Coronavirus: così è possibile dimezzare le vittime

31 Agosto 2020 | Autore:
Coronavirus: così è possibile dimezzare le vittime

Uno studio dei più importanti ospedali italiani identifica le cause di morte nelle terapie intensive e spiega come si può evitare il 50% dei decessi.

Si muore «di» coronavirus o si muore «con» il coronavirus? È dall’inizio della pandemia che questa domanda ha diviso l’opinione pubblica, tra chi ritiene che il Covid-19 sia in grado di uccidere e chi pensa che sia la goccia che fa traboccare il vaso in un corpo già malato per altre cause. Ora, uno studio italiano che ha coinvolto alcuni dei più importanti ospedali del nostro Paese (capofila il Sant’Orsola di Bologna, ma impegnati anche il Niguarda di Milano, l’Humanitas o il Gemelli di Roma, solo per citarne alcuni) spiega come e perché muoiono nelle terapie intensive i pazienti che hanno contratto il coronavirus. E non si tratta solo di un fattore statistico: il risultato di questo studio potrebbe dimezzare le vittime del 50% grazie a due esami. Non è poco.

Il rapporto dimostra che il virus può danneggiare entrambe le componenti del polmone: da una parte gli alveoli, cioè le unità del polmone che prendono l’ossigeno e cedono l’anidride carbonica, e dall’altra i capillari, vale a dire i vasi sanguigni dove avviene lo scambio tra anidride carbonica e ossigeno. Quando il virus danneggia sia gli alveoli che i capillari polmonari muore quasi il 60% dei pazienti. Quando il virus danneggia o gli alveoli o i capillari a morire è poco più del 20% dei pazienti.

Ai pazienti a cui il virus danneggia sia gli alveoli che i capillari, cioè quelli con il doppio danno, bisogna misurare un parametro di funzionalità polmonare e un parametro ematochimico.

Questi risultati hanno importanti implicazioni sia per le cure attualmente disponibili che per i futuri studi sui nuovi interventi terapeutici per i pazienti con Covid-19. Infatti, oggi, il riconoscimento rapido del fenotipo col doppio danno consentirà una precisione diagnostica molto più elevata e un utilizzo delle terapie ancora più efficace, riservando a questi malati le misure terapeutiche più aggressive quali la ventilazione meccanica, la extra-corporeal membrane oxygenation (l’Ecmo) e gli ambienti terapeutici a maggiore intensità di cure quali le terapie intensive, trattando invece con la ventilazione non invasiva col casco e il ricovero in terapia sub-intensiva i pazienti con danno singolo.

Nel futuro, questi risultati consentiranno di identificare rapidamente i pazienti su cui testare trattamenti sperimentali con anticoagulanti per prevenire il danno ai capillari polmonari.



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