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5G: a che punto è l’Italia

26 Agosto 2020 | Autore:
5G: a che punto è l’Italia

Di Maio tende la mano al ministro degli Esteri cinese: sì ad accordi economici, ma la sicurezza del Paese resta al primo posto.

Sarà pure il rappresentante della diplomazia di Pechino. Ma di diplomatico, il ministro degli Esteri e consigliere di Stato cinese, Wang Yi, ha dimostrato di avere soprattutto la carica. Durante la sua visita a Roma, prima tappa della tournée europea che lo porterà a visitare Francia, Germania, Olanda e Norvegia, il capo degli Esteri asiatico non ha risparmiato delle frecciate ben mirate all’indirizzo degli Stati Uniti: pur senza mai citare Washington o il presidente americano Donald Trump, Yi ha criticato «il vento di unilateralismo e di guerra fredda che soffia nel mondo» e le «provocazioni e i danneggiamenti delle forze esterne» che hanno interessato i rapporti tra la Cina e l’Unione europea. Alla quale Yi ha invitato a «tutelare la catena industriale di approvvigionamento».

Un preambolo necessario per il diplomatico cinese per «tenersi buoni» gli interlocutori italiani: individuato altrove il nemico, si può stringere la mano dell’amico (o meglio, sfiorare il gomito, viste le norme di sicurezza sul coronavirus) e tentare di difendere i propri interessi facendo qualche affare. Al momento, il più urgente da rafforzare è quello che gira attorno al 5G. Alla Cina preme sapere che in Europa non avrà la stessa ostilità dimostrata prima da Trump e poi dal premier britannico Boris Johnson quando si butterà nel mercato del 5G con Huawei, il colosso asiatico messo al bando negli Usa e nel Regno Unito.

La risposta che Yi ha ottenuto dal suo omologo italiano Luigi Di Maio durante il colloquio di ieri a Villa Madama è stata assai diplomatica. Il capo della Farnesina ha definito la Cina «un attore ineludibile dello scenario internazionale», mentre «l’Italia è per costruire ponti, non muri». Anche questo, per Di Maio, era un preambolo necessario, questa volta seguito da un importante «ma»: il nostro ministro degli Esteri ha voluto ribadire che «la nostra appartenenza alla Ue e alla Nato è più forte che mai». Come a dire: di accordi economici possiamo parlare, ma le alleanze non si toccano. Infatti, ha aggiunto poi Di Maio, «sul 5G l’Italia è aperta a ogni possibile investimento funzionale alla crescita e all’occupazione, ma sempre in linea con gli standard di sicurezza nazionale e nell’ambito di un quadro europeo».

Di Maio sapeva che il suo discorso era come una camminata sui carboni ardenti, anche perché sentiva puntati addosso non soltanto gli occhi di Wang Yi ma anche quelli degli esponenti italiani della maggioranza e dell’opposizione. La Lega chiede un «no» definitivo al 5G cinese, mentre Fratelli d’Italia chiede al ministro di abbandonare l’ambiguità e di dire con chiarezza che cosa intende fare il Governo. Più esplicita Forza Italia, per bocca della capogruppo al Senato Anna Maria Bernini: «I governi a guida grillina ci stanno trasformando in una colonia cinese nel Mediterraneo. In questo senso il silenzio su Huawei e il 5Gassume contorni inquietanti».

Nella maggioranza, è il Pd a ricordare che «sulla scorta delle recenti disposizioni legislative varate da Governo e Parlamento italiano in materia di cybersicurezza e golden power, le pur significative esigenze commerciali e di mercato non possono prevalere su quelle che attengono alla sicurezza nazionale, ove queste siano messe in pericolo».



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