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Come assegnare la casa a un figlio senza fare discriminazioni?

3 Settembre 2020
Come assegnare la casa a un figlio senza fare discriminazioni?

Donazioni e testamento: quando è possibile assegnare quote diverse ai figli. 

Un padre è libero di donare o lasciare in eredità, a un solo figlio, la propria casa nel rispetto però di alcune importanti regole che il Codice civile impone a tutti i genitori. Il legislatore vuole evitare la cosiddetta “diseredazione” dei familiari più stretti come il coniuge o, appunto, i discendenti. Tali categorie di soggetti, detti “eredi legittimari”, hanno infatti sempre diritto a una quota del patrimonio del defunto. 

Conoscere tali limiti è importante per evitare che il testamento possa essere impugnato dopo la morte del suo autore. Ecco allora come assegnare la casa a un figlio senza fare discriminazioni.

Donazione della casa a un figlio

Partiamo da un importante presupposto: finché è in vita il padre, le donazioni da questi fatte in favore di uno o più figli non possono essere impugnate. 

Se, ad esempio, una persona con due figli dona a uno solo di questi un immobile, l’altro non può sollevare alcuna contestazione. Potrà farlo solo quando il genitore morirà e si aprirà la relativa successione. 

Pertanto, è pienamente lecita la donazione della casa a un figlio, ma si tratta di un atto “traballante”, che potrebbe essere messo in discussione alla morte del donante con conseguente restituzione agli altri eredi rimasti “a secco”. Ecco perché le banche difficilmente finanziano l’acquisto di un immobile proveniente da una donazione: proprio perché sanno che, qualora gli altri eredi dovessero intentare una causa per violazione dei loro diritti di legittimari, il bene dovrà essere restituito alla massa ereditaria.

Come evitare che la donazione della casa possa essere contestata?

La donazione della casa può essere messa al sicuro innanzitutto dal decorso dei termini. L’azione rivolta a recuperare il bene, infatti, non può essere esperita se decorrono più di 20 anni dalla donazione stessa. In più, l’azione degli eredi per vedere ripristinata la rispettiva quota di eredità (la cosiddetta “legittima”) può essere intrapresa entro massimo 10 anni dalla morte (ossia dall’apertura della successione). Se, nel frattempo, sono decorsi più di 20 anni dalla donazione, l’immobile eventualmente venduto dal donatario a terzi non potrà più essere recuperato ma dovranno essere liquidate, in denaro, agli altri eredi, le rispettive quote lese. 

Riccardo dona la sua casa al figlio Roberto nel 1990. Nel 2000, Roberto vende la casa a Mario. Nel 2021, muore Riccardo. Nel 2022, i fratelli di Roberto agiscono contro quest’ultimo e Mario per ottenere la restituzione della casa affinché sia equamente divisa tra tutti i fratelli. Ma siccome sono decorsi più di 20 anni dalla donazione, Mario potrà conservare la proprietà dell’immobile. Tuttavia, poiché l’azione di lesione della legittima è stata svolta nei termini (entro 20 anni dalla morte), Roberto dovrà liquidare in denaro, ai fratelli, le quote dell’immobile che ha venduto. 

Dunque, nel caso in cui non siano decorsi entrambi i termini, l’immobile “torna indietro”. Per cui il donatario non solo sarà responsabile nei confronti dei coeredi per la compensazione della lesione della legittima, ma anche nei confronti dei terzi acquirenti in buona fede che hanno acquistato un bene che in realtà non era del venditore. 

Il secondo modo per evitare che la donazione della casa possa essere contestata è far firmare ai coeredi una liberatoria con la quale rinunciano a contestare, in un momento successivo, l’eventuale lesione della propria legittima.

A tale metodo ricorrono normalmente le banche prima di aprire un mutuo sull’acquisto di una casa ricevuta dal venditore tramite donazione.

Come assegnare la casa a un figlio senza fare discriminazioni? 

Per evitare successive contestazioni, il genitore che vuole assegnare la casa a un solo figlio (sia che ciò avvenga con una donazione o con un testamento) deve quindi prestare massima attenzione a non ledere le altrui quote di legittima. Tali quote sono differenti a seconda del numero dei fratelli e dell’eventuale presenza in vita del coniuge. Ecco dunque quali sono le proporzioni da rispettare nella ripartizione del patrimonio tra figli e coniuge (leggi anche La divisione dell’eredità tra i figli):

  • in presenza di un genitore superstite e di due o più figli, a questi ultimi spetta la metà del patrimonio divisa per quote uguali. Al coniuge va solo 1/4 dell’eredità. Il residuo 1/4 dell’eredità può essere liberamente assegnato dal testatore a chi vuole, quindi anche a uno dei figli (che così potrebbe avere più degli altri);
  • in assenza del genitore, ai figli spetta una legittima pari ai due terzi (2/3) dell’eredità, divisa per quote uguali.

Quindi, se il genitore vuol assegnare in donazione a un figlio la propria casa, dovrà riconoscere agli altri eredi legittimari (coniuge e altri figli) una parte del suo patrimonio attraverso donazioni (future o passate che siano) o anche con il proprio testamento.

Ad esempio, un padre potrebbe donare la propria casa a un solo figlio, riservandosi però solo col successivo testamento di compensare le quote degli altri figli con altri beni o con denaro.

Allo stesso modo, il padre può assegnare, col testamento, la casa a un solo figlio se gli altri hanno già ricevuto, quando lui era in vita, attraverso donazioni, la rispettiva quota di legittima che abbiamo visto sopra (1/2 se è in vita il genitore; 2/3 se non è in vita il genitore). 

È possibile assegnare quote diverse ai figli?

Alla luce di quanto appena detto, si comprende come il padre non abbia un obbligo di pari trattamento nei confronti di tutti i figli. A questi deve solo riservare le quote minime previste dalla legittima, che può assegnare con donazioni o con il testamento. La residua parte del patrimonio può essere assegnata liberamente, a terzi o anche agli stessi familiari, così favorendo solo alcuni di essi. 


note

Autore immagine: it.depositphotos.com


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