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Trasformazione contratto lavoro nelle società a partecipazione pubblica

5 Settembre 2020
Trasformazione contratto lavoro nelle società a partecipazione pubblica

Dal 2012 ad oggi ho lavorato per conto di una società che gestisce aree di sosta e varie, con contratti a 6 mesi full time arrivando a maturare più di 36 mesi presso suddetta società, con chiamata a scorrimento di graduatoria e ancora sta andando avanti. Quest’anno hanno indetto un bando di concorso per l’assunzione di 10 unità a tempo indeterminato senza dare nessunissima priorità a noi “anziani”. Sono qui per chiedere  se ci sono gli estremi per essere assunto direttamente. 

Da quanto si evince, la Sua datrice di lavoro è una società in house e, quindi, concernente un ambito di diritto pubblico. Molto si è dibattuto in giurisprudenza circa il rapporto di queste società con il diritto del lavoratore: mentre alcune pronunce tendono ad estromettere le società in house dalla normativa privata prevista a tutela dei lavoratori, altre, invece, tendono ad avere un orientamento più tutelante in tal senso.

Chi è a sfavore dell’applicabilità della conversione del contratto a tempo determinato, si sofferma sul dettato di cui all’art. 18 del D.L. n. 112/2008, convertito dalla L. n. 133/2008, con il quale il legislatore ha imposto alle società a totale partecipazione pubblica di adottare metodi di reclutamento del personale nel rispetto dei criteri di trasparenza, pubblicità e imparzialità.

Chi è a sostegno della convertibilità, si sofferma sulla regola generale per cui il contratto di lavoro a termine costituisce sempre eccezione rispetto alla regola costituita dal contratto a tempo indeterminato.

Dalla direttiva Europea 28 giugno 1999 n. 70 e dall’allegato accordo del 18 marzo 1999, soprattutto dal preambolo, risulta infatti che i contratti a tempo indeterminato sono e continueranno ad essere la forma generale di rapporto di lavoro anche se in talune circostanze, ossia eccezionalmente, quelli a termine possono meglio corrispondere ai bisogni dei datori o dei prestatori di lavoro. Per tale motivo, occorrerebbe sanzionare anche gli operatori di natura pubblica con l’eventuale conversione del rapporto lavorativo.

Ad avviso di chi scrive, la giurisprudenza sfavorevole alla conversione in contratto a tempo indeterminato sembra essere più coerente con la volontà legislativa.

Difatti, ferma la natura privatistica dei rapporti di lavoro, le società a partecipazione pubblica devono attenersi ai vincoli procedurali imposti alle amministrazioni pubbliche nella fase del reclutamento del personale, secondo criteri di merito e trasparenza, quali sono per l’appunto le assunzioni tramite concorso pubblico.

Anche la Corte Costituzionale n. 466/1993 ha avuto modo di precisare come la natura privatistica delle società partecipate non esclude i vincoli pubblicistici cui le stesse devono conformarsi.

Secondo il ragionamento dei giudici costituzionali, dunque, la natura privatistica delle società partecipate riveste un carattere meramente formale, dovendo ritenersi comunque applicabile alle stesse l’art. 97 Cost. del quale l’art. 18 D.L. n. 112/2008 costituisce attuazione, vincolando il legislatore regionale ai sensi dell’art. 117 Cost..

Pertanto, una volta affermato che per le società a partecipazione pubblica il previo esperimento delle procedure concorsuali e selettive condizioni la validità del contratto di lavoro, non può che operare il principio secondo cui anche per i soggetti esclusi dall’ambito di applicazione dell’art. 36 D.Lgs. n. 165/2001 la regola della concorsualità imposta dal legislatore, nazionale o regionale, impedisce la conversione in rapporto a tempo indeterminato del contratto a termine affetto da nullità.

In ogni caso, è da verificare se i vari contratti reiterati siano stati sempre accompagnati da una ragione giustificatrice del contratto a termine. L’espresso richiamo è, infatti, necessario onde permettere in ogni caso il controllo giudiziario sull’operato delle parti, mentre il loro silenzio in proposito permetterebbe il mero arbitrio delle medesime, ed in particolare del datore di lavoro che del termine si giova sul piano economico.

In difetto, si potrebbe sempre ottenere un risarcimento del danno patito dall’illecita reiterazione contrattuale subita.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avvocato Salvatore Cirilla



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