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Naspi: chi ne ha diritto?

30 Ottobre 2020
Naspi: chi ne ha diritto?

La nostra Costituzione prevede la tutela dei lavoratori contro la disoccupazione involontaria.

Hai appena ricevuto la lettera di licenziamento. Sei molto preoccupato per il futuro perché, con il tuo stipendio, devi mantenere un’intera famiglia. Vuoi sapere se hai diritto alla disoccupazione e per quanto tempo potrai prenderla.

Ogni mese, la gran parte delle famiglie italiane attende l’arrivo dello stipendio mensile per far fronte a tutte le spese necessarie a portare avanti una famiglia: l’affitto mensile, la rata del mutuo, la spesa alimentare, l’assicurazione dell’auto e tutto quello che serve ad una famiglia nel 2020.

La perdita del lavoro, in un contesto come questo, assume dei connotati particolarmente negativi perché impedisce alla famiglia di far fronte alle proprie spese. Per questo è stata introdotta una tutela economica a favore del disoccupato nota come Naspi. Ma chi ne ha diritto? La Naspi, infatti, non spetta a tutti i lavoratori ma solo ad alcune categorie e solo se si possiedono una serie di requisiti prescritti dalla legge.

Inoltre, la Naspi non viene attribuita in automatico ma deve essere presentata la relativa domanda.

Naspi: a chi spetta?

Per evitare che, perdendo il lavoro, il lavoratore e la sua famiglia si ritrovino, da un giorno all’altro, senza alcuna entrata economica, la legge [1] prevede che, in caso di perdita involontaria del lavoro, il disoccupato possa richiedere all’Inps l’erogazione di una particolare forma di tutela economica nota come indennità di disoccupazione e, a partire dal 2015, Nuova Assicurazione Sociale per l’Impiego (Naspi).

La Naspi consiste in una somma mensile di denaro che viene versata dall’Inps al lavoratore che ha perso involontariamente il lavoro, direttamente sul proprio conto corrente. Tuttavia, la Naspi non spetta indistintamente a tutte le persone che perdono il lavoro.

Innanzitutto, per capire a chi spetta la Naspi, occorre considerare che questo tipo di tutela si basa su un principio assicurativo. La Naspi viene infatti finanziata con una parte dei contributi previdenziali previsti per il lavoro subordinato.

Ne consegue che la Naspi spetta solo ai lavoratori assunti con contratto di lavoro subordinato, tra i quali rientrano anche:

  • i lavoratori assunti con contratto di apprendistato;
  • i soci lavoratori delle cooperative che hanno anche un rapporto di lavoro subordinato con la cooperativa stessa;
  • i lavoratori del settore artistico assunti con contratto di lavoro subordinato;
  • i lavoratori pubblici assunti dalla pubblica amministrazione con contratto a tempo determinato.

Al contrario, non possono accedere alla Naspi:

  • i dipendenti pubblici assunti con contratto di lavoro a tempo indeterminato;
  • i lavoratori agricoli assunti con contratto a tempo determinato e indeterminato;
  • i lavoratori extracomunitari stagionali;
  • i lavoratori che siano già titolari di un assegno di invalidità se non hanno optato per la Naspi.

Naspi: spetta solo in caso di licenziamento?

Oltre a far parte di una delle categorie di lavoratori che abbiamo appena visto, il lavoratore, per poter accedere alla Naspi, deve aver perso il lavoro contro la sua volontà.

Ne consegue che, come regola generale, la Naspi spetta solo in caso di licenziamento e non spetta in caso di dimissioni volontarie né in caso di risoluzione consensuale del rapporto di lavoro.

Il principio su cui si fonda questa regola è molto semplice: se sei stato tu a voler cessare il rapporto di lavoro non puoi pretendere che l’Inps ti sostenga dal punto di vista economico. A questa regola, tuttavia, si applicano delle eccezioni.

In alcuni casi, infatti, anche se il rapporto di lavoro cessa per effetto delle dimissioni o della risoluzione consensuale del rapporto, in realtà non può dirsi che la cessazione del rapporto di lavoro sia un atto volontario del lavoratore ma è, in qualche modo, subita involontariamente dal dipendente stesso.

Ne consegue che la Naspi spetta anche in caso di:

  1. dimissioni per giusta causa [2]: in questo caso il lavoratore si dimette poiché il datore di lavoro ha posto in essere un comportamento scorretto, contrario ai doveri che derivano dal rapporto di lavoro, che rende non più proseguibile il rapporto di lavoro, nemmeno per un istante;
  2. risoluzione consensuale del rapporto di lavoro determinata dal rifiuto del lavoratore al trasferimento in una sede di lavoro ubicata ad una distanza di oltre 50 km dalla propria residenza o raggiungibile con i mezzi pubblici con un tempo di percorrenza superiore a 80 minuti;
  3. risoluzione consensuale del rapporto di lavoro intervenuta nell’ambito della procedura di licenziamento per giustificato motivo oggettivo innanzi all’Ispettorato territoriale del lavoro.

Naspi: la domanda

Oltre al possesso di una serie di requisiti sostanziali, inoltre, la Naspi spetta solo se il lavoratore si attiva e presenta la relativa domanda all’Inps tempestivamente. Non è, infatti, l’Inps ad erogare la Naspi automaticamente quando un rapporto di lavoro cessa ma è il lavoratore, se ritiene di averne diritto, che deve richiedere l’erogazione di tale emolumento.

Per presentare domanda di Naspi esiste, peraltro, un termine decadenziale pari a 68 giorni che decorrono dalla data di cessazione del rapporto di lavoro.

Se il lavoratore presenta la domanda oltre il predetto termine egli decade dal diritto a percepire la Naspi.

La domanda di Naspi può essere presentata direttamente dal dipendente, accedendo nella relativa sezione del portale Inps con le proprie credenziali, oppure per il tramite dei soggetti abilitati, come patronati e consulenti del lavoro.


note

[1] Art. 1, D.lgs. 4 marzo 2015, n. 22.

[2] Art. 2119 cod. civ.


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