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Dipendente e partita Iva per la stessa azienda: è possibile farlo?

28 Ottobre 2020
Dipendente e partita Iva per la stessa azienda: è possibile farlo?

L’avvento della flat tax ha reso particolarmente allettante la prospettiva di lavorare come lavoratore autonomo.

Sei da molti anni dipendente di un’azienda. Il tuo stipendio, nel corso del tempo, è cresciuto pochissimo. Hai evidenziato questo problema al datore di lavoro che, tuttavia, ti ha detto di non potersi permettere un aumento del costo del lavoro. Avete, dunque, pensato di ridurre l’orario di lavoro e affiancare al rapporto di lavoro subordinato un rapporto di lavoro a partita Iva, anche per pagare meno tasse. In casi come questo si prospetta la possibilità che lo stesso soggetto sia, allo stesso tempo, dipendente e partita Iva per la stessa azienda. Ma è possibile farlo? Come vedremo, non ci sono norme che vietano espressamente questa possibilità. Peraltro, l’introduzione della flat tax rende particolarmente conveniente produrre reddito come partita Iva, potendo infatti contare su una tassazione molto agevolata. Tuttavia occorre fare attenzione.

Dipendente e partita Iva possono coesistere?

Molti lavoratori dipendenti vorrebbero incrementare il proprio reddito mensile. In molte aziende, infatti, è praticamente impossibile ottenere un aumento di stipendio. L’aumento degli stipendi, in Italia, è determinato soprattutto dai rinnovi dei contratti collettivi di lavoro. Tuttavia, i Ccnl vengono tradizionalmente rinnovati con lunghi ritardi e, spesso, l’importo degli aumenti è irrisorio.

Per questo, negli ultimi anni, si è assistito ad un importante aumento dei dipendenti che hanno deciso di aprire anche una partita Iva.

In questi casi il lavoratore dipendente, oltre a prestare la propria attività lavorativa a favore del proprio datore di lavoro, apre una partita Iva al fine di svolgere attività di lavoro in forma autonoma a favore di potenziali clienti.

Le possibilità sono le più disparate.

Basti pensare ad un addetto all’ufficio legale di un’azienda che decide di fare anche consulenza legale a clienti privati. Oppure ad un giornalista di una testata che decide di collaborare anche, in forma autonoma, con alcune riviste.

La possibilità di affiancare ad un rapporto di lavoro dipendente anche un lavoro a partita Iva è particolarmente allettante, in questo periodo, a causa dell’introduzione della cosiddetta flat tax, detta anche tassa piatta, ovvero, un regime fiscale favorevole per le partite Iva che fatturano meno di euro 65.000 l’anno [1].

Infatti, al ricorrere di determinate condizioni, questi soggetti pagano un’imposta sul reddito con un’aliquota pari al 15% da applicarsi non sull’intero fatturato percepito ma su una percentuale forfettizzata del fatturato che dipende dal settore merceologico dell’attività.

Tanto per fare un esempio. Nel settore della consulenza aziendale, se al consulente si applica la flat tax, egli pagherà un’aliquota Irpef pari al 15% da applicarsi una percentuale di fatturato pari al 78%.

Se il consulente fattura nel 2020 un importo pari a 60.000 euro egli pagherà un’imposta pari al 15% di 46.800 (che è il 78% di 60.000 euro), ossia, pari ad euro 7.020.

Nulla di paragonabile alle aliquote Irpef ordinarie che, sui redditi alti, arrivano a percentuali sino al 42%.

In linea generale, non ci sono norme che vietano al lavoratore dipendente di aprire una partita Iva e di lavorare come lavoratore autonomo.

Dipendente privato: può aprire una partita Iva?

Il dipendente privato può sempre decidere di aprire una partita Iva e di svolgere attività di lavoro autonomo al fianco dell’attività di lavoro dipendente.

Tuttavia occorre considerare che uno degli obblighi del lavoratore subordinato è il rispetto del cosiddetto obbligo di fedeltà [2].

In particolare, il lavoratore dipendente non può svolgere, per tutta la durata del rapporto di lavoro, attività lavorativa in concorrenza con quella del proprio datore di lavoro né può rivelare a terzi informazioni riservate di cui è venuto a conoscenza durante lo svolgimento della prestazione di lavoro. Il lavoratore dipendente potrà, dunque, aprire una partita Iva e svolgere attività di lavoro autonomo, al di fuori dell’orario di lavoro, a condizione che questo secondo impiego non si ponga in concorrenza con il lavoro dipendente.

Se l’obbligo di fedeltà venisse violato, il lavoratore potrebbe subire un procedimento disciplinare da parte del datore di lavoro e potrebbe essere licenziato per giusta causa.

Inoltre, ovviamente, lo svolgimento dell’attività di lavoro autonomo non deve interferire ed ostacolare l’attività di lavoro subordinato. Se, ad esempio, il datore di lavoro si accorgesse che il dipendente sta svolgendo l’attività con partita Iva durante l’orario di lavoro potrebbe, anche in questo caso, agire in via disciplinare nei suoi confronti. Durante l’orario lavorativo, infatti, il dipendente è pagato per fare il proprio lavoro a favore del datore di lavoro e non altre attività.

Dipendente pubblico: può aprire una partita Iva?

A differenza del settore privato, nel caso del pubblico impiego si prevede che l’assunzione di incarichi e di attività al di fuori del rapporto di pubblico impiego devono essere preventivamente comunicate ed autorizzate dall’ente o amministrazione di appartenenza. Anche in questo caso, l’eventuale violazione di questo obbligo di comunicazione potrebbe condurre a un procedimento disciplinare a carico del dipendente pubblico.

Dipendente che apre una partita Iva: i contributi previdenziali

Un altro aspetto da tenere a mente è il rispetto dell’obbligo contributivo. Anche i lavoratori autonomi con partita Iva, infatti, devono pagare i contributi previdenziali.

La gestione previdenziale di riferimento dipende, essenzialmente, dalla tipologia di attività lavorativa autonoma svolta.

Tanto per fare un esempio, gli avvocati versano i contributi previdenziali alla Cassa Forense; gli architetti alla Inarcassa; i giornalisti all’Inpgi; e così via.

In particolare:

  • se il lavoratore è dipendente a tempo indeterminato full time ed apre un’impresa commerciale, laddove l’attività da lavoro dipendente possa essere considerata prevalente, egli non dovrà versare alcun contributo previdenziale aggiuntivo con riferimento all’attività commerciale avviata;
  • al contrario, se il lavoratore dipendente apre una partita Iva per svolgere attività come libero professionista deve invece iscriversi alla gestione separata Inps e versare la relativa contribuzione previdenziale.

Dipendente e partita Iva per la stessa azienda: è possibile?

Talvolta, il lavoratore dipendente decide di aprire una partita Iva per svolgere attività di lavoro autonomo a favore dello stesso datore di lavoro.

In questo caso, dunque, si configurano due distinti rapporti di lavoro tra il datore di lavoro ed il lavoratore:

  1. un rapporto di lavoro subordinato;
  2. un rapporto di lavoro autonomo a partita Iva.

Tuttavia, occorre prestare particolare attenzione al rischio che l’attività di lavoro autonomo venga riqualificata in un’attività di lavoro subordinato dagli enti ispettivi.

E’, infatti, evidente che le somme erogate al lavoratore sotto forma di corrispettivo per la prestazione di lavoro autonomo (a partita Iva) non sono soggette ai contributi previdenziali e assistenziali previsti per il lavoro subordinato.

Ne consegue che, se venisse accertato che la prestazione di lavoro autonomo è in realtà identica a quella di lavoro subordinato e che quindi sussiste un unico rapporto di lavoro subordinato, anche se inquadrato sotto due distinti rapporti giuridici, gli ispettori dell’Ispettorato del lavoro o dell’Inps potrebbero procedere all’accertamento di una violazione contributiva.

Questo potrebbe creare un problema non di poco conto per il datore di lavoro che si troverebbe obbligato a versare sui corrispettivi erogati sotto forma di partita Iva al lavoratore anche i contributi previdenziali ed assistenziali.

Cosa fare se il datore di lavoro ti obbliga ad aprire una partita Iva?

In certi casi, è lo stesso datore di lavoro che propone al lavoratore di cessare il rapporto di lavoro subordinato per iniziare a collaborare con partita Iva svolgendo, di fatto, la stessa identica attività ma sotto un diverso inquadramento giuridico.

In questo modo, infatti, il datore di lavoro può contare sul passaggio da un rapporto di lavoro che prevede importanti oneri, costi e tutele a favore del lavoratore (basti pensare alla tutela contro il licenziamento, alla tutela in caso di malattia ed infortunio, al versamento del trattamento di fine rapporto, etc.) ad un rapporto di collaborazione molto più flessibile e che comporta dei costi inferiori a parità di corrispettivo.

Innanzitutto, è bene chiarire che il lavoratore non è assolutamente obbligato ad accettare una simile proposta. Infatti, il rapporto di lavoro subordinato può essere terminato (oltre al caso del licenziamento) solo per effetto delle dimissioni volontarie del lavoratore o della risoluzione consensuale del rapporto di lavoro. In entrambi i casi, comunque, il consenso del lavoratore è necessario.

Se, tuttavia, il lavoratore, per timore di ritorsioni, ha accettato questa proposta egli potrà in ogni momento chiedere al giudice di accertare che il nuovo rapporto di collaborazione che è stato posto in essere è, in realtà, sulla base delle concrete modalità di svolgimento, un rapporto di lavoro subordinato.

In questo modo, il lavoratore potrà ottenere, sin dalla data della trasformazione del rapporto, la costituzione di un rapporto di lavoro subordinato con tutte le relative tutele economiche, contributive, assistenziali e normative.

Ovviamente, per ottenere l’accertamento della natura subordinata del rapporto di lavoro, il lavoratore dovrà dimostrare che, nel concreto, anche dopo il passaggio da lavoro dipendente a collaborazione a partita Iva, la prestazione di lavoro è rimasta identica ed egli è rimasto sempre assoggettato al vincolo di subordinazione nei confronti del datore di lavoro.

L’onere della prova della natura subordinata del rapporto è interamente a carico del lavoratore che dovrà fornire prove (documenti e testimonianze) che confermano che il rapporto è rimasto di natura subordinata.


note

[1] Art. 1 co. 17-22, L. 145/2018.

[2] Art. 2105 cod. civ.


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