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Cosa succede se la polizia ti prende i dati

31 Agosto 2020 | Autore:
Cosa succede se la polizia ti prende i dati

Precedenti di polizia e centro elaborazione dati: per quanto tempo le informazioni prese dalle autorità restano a loro disposizione? Quali sono le conseguenze?

A tutti è capitato di essere fermati dalle forze dell’ordine, soprattutto durante un normale controllo mentre si è alla guida della propria autovettura. In quest’ultimo caso, la procedura è la solita: patente, libretto ed, eventualmente, certificato d’assicurazione. Quando non si è in auto, invece, polizia e carabinieri non possono chiedere alcun documento, ma possono ugualmente chiedere le generalità, con conseguente obbligo per le persone fermate di fornirle, pena il reato. Cosa succede se la polizia ti prende i dati?

Con questo articolo analizzeremo le possibili conseguenze della raccolta dei dati da parte della polizia. Non si tratta di precedenti penali o di indagini in corso; si tratta di sapere che fine fanno e per quali scopi vengono usate le informazioni che gli organi di polizia raccolgono durante la loro attività di routine. Pensa appunto ai controlli della polizia stradale: nonostante sia tutto in regola, gli agenti provvedono comunque a prendere i dati della persona fermata. Perché? A cosa servono? Come ti spiegherò, tutte le informazioni acquisite dalle autorità fanno parte dei cosiddetti precedenti di polizia, da non confondersi con i precedenti penali veri e propri.

Centro elaborazione dati: cos’è?

Tutti i dati che la polizia acquisisce durante la propria attività finiscono nel centro elaborazione dati (cosiddetto Ced). Di cosa si tratta?

Il centro elaborazione dati è l’enorme database in cui le autorità fanno confluire tutte le informazioni raccolte nello svolgimento dei propri compiti. Non si tratta soltanto delle notizie apprese durante il compimento di indagini, ma anche di quelle di cui si è avuta conoscenza effettuando normali controlli di routine (controllo di patente e libretto mentre si è in auto, ad esempio).

In pratica, in questa enorme banca dati confluiscono tutti i dati raccolti dalla polizia. Come ti spiegherò nel prossimo paragrafo, le notizie “negative” (guida in stato di ebbrezza, sanzioni amministrative, denunce, ecc.) rappresentano i precedenti di polizia.

Precedenti di polizia: cosa sono?

I dati raccolti dalle forze dell’ordine costituiscono i cosiddetti precedenti di polizia. In pratica, tutto ciò che confluisce nella banca dati della polizia forma un precedente di cui l’autorità pubblica può prendere visione accedendo al database.

A differenza dei precedenti penali, i quali sono costituiti solamente dalle condanne definitive, nei precedenti di polizia sono raccolte tutte le informazioni che riguardano un singolo soggetto, dalla sanzione amministrativa sino alla denuncia penale successivamente archiviata.

Precedenti di polizia: quali sono?

Rientrano tra i precedenti di polizia di cui le forze dell’ordine possono prendere visione mediante consultazione del centro elaborazione dati:

  • le sanzioni amministrative. Pensa, ad esempio, alla conducente trovato alla guida con un tasso alcolemico ricompreso tra 0,5 e 0,8 grammi per litro (g/l). in questo caso non scatta il reato, ma la sanzione amministrativa. Oppure, pensa a colui che è trovato a fumare uno spinello: poiché la droga per uso personale non è reato, anche in questa evenienza c’è solo l’illecito amministrativo;
  • i controlli di polizia per la tutela dell’ordine pubblico (per esempio, quando per schiamazzi notturni alcuni soggetti vengono controllati dalle forze dell’ordine);
  • le informazioni raccolte durante l’attività di prevenzione e repressione della criminalità;
  • le indagini di polizia conseguenti a denunce o querele;
  • le sentenze o i provvedimenti dell’autorità giudiziaria (decreto penale di condanna, ecc.).

Avrai dunque compreso come i precedenti di polizia siano molto più vasti dei semplici precedenti penali.

Cosa succede se la polizia ti prende i dati?

Se la polizia ti prende i dati, durante un semplice controllo oppure durante un’indagine, questi finiranno inevitabilmente all’interno del centro elaborazione dati e saranno consultabili da qualsiasi membro delle forze dell’ordine.

I tuoi dati personali, in riferimento a tutto ciò che può riguardare una sanzione amministrativa ma anche una denuncia successivamente archiviata o un semplice controllo alla guida, saranno dunque a disposizione della polizia, la quale potrà sapere se in passato sei stato trovato con uno spinello oppure se sei stato querelato, anche se poi il caso si è concluso con l’archiviazione oppure l’assoluzione.

Dati raccolti dalla polizia: a cosa servono?

Giunti sin qui, è facile comprendere a cosa servano i dati raccolti dalla polizia. La banca dati a disposizione delle forze dell’ordine serve per favorire i controlli da parte dell’autorità di pubblica sicurezza. Facciamo un esempio.

Mettiamo il caso che la polizia ti fermi mentre sei alla guida della tua auto. È tutto perfettamente in regola ma la polizia, accedendo telematicamente alla banca dati con i tuoi precedenti, scopre che non molto tempo prima sei stato sanzionato perché trovato in possesso di marijuana. In un caso del genere, la polizia, se nutre dei sospetti, potrà procedere a perquisizione personale o a perquisizione dell’autovettura.

Secondo la legge [1], infatti, per la prevenzione e la repressione del traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope, le autorità possono procedere in ogni luogo al controllo e all’ispezione dei mezzi di trasporto, dei bagagli e degli effetti personali quando hanno fondato motivo di ritenere che possano essere rinvenute sostanze stupefacenti o psicotrope.

I dati raccolti dalla polizia servono dunque ad aiutare le forze dell’ordine nella loro attività di controllo, prevenzione e repressione dei crimini.

Datore di lavoro: può accedere ai precedenti di polizia?

I precedenti di polizia sono consultabili solo dalle forze dell’ordine. Dunque, se sei stato fermato alla guida della tua vettura con un tasso alcolemico che comporta solamente una sanzione amministrativa, puoi stare tranquillo che la tua fedina penale rimarrà immacolata e, pertanto, non avrai problemi con il datore di lavoro.

I precedenti di polizia possono invece costituire un problema nel caso di partecipazione a determinati concorsi pubblici. È il caso dei concorsi per accedere in una delle forze di polizia. In questi casi vengono svolti degli accertamenti circa la sussistenza del requisito delle qualità morali e personali. Un’iscrizione pregiudizievole presso una banca dati potrebbe essere ovviamente negativa all’ammissione al concorso pubblico.

Precedenti di polizia e porto d’armi

I precedenti di polizia potrebbe costituire un problema anche per ottenere la licenza del porto d’armi. Come ha precisato la giurisprudenza [2], la legge sconsiglia che le autorizzazioni di questo genere vengano rilasciate a soggetti che, per i loro comportamenti pregressi, denotino scarsa affidabilità sul loro corretto uso, potendo in astratto costituire un pericolo per la incolumità e per l’ordine pubblico.

Se, dunque, i precedenti comportamenti del richiedente il porto d’armi sono idonei ad evidenziare una personalità violenta, incline a risolvere situazioni di conflittualità anche con ricorso alle armi, allora l’autorità pubblica dovrà negare il rilascio della licenza.

È chiaro dunque che, anche se una persona è incensurata perché non ha condanne penali, un controllo all’interno delle banche dati della polizia potrebbe far emergere elementi che sconsigliano il rilascio del porto d’armi.

Pensa, ad esempio, a chi sia stato denunciato più volte per aggressioni e lesioni personali, ma l’abbia sempre scampata per prescrizione del reato. Formalmente la fedina penale è intatta, ma i precedenti di polizia diranno tutt’altro.

Precedenti di polizia e minorenni

I precedenti di polizia possono essere comunicati ai genitori se i dati raccolti riguardano minorenni che hanno commesso qualche violazione di legge.

Ad esempio, se un minore è sorpreso a fumare della marijuana, si innesca un procedimento amministrativo che può portare il prefetto, qualora ciò non contrasti con le esigenze educative del minore, a convocare direttamente i genitori o chi esercita la potestà.

Si tratta di una regola che vale per qualsiasi tipo di infrazione. Ad esempio, il minore che viaggia in motorino senza il casco e viene fermato dalla polizia verrà multato, ma l’obbligo di pagare la sanzione grava sui genitori, tant’è vero che nel verbale devono essere indicate le loro generalità (a questo proposito, leggi l’articolo “Multa a minorenne“).

Non v’è invece ragione di comunicare ai genitori del minorenne i controlli che hanno esito positivo e che pure finiscono nella banca dati della polizia. E così, se il minore sul motorino è in regola, la polizia annoterà il controllo ma non comunicherà nulla ai genitori.

Dati raccolti dalla polizia e privacy

L’attività di raccolta dati della polizia contrasta con la privacy? Assolutamente no. Secondo la legge [3], la raccolta dei dati personali per finalità di polizia è lecita, purché ovviamente i dati vengano trattati per soli fini istituzionali, senza che gli stessi vengano diffusi illecitamente per scopi estranei a quelli tipici delle forze dell’ordine (prevenzione e repressione degli illeciti).

Per la precisione, secondo la legge [4],  i trattamenti di dati personali si intendono effettuati per le finalità di polizia quando sono direttamente correlati all’esercizio dei compiti di polizia di prevenzione dei reati, di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica, nonché di polizia giudiziaria per la prevenzione e repressione dei reati.

È inoltre compatibile con le finalità di polizia anche il trattamento per finalità storiche, scientifiche e, previa trasformazione in forma anonima, per finalità statistiche, anche per le esigenze di analisi dei fenomeni criminali e dei risultati dell’azione di contrasto al crimine, nonché dell’attività di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica.

Ma non solo: come spiegato nell’articolo “Cosa succede se i carabinieri ti prendono i dati“, rifiutare di fornire le proprie generalità può costituire perfino un reato. Vediamo di cosa si tratta.

Rifiuto di fornire i dati alla polizia: è reato?

Il rifiuto di fornire i propri dati alla polizia è un reato. Per la precisione, chi rifiuta di fornire ai pubblici ufficiali in servizio indicazioni sulla propria identità personale, rischia l’arresto fino a un mese o l’ammenda fino a 206 euro [4].

Al contrario, chi rifiuta di esibire patente e libretto rischia solamente una sanzione amministrativa fino a 345 euro.

Precedenti di polizia: per quanto tempo sono conservati?

Le informazioni che la polizia raccoglie nell’esercizio della propria attività restano nel centro elaborazione dati per un lungo periodo di tempo, che spesso può superare i venti anni.

Ad esempio, una sentenza di assoluzione va conservata al massimo per venti anni, mentre una di condanna per venticinque. Venti anni è anche il termine massimo di conservazione per i semplici controlli di polizia.

In linea generale, vale il principio secondo cui i dati personali oggetto di trattamento sono conservati per un periodo di tempo non superiore a quello necessario per il conseguimento delle finalità di polizia. In teoria, dunque, appena  dati raccolti dalla polizia non servono più, vanno subito cancellati.

Termini massimi di conservazione dei dati di polizia

Per evitare che i dati presi dalla polizia vengano conservati in eterno, la legge [5] individua i seguenti termini massimi di conservazione, suddivisi in relazione alla natura dei dati:

  • 20 anni dalla cessazione della loro efficacia, per quanto riguarda i dati relativi a provvedimenti di natura interdittiva, di sicurezza e cautelare, nonché a misure restrittive della libertà personale conseguenti ad una sentenza di condanna;
  • 25 anni dalla cessazione della loro efficacia, per quanto riguarda i dati relativi a misure di prevenzione di carattere personale e patrimoniale;
  • 3 anni dalla data di inoppugnabilità del provvedimento di annullamento, invalidazione o revoca, per i dati relativi a procedimenti, misure e provvedimenti su cui interviene una procedura di annullamento, invalidazione o revoca;
  • 8 anni dall’inoppugnabilità del provvedimento per i dati relativi a provvedimenti che dichiarano l’estinzione della pena o del reato;
  • 15 anni dall’ultimo trattamento, per quanto concerne i dati derivanti da attività informativa e ispettiva svolta per le finalità di polizia;
  • 20 anni dall’emissione del provvedimento di archiviazione, per i dati relativi ad attività di polizia giudiziaria conclusasi appunto con l’archiviazione;
  • 20 anni dal passaggio in giudicato della sentenza, se si tratta di dati relativi ad attività di polizia giudiziaria conclusa con sentenza di assoluzione o di non doversi procedere;
  • 25 anni dal passaggio in giudicato della sentenza, in riferimento ai dati relativi ad attività di polizia giudiziaria conclusa con sentenza di condanna;
  • 15 anni dall’ultimo trattamento, per i dati relativi ad attività di indagine o polizia giudiziaria che non hanno dato luogo a procedimento penale;
  • 5 anni dalla raccolta dei dati relativi ad attività di prevenzione generale e soccorso pubblico;
  • 20 anni dalla raccolta, in riferimento ai dati relativi a controlli di polizia;
  • 10 anni dall’elaborazione dell’analisi, per quanto riguarda i dati raccolti per l’analisi criminale e di prevenzione;
  • 30 dall’esecuzione, per quanto riguarda i dati relativi a provvedimenti di espulsione e rimpatrio di stranieri;
  • 5 anni dalla scadenza o dalla revoca del titolo, per i dati relativi a nulla osta, licenze, autorizzazioni di polizia;
  • 5 anni dalla cessazione della detenzione, per quanto riguarda i dati relativi alla detenzione delle armi o parti di esse, di munizioni finite e di materie esplodenti di qualsiasi genere;
  • 30 anni dalla scarcerazione a seguito di espiazione della pena in caso di condanna, per i dati relativi a persone detenute negli istituti penitenziari;
  • 5 anni dalla scarcerazione a seguito di decreto di archiviazione o non luogo a procedere o di sentenza di assoluzione;
  • 25 anni dalla scadenza del termine di efficacia della misura, in riferimento ai dati relativi a persone sottoposte a misure di sicurezza detentive;
  • 10 anni dall’ultimo trattamento per i dati relativi alla gestione delle attività operative;
  • 3 anni dalla raccolta, per i dati ottenuti mediante sistemi di ripresa fotografica, audio e video nei servizi di ordine pubblico e di polizia giudiziaria; 18 mesi dalla raccolta, invece, per i dati provenienti da sistemi di videosorveglianza o di ripresa fotografica, audio e video di documentazione dell’attività operativa. I termini di conservazione sono aumentati se i dati personali sono confluiti in un procedimento per l’applicazione di una misura di prevenzione o quando i dati personali sono confluiti in un procedimento penale.

Tutti i termini appena visti subiscono un aumento di due terzi se si tratta di dati raccolti nell’ambito di attività preventiva o repressiva relativa a delitti molto gravi, come ad esempio associazione per delinquere di stampo mafioso o associazione dedita al narcotraffico.

Inoltre, il capo dell’ufficio o il comandante del reparto, prima della scadenza dei termini appena indicati, se sussistono valide ragioni, può decidere di aumentare la durata di conservazione, indicandone i motivi in relazione al caso specifico e l’ulteriore periodo di trattamento, che non può comunque superare i due terzi rispetto alla durata ordinaria.

Decorsi i termini sopra indicati, i dati personali soggetti a trattamento automatizzato sono cancellati o resi anonimi, mentre i dati personali non soggetti a trattamento automatizzato restano assoggettati alle disposizioni sullo scarto dei documenti d’archivio delle pubbliche amministrazioni (disposizioni che, peraltro, potrebbero prevedere anche termini più lunghi di conservazione).

Aggiornamento precedenti polizia: come fare?

La legge prevede l’obbligo di aggiornare i precedenti di polizia, nel senso che l’autorità pubblica, lavorando di concerto con la Procura della Repubblica, dovrebbe riportare all’interno della banca dati anche le notizie favorevoli al cittadino (come ad esempio l’archiviazione di una denuncia oppure l’assoluzione a seguito di procedimento).

In realtà, però, spesso le banche dati della polizia riportano informazioni incomplete e non sempre aggiornate: cosicché una persona denunciata per un reato ma assolta, all’interno dei precedenti di polizia potrebbe risultare semplicemente denunciata, senza che sia stata riportata anche l’assoluzione.

Ciò accade per via del cattivo coordinamento tra polizia e Procura: molto spesso l’autorità giudiziaria non comunica gli esiti dei procedimenti alla polizia, mentre quest’ultima non si preoccupa di reperire le informazioni necessarie per provvedere all’aggiornamento del centro elaborazione dati. Ciò è dovuto anche per via dell’enorme quantità di dati che costituiscono i precedenti di polizia.

Per evitare che nelle banche dati della polizia risultino informazioni errate o incomplete che possano pregiudicare il cittadino (ad esempio, in vista di una partecipazione a un concorso pubblico), è possibile fare un’istanza di aggiornamento degli archivi informatici della polizia, indirizzandola all’ufficio di polizia che per primo è venuto a conoscenza del fatto, alla questura territorialmente competente oppure alla Direzione Centrale Polizia Criminale – Servizio per il Sistema Informativo Interforze (Via Torre di Mezzavia, n. 8/121 – 00173 – Roma).

Istanza cancellazione dati raccolti dalla polizia: come si fa?

È possibile inoltrare un’istanza di cancellazione dei dati raccolti dalla polizia, ma solo se sono stati superati i termini massimi stabiliti dalla legge oppure nell’ipotesi di inesattezze ed errori. In tutti gli altri casi, sarà possibile chiedere soltanto l’aggiornamento.

Polizia: si può chiedere la trasmissione dei propri dati?

Secondo la Corte di Cassazione [7], ciascun cittadino può avanzare istanza alla polizia affinché gli vengano trasmesse le informazioni presenti nella banca dati dei precedenti di polizia, cosicché possa verificare la correttezza delle informazioni riportate e, nel caso di errori o mancati aggiornamenti, procedere con le istanza viste nei paragrafi precedenti.

Per la precisione, è consentito alla persona alla quale si riferiscono i dati di chiedere alla Direzione centrale della polizia criminale la conferma dell’esistenza dei dati che la riguardano, la loro comunicazione in forma intellegibile e, se i dati risultano trattati in violazione di vigenti disposizioni di legge o di regolamento, la loro rettifica, integrazione, cancellazione o trasformazione in forma anonima.


note

[1] Art. 103, D.P.R. n. 309/90.

[2] Cons. Stato, sent. n. 5129 del 22 ottobre 2013.

[3] Art. 53 codice privacy e successive modificazioni.

[4] Art. 3, D.P.R. n. 15/2018.

[5] Art. 651 cod. pen.

[6] Art. 10, D.P.R. n. 15/2018.

[7] Cass., sent. n. 21362/2018.

Autore immagine: Depositphotos.com


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