgico o ad un farmaco), l’errore nella diagnosi è un fatto facilmente documentabile che conduce inesorabilmente alla responsabilità professionale. 

Tuttavia il nostro diritto ammette la possibilità di pretendere il risarcimento solo se viene dimostrato un danno effettivo. Ebbene, la giurisprudenza si è data animo di chiarire quale possa essere il danno derivante da una diagnosi sbagliata. Esso è innanzitutto la mancata guarigione: si pensi a una persona che, curata a lungo con farmaci contro la gastrite, scopra dopo diverso tempo di essere invece affetta da tumore. 

Anche quando il male, seppur scoperto in tempo, non sia tale da lasciare scampo al paziente, l’errata diagnosi può essere fonte di responsabilità tutte le volte in cui un tempestivo intervento avrebbe allungato le aspettative di vita del malato [2].

Secondo la giurisprudenza, in tema di responsabilità per omessa/inesatta diagnosi,«dà luogo a danno risarcibile l’errata esecuzione di un intervento chirurgico praticabile per rallentare l’esito certamente infausto di una malattia, che abbia comportato la perdita per il paziente della “chance” di vivere per un periodo di tempo più lungo rispetto a quello poi effettivamente vissuto» [3].  

L’aggravamento di una malattia comunque curabile, determinato dalla diagnosi errata, è un altro danno che può determinare il diritto al risarcimento. Come detto, per la giurisprudenza, è responsabile il medico che sbaglia referto, impedendo al paziente di ottenere subito una terapia e/o un trattamento più logico e mirato, con conseguente guarigione in tempi più celeri.

Guarigione allungata: il medico risarcisce i danni

Nell’approfondire l’ultimo punto appena trattato, veniamo così a illustrare la più recente sentenza della Cassazione. Secondo i giudici supremi, ogni condotta colposa del medico che comporti un ritardo nel tempo necessario alla guarigione, anche se non produce un aggravamento della malattia, costituisce reato. 

Ai fini penali, quindi basta la semplice dilatazione del periodo necessario al raggiungimento della stabilizzazione dello stato di salute. 

Secondo gli Ermellini, si può considerare “malattia” non solo l’aggravamento della lesione, ma anche il prolungamento del tempo necessario per la sua riduzione o per la sua definitiva guarigione [4]. Da ciò deriva quindi l’incriminazione penale per il medico e il diritto al risarcimento per il paziente.

Malformazioni neonato

Un tema particolarmente delicato nell’ambito della responsabilità medica e, più in particolare, nella diagnostica, è legato all’omessa comunicazione, ai genitori di un bambino ancora nel grembo materno, di eventuali malformazioni o patologie che questi potrebbe avere. Qui si cerca di tutelare il diritto di padre e madre di optare per la volontaria interruzione della gravidanza. In proposito la Cassazione [5] ha detto che «la prova che a una corretta diagnosi di malformazioni fetali avrebbe fatto seguito l’interruzione volontaria della gravidanza, necessaria all’accoglimento della pretesa risarcitoria della madre per nascita indesiderata di un figlio menomato, è raggiungibile in via presuntiva. Per giudicare dell’assolvimento del relativo onere deve procedersi, in base ai fatti di causa, a una valutazione quantitativa di probabilità».

La sentenza in commento distingue due possibili danni conseguenti alla omessa diagnosi di malformazioni fetali: il danno da nascita indesiderata ed il danno da violazione del diritto ad essere informati sulle condizioni di salute del concepito. Inoltre a proposito della violazione del diritto alla informazione la Corte di legittimità ha premura di precisare che esso è idoneo a rappresentare un danno diverso rispetto a quello che deriva dalla violazione del diritto alla salute come conseguenza della esecuzione negligente di una prestazione medica.

In sostanza, quindi, la presenza di malformazioni del feto e la omessa informazione alla gestante, provocano oltre al “danno da nascita indesiderata”, anche il “danno da omessa diagnosi della malformazione fetale”.

Il danno da nascita indesiderata è disciplinato da regole probatorie diverse rispetto al danno da mancata informazione della malformazione fetale.


note

[1] Cass. sent. n. 5315/2020.

[2] Cass. sent n. 16919/2018.

[3] Trib. Rieti, sent. n. 82/2020.

[4] Nel ricorso in Cassazione la questione ha riguardato quindi se il solo ritardo nella guarigione considerarsi possa essere equiparato alla malattia. Secondo gli Ermellini è possibile sulla base di una interpretazione più moderna del concetto di malattia – più aderente alla nozione della scienza medica che non può limitarsi a ritenere rilevanti le sole alterazioni anatomiche.

[5] Cass. sent. n. 16892/2019.

Autore immagine: it.depositphotos.com


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