Quando la pausa caffè provoca il licenziamento

3 Settembre 2020 | Autore:
Quando la pausa caffè provoca il licenziamento

Quali sono i limiti consentiti per le interruzioni dal lavoro, a seconda degli orari e delle mansioni svolte, e quali le conseguenze del loro superamento.

Andare troppo spesso al bar durante il lavoro può costare caro: le troppe pause caffè provocano il licenziamento. È quanto è capitato a un “vigilino”, un ausiliario del traffico e della sosta, che era stato sorpreso a trattenersi un po’ troppo nei locali: almeno sei volte per più di 20 minuti ciascuna.

Durante questo arco di tempo aveva tralasciato di svolgere le sue mansioni e la società da cui dipendeva, incaricata dal Comune per il controllo delle auto parcheggiate, gli ha comminato il licenziamento. Nulla da fare per il dipendente, perché il suo ricorso è stato bocciato dai giudici di merito ed anche in Cassazione.

Ma vi sono altri casi in cui la pausa è consentita e anzi imposta dalla legge o dai contratti collettivi in quanto necessaria al lavoratore per ritemprarsi. Ad esempio, il licenziamento di un camionista imputato di fermarsi troppo spesso nei bar durante il tragitto è stato ritenuto illegittimo, nonostante le fermate non fossero state autorizzate dal datore. Invece, quello di un cassiere di banca che aveva lasciato lo sportello nonostante la lunga fila di clienti in attesa è stato confermato.

Tutto sta, dunque, a capire dove si pone il discrimine. Quando la pausa caffè provoca il licenziamento? Quando non è autorizzata o consentita ed incide negativamente sulle prestazioni lavorative e sul rapporto di fiducia e di affidabilità che deve intercorrere tra il lavoratore e il dipendente.

Ora, esamineremo cosa dice la legge e come è orientata la giurisprudenza nella soluzione di vari casi, decisi a seguito dei ricorsi presentati dai lavoratori licenziati a causa delle interruzioni eccessive che avevano comportato assenze protratte dal posto di lavoro.

Le pause consentite durante il lavoro

La legge [1] – integrata dalle prescrizioni contenute nei contratti di categoria e nei regolamenti aziendali –  stabilisce che ogni lavoratore ha diritto ad una pausa minima di almeno 10 minuti quando l’orario giornaliero supera le 6 ore (leggi pause di lavoro: quante ne spettano al giorno e quanto durano).

La funzione della pausa è quella di recuperare le energie psico-fisiche consumate durante lo svolgimento della prestazione lavorativa. Perciò, alcune categorie hanno diritto a godere di un periodo di riposo maggiore: i videoterminalisti, i trasportatori, i minorenni ed i lavoratori domestici, come colf e badanti.

I videoterminalisti

I lavoratori che per le mansioni svolte trascorrono almeno 20 ore settimanali davanti ad un monitor hanno diritto ad una pausa di 15 minuti ogni 2 ore di servizio svolte al computer.

I minorenni

I lavoratori minorenni devono poter fruire di un’ora di pausa ogni 4 ore e mezzo di lavoro svolto. Questa interruzione può essere dimezzata dai contratti di categoria, con l’assenso della Direzione territoriale del lavoro, se l’attività svolta non è insalubre o pericolosa.

I lavoratori domestici

Considerato il tipo di attività svolta, che è di assistenza e cura prevalentemente continuativa, devono ottenere una pausa giornaliera di almeno 11 ore consecutive, se conviventi con il datore o la persona da assistere, ed almeno 8 ore consecutive di riposo notturno.

Inoltre, colf e badanti devono ottenere un riposo intermedio di almeno 2 ore al giorno se il loro orario lavorativo non è interamente compreso nei turni tra le 6 e le 14 o tra le 14 e le 22.

Gli autotrasportatori

I lavoratori addetti al trasporto di merci o persone come gli autisti di pullman o camion hanno diritto a riposi intermedi più frequenti di quelli spettanti ad altre categorie: almeno 30 minuti,  se il loro orario è compreso tra le 6 e le 9 ore giornaliere, e non meno di 45 minuti, quando l’orario supera le 9 ore.

Quali pause caffè possono costare il licenziamento

Il caso che abbiamo menzionato in apertura è emblematico di ciò che può accadere. Un ausiliario del traffico, anziché dedicarsi al controllo delle auto in sosta, trascorreva parecchio tempo al bar.

La società datrice di lavoro, che svolgeva l’incarico di controllo del pagamento ticket nei parcheggi, lo ha licenziato dopo aver accertato, anche a mezzo di testimoni, i lunghi tempi trascorsi dall’incaricato in locali pubblici, anche distanti dai luoghi da controllare.

C’era stata, quindi, un’interruzione del servizio per periodi protratti. Le soste al bar erano molteplici e 6 di esse erano durate più di 20 minuti. Ad aggravare le cose, una multa elevata, stando all’orario riportato nel verbale, in un orario in cui l’agente era risultato essere al bar.

La Corte di Cassazione [2] ha confermato il licenziamento, ritenendo «connotata di particolare gravità la complessiva condotta» del lavoratore.

In un altro recente caso, riguardante un camionista, la Cassazione [3] ha invece annullato il licenziamento, che la società di trasporti aveva inflitto a causa delle troppo frequenti soste del suo autista.

Le soste caffè, per quanto numerose, sono state ritenute ininfluenti perché non avevano arrecato un danno alla società: non c’erano stati ritardi nelle consegne e neppure aggravi economici. La sanzione del licenziamento in tal caso era del tutto sproporzionata.

Altre volte, invece, i giudici sono stati più severi, come nel caso di un cassiere che aveva interrotto un servizio allo sportello in banca per andare al bar, incurante della lunga coda di clienti in attesa.

In quelle circostanze, secondo la Cassazione [4] c’era stato un rallentamento inaccettabile delle operazioni e il licenziamento era giustificato, nonostante la presenza di altre casse in funzione per “tamponare” l’assenza dell’impiegato andato in pausa caffè.

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note

[1] Art. 7 del D.L. 8 aprile 2003 n. 66 “Riposo giornaliero”.

[2] Cass. sez. Lavoro, ord. n. 18246/20 del 2 settembre 2020.

[3] Cass. sez. Lavoro, sent. n. 17065 del 13 agosto 2020.

[4] Cass. sent. n.7819 del 28 marzo 2013.


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