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Malattia al lavoro: quando c’è il diritto al risarcimento?

2 Settembre 2020 | Autore:
Malattia al lavoro: quando c’è il diritto al risarcimento?

Le patologie tabellari e non tabellari, le percentuali che danno accesso all’invalidità e i casi in cui il datore è (o non è) responsabile dell’evento morboso.

Non esiste solo chi si ammala «di lavoro» ma anche chi si ammala «per lavoro». Della prima categoria fanno parte gli stakanovisti, specie sempre più in via di estinzione. Alla seconda appartengono coloro che, a causa dell’attività che svolgono, contraggono una patologia. E questi, purtroppo, sono ancora molto numerosi. Non si parla di infortuni veri e propri (la caduta da un ponteggio, il carico che viene addosso all’operaio del magazzino, la scossa elettrica presa dall’elettricista) ma di infermità dovute alle sostanze che si manipolano o che si inalano, allo stress o ad altri fattori a rischio. Non tutte, però, creano un danno tale da poter chiedere un danno biologico o patrimoniale. Quindi, se si contrae una malattia al lavoro, quando c’è il diritto al risarcimento? Ed in quali termini?

Va subito precisato che affinché una patologia venga riconosciuta come malattia professionale ci deve essere un nesso tra causa ed effetto, ossia è necessario che l’attività che si svolge sia la causa esclusiva o prevalente della malattia.

Recentemente, l’Inail ha aggiornato la tabella delle malattie professionali. Sono indicate anche le percentuali in base alle quali viene stabilito il risarcimento che spetta al lavoratore.

Ma, sempre in tempi recenti, è stato ribadito quello che non rientra nell’ambito della malattia professionale. La Cassazione, ad esempio, ha escluso il risarcimento a chi si ammala perché è stato spostato in un altro ufficio, deve svolgere una nuova mansione e va in ansia per la sua troppa pignoleria. L’azienda non è tenuta a riconoscergli alcunché, specialmente quando gli ha chiesto di svolgere l’attività per cui il dipendente è stato assunto.

Vediamo, allora, quando c’è il diritto al risarcimento in caso di malattia al lavoro.

Malattie professionali tabellate

La legge classifica le malattie professionali come «tabellate» e «non tabellate». Sulle prime, contenute in un lungo elenco, c’è la presunzione legale del fatto che la patologia sia stata causata dal tipo di lavoro svolto. Sulle altre, occorre provare che l’evento morboso sia stato effettivamente causato dall’attività lavorativa.

Per quanto riguarda le malattie tabellate, quindi, il dipendente è esonerato dall’obbligo di dimostrare che c’è il suo lavoro all’origine del morbo: basta provare che è un addetto a una delle lavorazioni previste nella tabella o che è stato esposto ad un rischio ambientale provocato da quell’attività e di avere contratto la malattia. Basti pensare a chi ha a che fare ogni giorno con sostanze tossiche o chimiche, a chi lavora in miniera, ecc.

Certo, l’Inail potrà fare i suoi accertamenti, per controllare che la malattia non sia stata provocata da cause extraprofessionali. L’Istituto, però, dovrà dimostrare che:

  • il lavoratore sia stato destinato alla mansione indicata in tabella solo sporadicamente o in modo occasionale;
  • il dipendente non sia stato esposto al rischio in modo sufficiente da determinare una patologia;
  • la malattia sia riconducibile ad una causa estranea all’attività professionale.

Malattie professionali non tabellate

Qui, invece, è il lavoratore ad avere a suo carico l’onere della prova. Dovrà dimostrare che la malattia non contemplata nelle tabelle ufficiali sia stata provocata dalla sua attività professionale. A questo punto, la patologia può essere di qualsiasi tipo, purché il lavoratore dimostri:

  • che la malattia esiste veramente;
  • che l’attività che svolge comporti un rischio per la salute;
  • che tra la malattia e l’attività che svolge ci sia un rapporto causale.

Malattia professionale: quali diritti?

Il lavoratore a cui viene accertata una malattia professionale ha diritto, oltre alle prestazioni sanitarie, anche a un risarcimento economico in base alle conseguenze della patologia.

Se c’è un’inabilità temporanea assoluta, il lavoratore ha diritto all’assistenza sanitaria e all’indennizzo per tutta la durata dell’inabilità, senza termini di tempo. Nel periodo di assenza, la retribuzione viene garantita fino al terzo giorno dal datore di lavoro, dopodiché subentra l’Inail con un contributo integrativo dell’azienda per tutto il periodo in cui viene conservato il posto di lavoro.

Se c’è, invece, un’inabilità permanente parziale o assoluta, il lavoratore ha diritto all’indennizzo previsto per il danno biologico, in rapporto alle conseguenze avute dalla malattia, ovvero:

  • fino al 6% di invalidità: nessun indennizzo per danno biologico o patrimoniale;
  • dal 6% al 15% di invalidità: indennizzo del danno biologico in capitale e indennizzo per danno patrimoniale;
  • dal 16% in su: indennizzo del danno biologico in rendita e indennizzo con ulteriore quota di rendita per danno patrimoniale.

In caso di decesso per malattia professionale, ai superstiti spetta una rendita il cui importo varia a seconda della retribuzione del lavoratore deceduto.

Per approfondire, ti consigliamo di leggere il nostro articolo sulle ultime sentenze in materia di risarcimento in caso di malattia professionale.

Malattia professionale: la responsabilità civile del datore

Si parte dal presupposto che tutti i datori di lavoro devono provvedere all’assicurazione Inail dei suoi dipendenti, fosse anche un solo lavoratore. L’azienda, inoltre, è tenuta ad «adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro».

Questo significa che il datore è responsabile dei danni causati dalla mancata adozione di tutti gli strumenti necessari a tutelare i propri dipendenti, anche quando ha delegato questo compito ad un’altra persona incaricata della tutela della salute e della sicurezza in azienda.

Tuttavia, ci sono dei casi in cui il datore di lavoro non è tenuto a pagare un risarcimento anche se il lavoratore si ammala. È il caso di chi ha una patologia causata dalla propria pignoleria o dal modo in cui affronta la propria attività.

Come ha stabilito recentemente la Cassazione [1], la responsabilità dell’azienda non è oggettiva – e pertanto il risarcimento non è dovuto – se la malattia non risulta riconducibile alla violazione di specifici obblighi di condotta della società ma al fatto che è il dipendente a patire un cambiamento di mansione o dell’organizzazione aziendale. È il caso, ad esempio, di chi deve aumentare il proprio carico di lavoro perché un collega è assente per un periodo di tempo, o di chi viene spostato in un altro ufficio, pur mantenendo la stessa mansione, e non riesce ad abituarsi al nuovo ambiente. In questi casi, il lavoratore potrebbe subire una situazione di stress psicologico che lo porta ad ammalarsi, ma non per colpa del suo datore di lavoro o di un ambiente ostile, bensì per la sua scarsa capacità di adattarsi ai cambiamenti.


note

[1] Cass. ordinanza n. 18132/2020 del 31.08.2020.


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2 Commenti

  1. Mi sono ammalato sul lavoro di ernie discali, per movimentare carichi manualmente, per le quali l’INAIL mi ha riconosciuto la malattia professionale e invalidità civile del 50%.
    Preciso che lavoro in una fabbrica di marmo.
    Ho perso la causa in primo grado e in appello.
    Per la perizia richiesta dal giudice, fatta da un medico legale dell’INAIL, è normale che un individuo che ha raggiunto i quaranta anni soffra di questo tipo di patologia.
    È un po’ contraddittorio?
    Oltre al danno anche la beffa.
    Vi sembra possibile che sia normale che tutti gli uomini dai quaranta anni in su vadano in giro con il bastone perché non si reggono in piedi?
    Cosa ne pensate?
    Ora spero che la cassazione faccia chiarezza.
    Cordiali saluti.

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