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Come scoprire un bugiardo

31 Agosto 2020
Come scoprire un bugiardo

Come capire se una persona sta dicendo una bugia o la verità: le regole della psicologia applicata al foro. I testimoni e le false dichiarazioni. 

La più famosa di tutte le bugie è «Questa è la mia ultima offerta!». Oltre al mercato, però, il luogo in cui si dicono più bugie è il tribunale. Per non risultare però troppo cinici, più che di menzogne sarà meglio parlare di “mistificazioni” o, se la vogliamo dire con parole ancora più nobili, di “svariate interpretazioni della realtà”. Difatti, per ogni avvocato che dice “bianco” ce n’è necessariamente uno che dice “nero”. Se così non fosse non ci sarebbe nemmeno una lite da risolvere. È la dialettica del foro: punto di partenza, del resto, per esaminare le contrapposte ragioni.

Proprio per tale motivo, le parti in causa non possono essere ascoltate dal giudice come testimoni. La loro visione sarebbe parziale. Solo nel processo penale, le dichiarazioni della vittima diventano prova, a meno che non siano contraddette da circostanze esterne; se così non fosse non potremmo punire quei reati tipicamente commessi nella segretezza di una stanza o di un vicolo cieco, come lo stupro, l’estorsione, l’omicidio.

Ma allora da quale porta entrano in tribunale le bugie? A volte con gli scritti difensivi degli avvocati, a volte tramite i testimoni. I testimoni sono appunto un valido esercizio per chi vuol imparare a stanare una bugia. Il legislatore ne era pienamente consapevole: ha così guardato con una certa sfiducia alla prova testimoniale e, lungi dal darle un valore assoluto, ha accordato al magistrato il potere di valutare le dichiarazioni dei cosiddetti “testi” secondo il suo «prudente apprezzamento».

Come si fa a scoprire un bugiardo? L’avvocato è tra le categorie professionali maggiormente interessate a questa sorta scienza. Se la macchina della verità non presentasse margini di errori, la si utilizzerebbe in tutte le stazioni di polizia e nelle aule giudiziarie. Invece, l’apparecchio registra solo delle reazioni fisiche impercettibili, gli stati di stress alle domande più delicate. Una persona nervosa e ansiosa come me risulterebbe, alla macchina della verità, un bugiardo matricolato.

Ci sono però degli studiosi che si sono dati da fare per svelare gli indizi in base ai quali scoprire se una persona sta dicendo una bugia o la verità. 

Ho preso in mano due libri: «I volti della menzogna» di Paul Ekman, un famoso professore di psicologia e «L’arte del dubbio» di Carofiglio, un magistrato altrettanto conosciuto.

Voglio sintetizzarvi in questo video alcuni dei punti che ho trovato più interessanti di queste letture. Cosa c’entrano con la legge? Molto più di quanto non crediate: se un giorno vi troverete a discutere con qualcuno e questi porterà dei testimoni, potreste scoprire se stanno mentendo o meno e, magari, farli cadere in contraddizione, vincendo così il giudizio. 

Già… «far cadere in contraddizione» è la qualità di ogni bravo avvocato che fa il cosiddetto «controinterrogatorio», ossia che sottopone il teste di controparte a ulteriori domande, in modo da accertarsi se questi sia un teste falso o reale. 

Ecco allora alcuni importanti spunti di riflessione su come scoprire un bugiardo. 

Ma prima, mentre lanciamo la nostra ormai mitica sigla, vi invito a iscrivervi al canale per restare sempre aggiornati sulla legge e sul mondo della giustizia italiana. Guardate bene il video fino alla fine: all’ultimo vi darò alcuni importanti consigli proprio sul mondo dei testimoni e del processo.

Quanti tipi di bugiardi ci sono

Ci sono due modi di mentire: dissimulare e  falsificare. Chi dissimula sta nascondendo qualcosa che potrebbe cambiare le carte in tavola. Chi falsifica invece si spinge oltre: sta infatti riferendo un fatto, spacciandolo come vero. Chi dissimula è reticente. Chi falsifica è un bugiardo.

Non tutti però considerano la dissimulazione come una menzogna. 

Si pensi a una donna che non dice al marito che, non appena lui è andato al lavoro, è arrivato a casa l’amante. La stessa verosimilmente percepirà la bugia solo nel caso in cui l’uomo le dovesse porre una specifica domanda: «Chi è venuto subito dopo che sono uscito?». 

Questo aspetto è molto importante. Perché per stanare un bugiardo è necessario analizzare il suo comportamento, i suoi gesti, la sua voce. Ed è chiaro che se questi non viene interrogato esplicitamente su un fatto, non si potrà mai stabilire se ha taciuto su qualcosa di rilevante. Peraltro, se il reticente ritiene la propria coscienza pulita per il solo fatto di non aver detto una bugia esplicita, la farà franca più facilmente del bugiardo. Chi dissimula insomma si sente meno colpevole per non aver detto una cosa per un’altra.

In verità non c’è alcuna differenza tra un reticente e un bugiardo. Dunque la prima cosa da fare per scoprire se una persona sta mentendo è sottoporla a un interrogatorio. Il reticente tende ad eludere la domanda. Nell’ambito dello scandalo Whatergate, Nixon ricevette questo consiglio dai suoi consulenti: dire «Non ricordo». Per fortuna, però, un vuoto di memoria è credibile solo in certe circostanze. Ci sono alcuni avvocati che pongono più volte la stessa domanda, in modalità differenti, in modo da trarre in inganno il teste: chi mente, in genere, tende a dimenticare o quantomeno a tralasciare i dettagli della bugia, non avendo ovviamente vissuto il fatto. Il che significa che non sarà preciso nelle descrizioni.

Un altro modo di mentire è dire la verità in modo esagerato o umoristico, tanto da trarre in inganno il destinatario. Ritorniamo all’esempio della moglie che, non appena va via il marito, fa entrare l’amante. Questa, a domanda del proprio consorte, potrebbe rispondere per sentirsi a posto con la coscienza: «Sì, ti ho tradito, un sacco di volte, non solo oggi. Ogni volta che vai via entra in casa un uomo diverso e io ti tradisco anche più volte al giorno!». 

Indizi per scoprire le bugie 

Ci sono due tipi di bugie, diceva Collodi: quelle che hanno le gambe corte e quelle invece con il naso lungo. Purtroppo però questi indici sono presenti solo nelle favole. 

Tuttavia, secondo quasi tutti gli psicologi, esistono indizi che possono rivelare se una persona mente o dice la verità: un cambiamento d’espressione del viso, un sorriso inaspettato, un movimento del corpo, un’inflessione più acuta della voce, l’atto di deglutire saliva, una respirazione troppo affannosa o profonda, un lapsus, lunghe pause tra una parola e un’altra, un gesto involontario. Questi comportamenti che tradiscono non possono essere evitati a causa del pensiero e delle emozioni. Questo perché sotto stress una persona reagisce in modo diverso da una situazione normale.

Il punto però più complicato è distinguere la persona che nutre paura di non essere creduta, ma che sta dicendo la verità, da quella che ha paura di essere scoperta perché sta dicendo una bugia. Chi è nervoso o emotivo di natura, presenterà sempre una situazione di agitazione dinanzi a una domanda delicata. 

Come riconoscere una bugia dalle parole, dalla voce o dai gesti

Cogliere sul fatto una bugia non è una cosa semplice. Si deve partire prima dalle parole proferite. Chi mente può cadere in contraddizione o dimenticare la bugia detta in precedenza. Bisogna però essere molto abili in questa analisi. Come ho detto in precedenza, molti legali tendono a ripetere la domanda in svariate forme e sotto differenti prospettive, in modo da scovare le illogicità nel discorso di chi parla.

Proprio a tal fine l’approccio di chi fa le domande al testimone deve essere amichevole e rassicurante: si tratta di una precisa tattica per mettere il teste a proprio agio e allentare la morsa del suo auto-controllo. I toni aggressivi e intimidatori vanno evitati.

Ma bisogna anche essere in grado di interrompere le domande non appena il testimone cade in contraddizione e le sue dichiarazioni sono state verbalizzate: una domanda di troppo potrebbe portare questi a precisare meglio le proprie affermazioni, eliminando ogni contrasto nel fatto narrato. Molti avvocati mettono il verme all’amo: tendono a far dire qualcosa di sbagliato al testimone per poi interrompere l’interrogatorio, in modo da giocarsi poi il tutto nell’arringa finale e convincere il giudice che quel teste ha detto il falso.

Alcuni soggetti, poi, quando mentono danno risposte indirette, piene di circonlocuzioni, più abbondanti di quello che era richiesto. 

Dopo le parole, bisogna fare attenzione al viso: il volto è la sede primaria per manifestare le emozioni. Quando nasce un’emozione negativa, vittima di una bugia, i muscoli facciali si attivano in maniera automatica. Ci sono mimiche facciali involontarie.

C’è poi l’intonazione della voce che, in chi dice una bugia, è di solito più acuta. Gli studi dimostrano che la voce è grave quando è rilassata e stridula quando invece nervosa o sotto stress. Di questo non ce ne accorgiamo. Quasi tutti del resto siamo sorpresi la prima volta che ci ascoltiamo al registratore, perché normalmente il suono della nostra voce ci arriva per via ossea, con un effetto diverso da quello che risulta nella trasmissione aerea. 

Chi mente tende poi a fare pause lunghe o troppo frequenti. L’esitazione nel momento di attaccare a parlare può far nascere sospetti. 

Altri indizi possono essere gli errori o meglio l’introduzione nel discorso di “non parole” come «Ehm», «Uhm», ecc., le ripetizioni (come «Io… io… veramente») e le parole ripetute a metà (come «Vera… veramente io…»).

Questi due indizi, ossia errori e pause, si presentano per due ragioni. Chi mente non può aver elaborato a puntino la sua versione: se non si aspettava di dover mentire, o anche solo non aveva previsto una certa domanda, può esitare e confondersi. D’altra parte l’ansia può aggravare gli errori del bugiardo impreparato.

Chi mente poi gesticola poco. La prima ragione è l’assenza di alcun trasporto emotivo in quello che si dice. Anzi, proprio la paura di essere scoperti tende a sottoporre tutto il corpo a un esagerato controllo interiore, proprio per evitare gesti che possano far trasparire paura. Così chi mente tende a nascondere le mani o quantomeno ad accompagnare le parole con gesti meno vivaci del solito.

In un interrogatorio, generano impressioni negative sulla propria credibilità le persone che appaiono reticenti, o comunque indirette e tortuose nel rispondere alle domande: che mostrino un atteggiamento arrogante, di prevaricazione o polemico anche laddove non ve ne sia necessità; manifestino tendenza all’esagerazione; appaiano vendicative.

Secondo Carofiglio, il testimone che sta seduto sul bordo della sedia, curvo, con il capo basso e quasi proteso in avanti, in quella che dagli studiosi del linguaggio del corpo viene chiamata “posizione di fuga”, comunica un senso di insicurezza che inevitabilmente si trasferisce sul contenuto delle sue dichiarazioni. 


Il giudice è libero di ritenere un testimone attendibile o meno secondo il suo prudente apprezzamento, che si formerà sulla base dell’interrogatorio.

Un giudice non può ritenere un testimone poco credibile solo sulla base del linguaggio del corpo, ma sulla base delle dichiarazioni e delle eventuali contraddizioni che risultano nel verbale.

Di norma, a fare l’interrogatorio del teste è il giudice anche se, nelle cause civili, sono ormai gli avvocati che pongono le domande ai testimoni e poi le verbalizzano.

L’avvocato può intuire se il teste dice bugie ma non può forzarlo a dire cose che non sa o che non ricorda. Sarà la sua bravura a interrompere l’interrogatorio non appena il teste si è contraddetto in modo che questi non possa più aggiustare il contenuto della sua dichiarazione.

La psicologia però individua una serie di indici che possono rivelare una menzogna: dalle pause del discorso al tono della voce, dal linguaggio del corpo alle espressioni facciali.


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1 Commento

  1. Conosco dei bugiardi che credono che le loro bugie siano verità e provocano danni anche quando le bugie sono “nero su bianco”.

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