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Dimissioni giusta causa: Naspi

3 Novembre 2020
Dimissioni giusta causa: Naspi

L’indennità di disoccupazione spetta solo al lavoratore che perde involontariamente il posto di lavoro.

Sono ormai diversi mesi che non prendi lo stipendio. Hai deciso di dimetterti dal posto di lavoro ma ti spaventa la prospettiva di stare senza stipendio fino a che non troverai un nuovo impiego. Vuoi dunque sapere se, in questo caso, puoi avere accesso alla disoccupazione.

In linea generale, l’indennità di disoccupazione, oggi definita Naspi, non spetta ai lavoratori che si dimettono volontariamente dal posto di lavoro. Tuttavia, si prevede un’eccezione a questa regola in caso di dimissioni per giusta causa. In questo caso, la Naspi spetta perché la perdita del lavoro è comunque involontaria. Infatti, come vedremo, in caso di dimissioni per giusta causa è il datore di lavoro, con il suo comportamento scorretto, a condurre il lavoratore a dimettersi. Ma andiamo per ordine.

Che cos’è la Naspi?

La perdita del lavoro è un evento particolarmente negativo nella vita di una persona. Perdere il lavoro, infatti, significa non avere più un reddito su cui contare per sé e per la propria famiglia. Per questo, la nostra Costituzione [1] prevede che lo Stato intervenga a sostenere economicamente i lavoratori che perdono involontariamente il posto di lavoro.

La Naspi, acronimo di Nuova assicurazione sociale per l’impiego, è, a partire dal 2015, l’indennità di disoccupazione [2] che viene erogata dall’Inps ai lavoratori che perdono involontariamente il posto di lavoro. La Naspi consiste in un assegno mensile che viene erogato al disoccupato dopo la cessazione del rapporto di lavoro.

Naspi e perdita involontaria del lavoro

Il requisito fondamentale per accedere alla Naspi è la perdita involontaria del lavoro.

La legge, infatti, tutela economicamente il disoccupato solo se ha perso il lavoro contro la sua volontà. Ne consegue che, in linea generale, la Naspi spetta solo in caso di licenziamento e non spetta in caso di dimissioni volontarie o risoluzione consensuale del rapporto di lavoro. In queste due ultime ipotesi, infatti, il lavoratore perde il lavoro a causa di una sua scelta libera e volontaria.

Ci sono, tuttavia, dei casi in cui, nonostante la cessazione del rapporto sia stata determinata dalle dimissioni o dalla risoluzione consensuale del rapporto, in realtà, nella sostanza, la perdita del lavoro può essere considerata comunque involontaria. È il caso della risoluzione consensuale del rapporto di lavoro determinata dal rifiuto del lavoratore al trasferimento in una sede di lavoro ubicata ad oltre 50 km dalla residenza del dipendente e/o mediamente raggiungibile con i mezzi pubblici con un tempo di percorrenza di oltre 80 minuti.

Nell’ambito delle dimissioni, invece, fanno eccezione alla regola per cui non spetta la Naspi le dimissioni per giusta causa.

Dimissioni per giusta causa: cosa sono?

Non sempre la scelta di abbandonare il posto di lavoro deriva dalla libera volontà del lavoratore. In certi casi, infatti, il dipendente è, di fatto, costretto a dimettersi a causa di un comportamento datoriale scorretto, contrario ai doveri che derivano dal rapporto di lavoro, che rende non più proseguibile il rapporto, nemmeno per un momento. In questo caso parliamo di dimissioni per giusta causa.

I principali effetti prodotti dalle dimissioni per giusta causa sono tre:

  1. innanzitutto, il lavoratore può lasciare il posto di lavoro con effetto immediato, senza rispettare il periodo di preavviso di dimissioni previsto dalla legge e dal contratto collettivo applicato;
  2. in secondo luogo, il lavoratore, pur essendosi dimesso, ha diritto a ricevere dal datore di lavoro l’indennità sostitutiva del preavviso;
  3. proprio come nel caso in cui di un licenziamento, infine, derogando alla regola generale secondo la quale in caso di dimissioni non spetta la Naspi, il lavoratore che si dimette per giusta causa ha diritto alla Naspi.

Il diritto del lavoratore dimissionario per giusta causa alla Naspi è stato sancito da un’importante sentenza della Corte Costituzionale [3].

Se ti sei dimesso per giusta causa puoi, dunque, recarti presso un patronato oppure accedere direttamente al portale Inps con le tue credenziali e fare domanda di Naspi in quanto le dimissioni per giusta causa sono una delle modalità di cessazione del rapporto che danno diritto all’indennità di disoccupazione.

Ma quando si può dire che sussiste una giusta causa di dimissioni? Non esiste, ovviamente, un elenco tassativo e completo di comportamenti datoriali che costituiscono giusta causa di dimissioni. Il concetto di giusta causa espresso dalla legge [4] è, infatti, volutamente generico.

Teoricamente, qualsiasi comportamento inadempiente del datore di lavoro può essere considerato giusta causa di dimissioni.

Analizzando la casistica presente nelle sentenze dei tribunali del lavoro si può affermare che le seguenti ipotesi costituiscono dimissioni per giusta causa:

  • mobbing;
  • demansionamento;
  • molestie sessuali nei luoghi di lavoro;
  • condotta ingiuriosa del superiore gerarchico nei confronti del lavoratore;
  • mancato pagamento dello stipendio;
  • trasferimento immotivato;
  • modifica peggiorativa delle condizioni di lavoro a seguito di un trasferimento di ramo d’azienda.

note

[1] Art. 38, Cost.

[2] Art. 1, D.lgs. 4 marzo 2015, n. 22.

[3] Corte Cost. n. 269 del 2002.

[4] Art. 2119 cod. civ.


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