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Assegno di mantenimento e nuova famiglia

29 Ottobre 2020
Assegno di mantenimento e nuova famiglia

L’ex marito o moglie che intraprende una nuova relazione stabile ha ancora diritto a ricevere il contributo? E dall’altra parte c’è ancora l’obbligo di versarlo?

Lo abbiamo detto più volte: il mantenimento non è una specie di vitalizio. Non si può pensare di spremere l’ex o la ex vita natural durante e fare vita da pascià a sue spese. Come direbbe un tecnico del diritto, non è questa la ratio della norma. Si tratta, piuttosto, di un aiuto o, se preferite, di un’integrazione alle proprie entrate, in modo da continuare a mantenere lo stesso tenore di vita che si conduceva durante le nozze [1].

Spesso con la dicitura di «assegno di mantenimento» si fa riferimento, atecnicamente, anche all’assegno di divorzio (che invece si chiama, appunto assegno di divorzio o divorzile) che, però, non ha la stessa finalità. Lo scopo, in tal caso, è quello di tendere una mano al coniuge che non se la passi troppo bene economicamente.

Rompere un matrimonio è già significativo della volontà di intraprendere una nuova vita. Se poi si incontra anche un nuovo partner, che ne è del vecchio e degli impegni economici con lui/lei? Questo articolo vuole esaminare cosa succede in questi casi. Se ti stai chiedendo come si conciliano assegno di mantenimento e nuova famiglia, sei nel posto giusto.

Proveremo a guardare la faccenda da una duplice prospettiva, chiedendoci, cioè, come ci si regola quando è colui/colei che deve versare l’assegno di mantenimento a rifarsi una vita o se, invece, è chi lo riceve a trovare un nuovo partner.

Nessun automatismo

Prima di tutto, un chiarimento doveroso. Il mantenimento non è neanche qualcosa di automaticamente dovuto. Per ritenere che sussista un diritto, da parte di uno dei due ex coniugi, a beneficiare di questo contributo mensile da parte dell’altro/a il giudice dovrà valutare alcuni requisiti.

Il primo, che possiamo ritenere il presupposto di base, è che uno dei due ne faccia richiesta, motivandolo con difficoltà economiche che magari non sono tali da arrivare a fatica alla fine del mese, ma semplicemente creano all’ex con lo stipendio più basso problemi che prima non aveva.

Non a caso abbiamo parlato di stesso tenore di vita condotto durante il matrimonio: se l’uomo, o la donna, ce la fanno comunque da soli, difficilmente potranno ottenere il mantenimento. Diverso, invece, se passano da un’esistenza da nababbi a una vita umilissima.

Questo criterio che potremmo definire conservativo ha un suo perché: la separazione, infatti, è soltanto il primo step verso lo scioglimento del matrimonio, cui poi deve seguire il divorzio per perfezionare la rottura. Non è detto che si vada fino in fondo e, dal momento che siamo in una fase in cui nulla vieta ripensamenti, la separazione è da intendere come una specie di sospensione – e non ancora di scioglimento – del vincolo matrimoniale. Ecco il motivo dell’esigenza di mantenere intatto il tenore di vita pre-separazione.

C’è poi da verificare che il coniuge cui si chiede il mantenimento abbia risorse sufficienti per darcelo. Sappiamo che l’onerato è sempre colui che ha maggiori possibilità economiche rispetto all’altro, quanto a stipendio ma anche a proprietà. Ma il fatto che il nostro ex se la passi meglio di noi non vuol dire che abbia l’adeguata capacità reddituale per versarci un assegno ogni mese e tenere qualcosa per lui/lei.

Ma bisogna anche accertarsi che chi vuole l’assegno non se ne voglia approfittare nel senso di cui sopra. Per esempio, non basta non lavorare: bisogna dimostrare di non poter lavorare o comunque di non avere proprio la possibilità (magari per motivi di salute o causa stipendio minimo) di mettere insieme una somma mensile sufficiente a preservare il famoso tenore di vita pre-separazione.

Se invece si hanno redditi sufficienti si è fuori gioco in partenza o lo si diventa in seguito, se l’ex destinatario dell’assegno accumula entrate sufficienti a far sì che l’altro chieda una revisione dell’importo.

Niente mantenimento se la separazione ci viene addebitata, ossia se veniamo riconosciuti colpevoli della fine dell’idillio: non avremo uscite ma neanche entrate, cioè né diritto al mantenimento, né a ereditare dall’ex qualora dovesse morire.

Va da sé, quindi, che la concessione di questo contributo è oggetto di un vaglio attento del giudice, laddove ci sia una causa per la separazione giudiziale, o frutto di accordi con l’ex in caso di separazione consensuale.

Nuova famiglia per chi riceve l’assegno 

La Cassazione ritiene che quella di avviare una nuova relazione o convivenza stabile sia una scelta «esistenziale, libera e consapevole» [2]. Soffermiamoci un momento su questi aggettivi: non tanto sul secondo – si presume e si spera che ogni relazione sia frutto di una decisione libera in quanto non imposta – più che altro sul primo e sul terzo.

La Suprema Corte fa riferimento, con «esistenziale» e «consapevole», a una storia che voglia farsi solida e che, quindi, presupponga che la nuova coppia abbia progetti a lungo termine di vita in comune, conviva e condivida le risorse economiche [3]. In tal caso, la moglie o il marito che percepiscono l’assegno possono, con buone probabilità, dirgli addio.

Non solo perché il fatto di buttarsi in una relazione seria indica una volontà di rescissione dei legami con la vita precedente, ma anche perché si presume che, se si vuole costruire qualcosa insieme, ognuno dia il proprio contributo (anche economico) alla tenuta del nuovo nucleo familiare. D’altro canto, chi riceve l’assegno può obiettare che il nuovo partner, nonostante l’importante ruolo nella sua vita e la serietà della relazione, non abbia abbastanza soldi da eguagliare il tenore di vita di un tempo [4].

Fossimo stati sul terreno dell’assegno divorzile, avremmo detto più nettamente che il beneficiario perde incontestabilmente il diritto all’assegno, in caso di nuovo partner/nuova famiglia. Ma l’assegno divorzile interviene dopo il divorzio, cioè quando il legame con l’ex coniuge è ancor più debole che durante la separazione, tant’è che, come dicevamo serve solo nel caso in cui l’ex non riesca a sostentarsi, non a mantenere il vecchio tenore di vita.

Il terreno della separazione, invece, è più scivoloso, dato che rimane pur sempre ancora lo status di coniuge, benché venendo meno doveri come quello di fedeltà o convivenza. In definitiva: l’ex che versa l’assegno può chiedere la riduzione della somma o anche di non pagare più l’assegno. Avrà buone chance di successo se:

  • il mantenuto/la mantenuta può far affidamento sulle risorse del nuovo partner per mantenere l’antico tenore di vita e ha quindi capitali sufficienti;
  • la relazione, fosse anche solo una convivenza more uxorio, è stabile.

Ovviamente tutto questo va provato dall’onerato dell’assegno. E il beneficiario, interessato a continuare a riceverlo, deve addurre prova contraria.

Nuova famiglia per chi versa l’assegno  

Anche qui, nessun automatismo. È sempre la Cassazione a dirlo a chiare lettere [5]. Non basta che chi paga mensilmente il mantenimento all’ex abbia costituito un nuovo nucleo familiare per dimenticarsi dell’ex moglie o marito e, magari, dei figli da lui/lei avuti.

È senz’altro anche questa una libera scelta, ma nulla toglie agli obblighi di assistenza che un separato ha ancora nei confronti dell’ex in condizioni economiche più difficili e della prole, visto che un barlume di vincolo matrimoniale sopravvive ancora, in corso di separazione.

Il giudizio di revisione, però, si può promuovere, per esempio per chiedere, se non proprio l’annullamento dell’onere, almeno un abbassamento della cifra.


note

[1] Cass. sent. n. 12196/2017.

[2] Cass. sent. n. 2466/2016; Cass. sent. n. 6855/2015.

[3] Cass. n. 32871/18.

[4] Cass., sez. civ. I, sent. n. 16982 del 27.06.2018.

[5] Cass. civ. sent. n. 24056 del 10.11.2006.


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