Diritto e Fisco | Articoli

Cosa spetta al coerede che apporta migliorie all’immobile?

3 Settembre 2020
Cosa spetta al coerede che apporta migliorie all’immobile?

Lavori su proprietà indivisa: sull’immobile in comunione ereditaria è possibile fare interventi di ristrutturazione e migliorie a fronte delle quali è poi dovuta la restituzione integrale delle spese sostenute. 

Non capita di rado di ricevere in eredità un immobile e di dover fare, su di esso, lavori di vario tipo: migliorie, riparazioni, ristrutturazioni integrali. Il tema dei lavori sulla proprietà indivisa è assai frequente e origina non poche controversie nelle aule giudiziarie. La ragione è presto detta.

A volte gli interventi edili sono urgenti e non c’è modo di convocare tutti i coeredi per trovare un accordo sulla ditta appaltatrice, sulle somme da spendere e sull’entità delle opere. 

Altre volte, l’immobile in comunione ereditaria è già utilizzato da uno degli eredi che, nel proprio interesse, apporta dei miglioramenti al bene per un più pieno godimento dello stesso.

Così accade che ad occuparsi di tutto sia un solo erede: questi potrebbe anticipare, di tasca propria, le spese occorrenti per i lavori, nella convinzione che poi gli altri provvedano a rimborsarlo ciascuno per la rispettiva quota. 

Ed è proprio in questo momento, invece, che sorgono le contestazioni. Capita così che qualcuno provi a dribblare l’obbligo di restituzione, adducendo motivazioni di vario tipo: l’assenza di una preventiva autorizzazione, l’eccessiva onerosità degli importi calcolati, l’inutilità degli interventi edili. 

A stabilire però cosa spetta al coerede che apporta migliorie all’immobile è stata una recente ordinanza della Cassazione [1].

Secondo la Corte, il coerede che sul bene comune da lui posseduto abbia eseguito delle migliorie può pretendere, in sede di divisione – quale mandatario o utile gestore degli altri eredi partecipanti alla comunione ereditaria – il rimborso delle spese sostenute per il suddetto bene comune.  

In pratica, le addizioni e le migliorie apportate al bene comune da un condividente entrano a far parte della massa e di esse si deve tener conto ai fini della determinazione delle quote e dei conguagli.

Viene così respinta la possibilità di applicare, in questi casi, l’articolo 1150 del Codice civile a norma del quale, in caso di migliorie su un immobile comune, chi anticipa le spese ha diritto a un’indennità pari soltanto all’aumento di valore della cosa in conseguenza dei miglioramenti medesimi. Una tale interpretazione avrebbe limitato l’entità del rimborso. Invece, chiosa la Cassazione, è dovuto il rimborso di tutte le spese sostenute, esclusa solo la rivalutazione monetaria. 

Si tratta di un indirizzo che ha già ricevuto, in passato, ulteriori conferme [2] sicché si può parlare di una interpretazione ormai stabile.

Con riferimento invece alla prescrizione, ossia al termine entro cui chiedere il rimborso delle spese sostenute, la Corte [3] ha precisato che: «In tema di divisione, con riferimento ai crediti di un comunista nei confronti di un altro (nella specie, a titolo di rimborso delle spese per la ristrutturazione dell’immobile in comunione), che non siano mai stati oggetto d’accordo, né circa l’ammontare né circa la data del pagamento, la prescrizione può decorrere soltanto dal momento della divisione, cioè dal tempo in cui si è reso (o si sarebbe dovuto rendere) il conto. Non è quindi configurabile, con riguardo a tali crediti, un’inerzia del creditore alla quale possa riconnettersi un effetto estintivo, giacché, è appunto dalla divisione che traggono origine l’obbligo della resa dei conti, con decorrenza dal momento in cui è sorta la comunione, e l’esigenza dell’imputazione alla quota di ciascun comunista delle somme di cui è debitore verso i condividenti».


note

[1] Cass. ord. n. 15300/20 del 17.07.2020.

[2] Cass. sent. n. 5135/2019 e n. 16206/2013.

[3] Cass. sent. n. 2954/2005.

Corte di Cassazione, sez. II Civile, ordinanza 15 ottobre 2019 – 17 luglio 2020, n. 15300

Presidente Oricchio – Relatore De Marzo

Fatti di causa

1. Con sentenza depositata in data 11 maggio 2015, la Corte d’appello di Venezia, per quanto ancora rileva – alla luce dei motivi di ricorso -, in riforma della decisione di primo grado, decidendo sulla controversia insorta tra gli eredi di S.A. , ossia S.F. , G.S. , S.I. , S.R. e S.L. , con riguardo all’immobile sito in (omissis) , assegnato a S.R. : a) ha determinato l’importo dovuto dai coeredi a quest’ultimo, per le migliorie apportate all’immobile, in 26.148,60 Euro (corrispondenti alla somma che era stata spesa, ossia 31.378,32 Euro, meno la quota di 2/12 che sarebbe dovuta rimanere a carico del medesimo S.R. , quale coerede); b) ha determinato in 46.807,23 Euro la quota spettante a S.F. , in relazione all’incremento di valore dell’immobile sopra indicato (280.843,40 Euro), accertato come riconducibile alle migliorie apportate da S.R. ; c) ha modificato in conseguenza il valore della quota spettante a S.R. nella somma di 329.155,65 Euro.

2. Avverso tale sentenza G.S. , S.I. , S.R. hanno proposto ricorso per cassazione affidato a due motivi, cui ha resistito con controricorso S.F. , che ha proposto ricorso incidentale condizionato e ha successivamente depositato memoria, ai sensi dell’art. 380 bis.1 c.p.c.. L’intimata S.L. non ha svolto attività difensiva.

Ragioni della decisione

1. Con il primo motivo i ricorrenti, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, si dolgono del ricalcolo operato dalla Corte territoriale, dal momento che S.F. , nell’atto di appello, aveva posto, a fondamento della propria pretesa di ricalcolare le somme a credito di S.R. , la deduzione che le migliorie all’immobile di (…) non fossero riconducibili all’iniziativa del germano, con la conseguenza che, smentito tale presupposto, non ricorrevano i presupposti per rideterminare alcunché.

La doglianza è inammissibile, per genericità, giacché, per un verso, la sentenza impugnata ha dato atto della richiesta, proposta dall’appellante in via subordinata, di procedere al ricalcolo del conguaglio dovuto e, per altro verso, i ricorrenti neppure deducono l’assenza di siffatta richiesta.

Essi si limitano a trarre dalle considerazioni utilizzate dalla Corte distrettuale per rigettare la prima articolazione del secondo motivo d’appello, ossia l’effettiva riconducibilità delle migliorie a S.R. , la non argomentata conseguenza che ciò avrebbe dovuto condurre anche al rigetto della seconda, subordinata articolazione, che appunto aspirava semplicemente ad un ridimensionamento della pretesa avversaria.

2. Con il secondo motivo, sempre, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, si lamenta violazione della regola di diritto, secondo la quale le addizioni e le migliorie apportate al bene comune da un condividente entrano a far parte della massa e di esse si deve tener conto ai fini della determinazione delle quote e dei conguagli.

In definitiva, erroneamente la Corte d’appello, dopo avere riconosciuto che le addizioni e le migliorie del bene comune era state realizzate da S.R. , aveva poi omesso di tener conto dell’incremento di valore nella liquidazione dei conguagli.

La doglianza è infondata, alla stregua del consolidato orientamento di questa Corte, a mente del quale il coerede che sul bene comune da lui posseduto abbia eseguito delle migliorie può pretendere, in sede di divisione, non già l’applicazione dell’art. 1150 c.c. – secondo cui è dovuta un’indennità pari all’aumento di valore della cosa in conseguenza dei miglioramenti – ma, quale mandatario o utile gestore degli altri eredi partecipanti alla comunione ereditaria, il rimborso delle spese sostenute per il suddetto bene comune, esclusa la rivalutazione monetaria, trattandosi di debito di valuta e non di debito di valore. (v., ad es., Cass. 21 febbraio 2019, n. 5135; Cass. 27 giugno 2013, n. 16206.

3. Il rigetto del ricorso principale comporta l’assorbimento del ricorso incidentale condizionato, con il quale si lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione degli artt. 728 e 1150 c.c..

4. In conseguenza del rigetto, i ricorrenti vanno condannati al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate come da dispositivo, alla luce del valore e della natura della causa nonché delle questioni trattate.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso principale, con assorbimento del ricorso incidentale condizionato. Condanna i ricorrenti, in solido tra loro, al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 7.200,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, ed agli accessori di legge. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti principali, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

 


Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube