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Fino a che età il figlio va mantenuto?

31 Agosto 2020
Fino a che età il figlio va mantenuto?

Al figlio va riconosciuto il tempo per inserirsi nel mondo del lavoro dopo il conseguimento del titolo di studio, sia il diploma superiore oppure la laurea triennale o quinquennale.

Ci si chiede spesso: fino a che età il figlio va mantenuto? La legge dice che un figlio va mantenuto fino a quando non è indipendente sul piano economico e capace, perciò, di gestirsi da sé. Ma si tratta di una definizione vaga, che peraltro richiede alcune importanti precisazioni. Cosa succede infatti se il figlio, al sorgere dei trent’anni, non ha ancora trovato un lavoro o se, ancor prima, non vuol studiare? È necessario mantenere un giovane che non fa nulla per formarsi e, quindi, per rendersi autonomo? 

A colmare queste lacune ci ha pensato la giurisprudenza. Come abbiamo spiegato nell’articolo “Figlio maggiorenne non lavora: fino a quando va mantenuto?“, la Cassazione ha individuato un’età a partire dalla quale è possibile presumere che l’eventuale stato di disoccupazione del giovane sia causato da sua inerzia e non dalla crisi del mercato occupazionale, ragion per cui i genitori possono negargli gli alimenti. 

Cerchiamo allora di capire, più nel dettaglio, fino a che età il figlio va mantenuto. Lo faremo alla luce di una recente ordinanza della Suprema Corte [1]. La pronuncia ha ribadito, da un lato, l’obbligo dei genitori di prestare assistenza materiale al figlio fino a quando questi non consegue un reddito sufficiente a garantirgli l’autonomia; dall’altro, il dovere del ragazzo di cercare una soluzione lavorativa che lo renda indipendente dal padre e dalla madre, anche se non è in linea con gli studi e le proprie ambizioni. Ma procediamo con ordine.

Fino a quando i figli vanno mantenuti 

In linea generale, entrambi i genitori devono contribuire alle spese necessarie a mantenere il figlio, ossia a procurargli non solo lo stretto indispensabile per vivere (vitto e alloggio, indumenti) ma anche tutti quei beni che, pur non essendo di primaria importanza, sono comunque indispensabili alla sua formazione (studio, viaggi, ecc.), alla vita di relazione (computer, trasporti, ecc.) e all’attività ludica (sport, ecc.).

L’obbligo di mantenimento grava su entrambi i genitori, anche se non sposati, in proporzione alle rispettive condizioni economiche. In caso di coppia separata, divorziata o di una coppia di fatto non più convivente, le parti possono concordare bonariamente un assegno di mantenimento che il genitore non convivente con i figli dovrà versare all’altro ogni mese, anche durante i periodi (come quello estivo) in cui i figli cambiano dimora. In caso di mancato accordo, è il giudice a fissare l’assegno.

L’obbligo di provvedere al mantenimento permane fino a quando il figlio non lavora o comunque non è in grado di conseguire un reddito che gli permetta l’indipendenza economica. Il che significa che questo momento non coincide necessariamente con i 18 anni. 

Un figlio maggiorenne che non lavora ha ancora diritto a essere mantenuto, a meno che il genitore non dimostri che il giovane è disoccupato per sua volontà o colpa, come nel caso di chi, ad esempio, non vuol studiare o, dopo gli studi, non si avvia a una professione o un’attività o non fa richiesta di essere assunto o, ancora, rifiuta sistematicamente ogni offerta di lavoro. 

Spetta tuttavia al genitore che non voglia più versare gli alimenti al figlio dimostrare l’inerzia di quest’ultimo. Tale prova non è affatto facile da fornire; tuttavia, la giurisprudenza corre in soccorso del padre (o della madre) quando il figlio, raggiunta una certa età, è ancora senza stabile occupazione, presumendo che, dopo tale soglia, lo stato di disoccupazione sia colpevole. In buona sostanza, secondo la Cassazione, al sorgere dei 30 anni si può ritenere che il figlio non vada più mantenuto in quanto lo stato di inattività è da attribuirsi a sua responsabilità.

Età fino a cui un figlio va mantenuto

Quanto appena detto porta a una conclusione netta: un figlio va mantenuto fino a 30 anni. Dopodiché, il versamento degli “alimenti” non costituisce più un obbligo per il padre o la madre.

Ogni storia però è a sé stante e non è sempre facile definire con certezza un limite oltre il quale cessa automaticamente il mantenimento. Tutto può dipendere dal percorso formativo scelto dal ragazzo; ad esempio, una professione, come quella medica o di avvocato richiede molto più tempo prima del raggiungimento dell’autonomia economica rispetto a un’attività manuale. In più, può essere importante verificare se l’interessato stia frequentando con profitto o meno l’università oppure abbia dei problemi di salute che possano comportare un rallentamento nel raggiungimento degli obiettivi. Nel primo caso, lo stop all’assegno scatta quando risulta trascorso un tempo ragionevole in base alla durata ufficiale del corso di studi e al tempo medio che serve ad un neo-laureato a trovare lavoro, secondo i dati statistici sul settore, ad esempio gli studi Istat. 

Leggendo comunque le sentenze della Cassazione, l’obbligo di mantenimento viene sempre a cessare in un’età compresa tra i 30 e i 35 anni.

Indipendenza economica

L’indipendenza economica viene di norma individuata con l’avvio di un’attività di lavoro autonomo o con l’assunzione – anche part time – presso un’azienda. Una borsa di studi è insufficiente a parlare di indipendenza, al contrario invece di un dottorato di ricerca. 

Il maggiorenne è comunque tenuto ad attivarsi per assicurarsi il sostentamento autonomo in attesa di un impiego più consono alle sue aspirazioni; pretendere l’assegno senza impegno costituisce un abuso del diritto. Non c’è dubbio che il figlio abbia diritto a un progetto educativo adeguato alle sue capacità, inclinazioni e aspirazioni, ma il percorso di formazione scelto dal figlio deve essere compatibile con le condizioni economiche dei genitori. Con l’evoluzione della società civile il «diritto a ogni possibile diritto» lascia il posto al principio di autoresponsabilità, affermato dalla giurisprudenza di legittimità anche in tema di assegno divorzile all’ex e al coniuge separato che compie la scelta consapevole di una nuova convivenza.

Ancora: «La mancanza congiunturale del lavoro non equivale a incapacità di mantenersi» né soprattutto può far sopravvivere l’obbligo di assegno in capo ai genitori, «il quale altrimenti si trasformerebbe in una copertura assicurativa». L’assistenza economica di mamma e papà protratta all’infinito, invece, «potrebbe finire col risolversi in forme di vero e proprio parassitismo di ex giovani ai danni dei loro genitori sempre più anziani». La capacità di provvedere a se stessi si presume per una persona sopra i trent’anni, che deve ritenersi autosufficiente da ogni punto di vista, anche economico, salvo comprovati deficit.

Quando cessa l’obbligo di mantenimento dei figli

Oltre al raggiungimento dei 30-35 anni, l’obbligo di mantenimento dei genitori cessa definitivamente quando il figlio raggiunge l’indipendenza economica. In tal caso, le sorti successive del suo lavoro sono del tutto ininfluenti e non fanno rivivere il diritto agli alimenti. Così, un ragazzo che viene assunto da un’azienda ma, dopo poco tempo, licenziato per crisi non può più chiedere il mantenimento ai genitori, essendosi ormai estinto il suo diritto per sempre.

Inoltre, l’obbligo di assegno è escluso quando il giovane forma una famiglia, anche se non si sposa e va semplicemente a convivere: la circostanza denota il raggiungimento di una maturità affettiva e personale; con l’età matura, infatti, si diventa uomini e donne cessando di essere ragazzi e, quindi, di accettare istruzioni e indicazioni dei genitori per le scelte di vita, anche minuta e quotidiana.


note

[1] Cass. sent. n. 17183/20 del 24.08.2020.


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