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Bonus mobilità dipendenti: sono tassabili?

2 Settembre 2020 | Autore:
Bonus mobilità dipendenti: sono tassabili?

Voucher prepagati per gli spostamenti alternativi e sostenibili dei lavoratori: rientrano nell’imponibile fiscale in busta paga?

Sono molte le aziende che incoraggiano la mobilità sostenibile offrendo dei voucher ai dipendenti per servizi alternativi al trasporto privato, come il car sharing e il bike sharing.

Ci si domanda, però, quale sia il regime fiscale da applicare a questi benefit: l’importo dei buoni è totalmente esente, come avviene per le somme finalizzate all’acquisto degli abbonamenti al trasporto pubblico, erogate dal datore di lavoro ai dipendenti?

Oppure i voucher per i servizi di car sharing vanno trattati come il veicolo aziendale dato in uso privato al dipendente, quindi devono essere integralmente tassati? In altre parole, i bonus mobilità dipendenti sono tassabili?

Alla questione ha recentemente fornito una risposta l’Agenzia delle Entrate [1], risposta che però si scontra con un orientamento precedente della stessa Agenzia [2] e con una recente sentenza della Cassazione [3].

Merita un’ulteriore riflessione anche la fornitura al dipendente della cosiddetta carta di libera circolazione, che permette di viaggiare gratuitamente sulle linee urbane ed extraurbane regionali. Ma procediamo con ordine.

Che cos’è il bonus mobilità dipendenti?

Con il termine “bonus mobilità dipendenti” si intendono, generalmente, buoni e voucher prepagati che le aziende riconoscono ai lavoratori per consentirgli di utilizzare dei servizi di trasporto alternativi al veicolo privato. Può trattarsi, ad esempio, di servizi di car-sharing o bike sharing, oppure della combinazione di questi servizi con altre forme di trasporto pubblico.

Com’è tassato il bonus mobilità dipendenti?

Il bonus per incentivare la mobilità sostenibile dei dipendenti, in base a quanto emerge dalle ultime indicazioni delle Entrate [1], non è esente totalmente da tassazione.

In particolare, non beneficia dell’esenzione fiscale completa la cessione di voucher prepagati a favore di dipendenti (sia pubblici che di aziende del settore privato) per l’acquisto di beni e servizi connessi allo sviluppo della mobilità sostenibile, come i buoni destinati ai lavoratori che preferiscono utilizzare formule di spostamento alternative al trasporto privato.

I buoni, secondo le Entrate, non hanno infatti natura remunerativa e non fanno parte della retribuzione del dipendente, né rientrano tra le ipotesi di esenzione previste per il welfare aziendale [4], in quanto il lavoratore:

  • non beneficia di un servizio strettamente legato al tragitto casa-lavoro;
  • non beneficia di rimborsi per le spese sostenute per l’acquisito di abbonamenti per il trasporto pubblico locale o regionale.

Secondo le Entrate, comunque, il dipendente ha diritto a un’agevolazione fiscale sui buoni per la mobilità, anche se limitata: a questi voucher si può infatti applicare il regime previsto per i “fringe benefits”, cioè per i cosiddetti benefici marginali.

Per fruire dell’esenzione fiscale, il valore complessivo dei benefit ricevuti dal lavoratore nell’arco di un periodo d’imposta, bonus mobilità compreso, non deve superare la soglia di 258,23 euro; l’importo è stato raddoppiato, ma solo per il 2020, dal decreto Agosto.

Esenzione bonus mobilità dipendenti

Abbiamo osservato che le Entrate considerano il bonus mobilità come parte della retribuzione imponibile, a meno che rimanga, assieme agli altri fringe benefits, entro il valore complessivo di 258,53 euro annui (517,06 euro per il 2020).

Non bisogna tuttavia dimenticare che il Testo unico delle imposte sui redditi [5] considera esenti per il dipendente, a prescindere da qualsiasi limite quantitativo o relativo all’ammontare del valore, le somme o i rimborsi effettuati per l’acquisto di «abbonamenti per il trasporto pubblico locale». Nella nozione di «abbonamenti per il trasporto pubblico locale» potrebbero rientrare, da un punto di vista logico, anche le nuove forme di mobilità sostenibile aperte al pubblico, come i servizi di car o bike sharing.

La stessa Agenzia delle Entrate, peraltro, in una nota risoluzione [3], considera il car sharing, nelle aree urbane, come un’evoluzione dei tradizionali sistemi di mobilità, per i quali è prevista l’esenzione fiscale dal testo unico delle imposte sui redditi.

Carta di libera circolazione

Merita un’ulteriore riflessione la cosiddetta carta di libera circolazione concessa come benefit al lavoratore. Si tratta di una tessera che consente a chi la riceve di circolare liberamente sui mezzi pubblici (treni, bus…) di un determinato territorio.

Secondo la Cassazione [2], la carta non influisce sul Tfr (trattamento di fine rapporto) del dipendente, né su altri elementi della retribuzione: si tratta infatti di un beneficio non connesso al corrispettivo per l’attività lavorativa, che non ha natura retributiva.

Ma come mai la carta è considerata totalmente slegata dalla retribuzione dal lavoratore? Secondo gli “ermellini”, la tessera è da considerare di natura non retributiva perché, se il dipendente non la utilizza, non viene monetizzata alla scadenza, né può essere convertita in un controvalore economico.

La funzione della tessera è invece quella di reintegrare la diminuzione patrimoniale, causata dalle spese per il trasporto che il lavoratore deve sostenere nell’esclusivo interesse del datore di lavoro. In pratica, la tessera non è da considerare come un extra che aumenta lo stipendio, ma serve per “riparare il danno” che il dipendente subisce a causa dei costi per gli spostamenti per andare al lavoro.

Le carte di libera circolazione, non avendo natura di retribuzione, non devono dunque essere considerate nei conteggi relativi alle differenze retributive e non fanno parte dell’imponibile fiscale del lavoratore.


note

[1] Agenzia delle Entrate, risposta 293/2020.

[2] Agenzia delle Entrate, Ris. 83/E/2016.

[3] Cass. sent. n. 18167/2020.

[4] Art.51, co.2, Tuir.

[5] Art.51, co.2, lett.) d-bis, Tuir.


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