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Posso usare la tessera Sky di casa in un locale pubblico?

4 Settembre 2020
Posso usare la tessera Sky di casa in un locale pubblico?

Usare il decoder per uso privato in un locale pubblico non è sempre reato ma costituisce una violazione delle condizioni contrattuali. 

Un nostro lettore ci chiede: posso usare la tessera Sky di casa in un locale pubblico? Fa in particolare presente di essere titolare di un abbonamento per uso domestico e, nello stesso tempo, di aprire il proprio bar ad un ristretto pubblico di amici in occasione di alcune partite di calcio che si svolgono in tarda serata, dopo appunto l’orario di chiusura del locale al pubblico. 

La questione dell’utilizzo della televisione a pagamento in un esercizio commerciale a fronte di un contratto stipulato per un impiego casalingo è stata più volte oggetto di vaglio da parte della giurisprudenza. Da ultimo, si è pronunciata su tale questione la Cassazione [1] che ha chiarito alcuni importanti punti.

Per spiegare se si può usare la tessera Sky di casa in un locale pubblico dobbiamo analizzare la questione sotto due aspetti: quello civilistico, ossia relativo alla violazione delle condizioni contrattuali sottoscritte con la società fornitrice dell’abbonamento, e quello penale, ossia relativo alla violazione del diritto d’autore. 

Vediamo dunque, nel dettaglio, come si è orientata la Suprema Corte.

Usare la tessera Sky a uso domestico in un locale: violazione del contratto

Nel momento in cui stipula il contratto di abbonamento con Sky – o con qualsiasi altro fornitore di tv a pagamento – l’utente accetta tutte le condizioni in esso riportate, purché conosciute o conoscibili al momento stesso dell’apposizione della firma. Le clausole non devono pertanto essere riportate necessariamente sullo stesso modulo contrattuale ove è indicata l’accettazione dell’offerta, ma possono anche essergli consegnate con un distinto documento, purché ciò si realizzi concretamente.

Nei contratti di questo tipo, il corrispettivo è, di solito, proporzionato al tipo di uso che si fa dell’abbonamento: nel caso di uso domestico, il canone è ridotto rispetto all’uso commerciale. Ecco perché l’utente è chiamato a dichiarare correttamente l’effettivo impiego del decoder. Vengono peraltro previste delle penali da corrispondere nel caso in cui l’effettivo utilizzo del servizio risulti, a seguito di controlli, diverso rispetto a quello convenuto in contratto.

La Cassazione [1] ha pertanto chiarito che la società fornitrice può adire in giudizio il cliente infedele. 

Nel caso di specie, una persona aveva in essere un contratto con Sky, per la visione di programmi televisivi ad uso privato. Nel corso di un controllo nell’esercizio pubblico gestito dal ricorrente, un agente della società Sky aveva riscontrato che la smart card di costui era stata utilizzata in quel locale pubblico per la visione di una partita di calcio criptata.

Sky ha dunque agito in giudizio per chiedere l’adempimento della penale pattuita per l’uso non conforme al contratto della smart card, nella misura di 4.120,00 Euro.

Per la Cassazione, la penale richiesta da Sky deve considerarsi non eccessiva né iniqua. Decisiva è stata la prova testimoniale assunta tramite il resoconto fornito dall’agente della società.

Usare la tessera Sky a uso domestico in un locale: è reato?

Secondo la Cassazione [2], nel caso di indebito utilizzo di una scheda Sky per uso domestico in un locale pubblico, il reato per violazione del diritto d’autore si configura solo quando l’esercente lo fa per fini di lucro. Il che significa che questi deve quantomeno aver pubblicizzato l’evento, per aumentare l’affluenza al locale, o applicare un sovrapprezzo rispetto a quello ordinario sulle ordinazioni o sulla semplice partecipazione alla serata.

Se invece non ci sono tali attività, il fatto non costituisce reato. «Non vi è trasmissione delle immagini televisive – spiegano i giudici – nella mera condotta di chi associa a se stesso altre persone nella fruizione dello spettacolo televisivo, a prescindere dalla liceità o meno di ciò sul piano contrattuale e quindi civilistico; ciò che si verifica di norma quando manca il fine di lucro».

Nel caso di specie, ad avviso della Corte, la circostanza che il gestore non avesse pubblicizzato l’appuntamento sportivo, lo manda indenne da responsabilità penale, per violazione delle norme a tutela del copyright dei diritti tv, perché è assente la finalità del lucro. 

Lo stesso principio era stato sposato anche dal tribunale di Bari [3] secondo cui chi condivide una trasmissione criptata dal decoder televisivo per vedere un film o una partita con pochi amici e senza far pagare loro alcun biglietto non viola il diritto d’autore; quindi, può farlo in assoluta libertà. Il reato previsto dalla legge in materia di protezione del copyright e di diritti televisivi per chi, in assenza di accordo con il legittimo distributore, ritrasmetta o diffonda con qualsiasi mezzo un servizio ricevuto attraverso un decoder, non si configura in caso di riunione di poche persone nel salotto di casa o in un locale ristretto e chiuso al pubblico.


note

[1] Cass. ord. n. 18277/20 del 3.09.2020.

[2] Cass. sent. n. 7051/2012

[3] Trib. Bari sent. n. 1413/17 del 28.03.2017.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza 9 luglio – 3 settembre 2020, n. 18277

Presidente Scoditti – Relatore Cricenti

Fatti di causa

Il ricorrente, Lu. St., aveva in essere un contratto con Sky, per la visione di programmi televisivi ad uso privato.

Nel corso di un controllo nell’esercizio pubblico gestito dal ricorrente, un agente della società Sky ha riscontrato che la smart card di costui era utilizzata in quel locale pubblico per la visione di una partita di calcio criptata.

SKY ha dunque agito in giudizio per chiedere l’adempimento della penale pattuita per l’uso non conforme al contratto della smart card, nella misura di 4.120,00 Euro.

Il ricorrente si è costituito in giudizio opponendosi a tale richiesta, che però è stata accolta dal giudice di pace, e confermata dal Tribunale in appello.

Il ricorrente contesta ora questa decisione di secondo grado con quattro motivi. V’è costituzione di Sky Italia srl con controricorso.

Ragioni della decisione

1.- La ratio della sentenza impugnata.

Il Tribunale innanzitutto ritiene fornita la prova dell’uso scorretto, contrattualmente non autorizzato, della smart card, atteso l’esito della prova testimoniale assunta; di conseguenza ritiene legittimo il ricorso, da parte di Sky, alla penale contrattuale, che lo stesso Tribunale considera non eccessiva e non iniqua, ma rientrante nella misura imposta dai contrapposti interessi delle parti.

2.-1.- Il ricorrente contesta questa ratio con quattro motivi.

Con il primo motivo lamenta violazione degli articoli 1341 e 1342 c.c..

Ritiene che la clausola penale sia vessatoria e che il Tribunale avrebbe dovuto rilevarne la nullità per difetto di sottoscrizione, in quanto predisposta in un modulo per adesione.

Il motivo è inammissibile.

Lo stesso ricorrente riferisce che il Tribunale ha considerato tardiva l’eccezione di vessatorietà, e contrasta quest’affermazione semplicemente dicendo che invece l’eccezione era stata fatta in comparsa di costituzione. Egli tuttavia non allega di aver proposto l’eccezione, e, comunque dal testo della decisione di appello, la questione della nullità della clausola neanche risulta discussa.

Non v’è, ossia, una pronuncia su tale questione da impugnare.

2.2.- Il secondo motivo denuncia violazione degli articoli 115 c.p.c. e 2697 c.c..

Secondo il ricorrente la corte avrebbe ritenuto provato l’uso indebito della smart card, senza che vi fossero in realtà prove sufficienti, basandosi solo sulla testimonianza dell’agente Sky.

Il motivo è inammissibile in quanto, sotto l’apparente rubrica della violazione di legge, censura un apprezzamento di fatto: quello relativo alla sufficienza della prova addotta a sostegno della domanda, giudizio rimesso al giudice di merito e censurabile solo per difetto assoluto di motivazione.

2.3. Il terzo motivo denuncia violazione dell’articolo 1384 c.c..

Il ricorrente ritiene ingiusta la decisione di non ridurre la penale ad equità, sostenendo di non avere mai richiesto misure alternative, come quella di contenere la penale in due anni di abbonamento o altro.

Il motivo è inammissibile in quanto non censura di fatto la decisione impugnata, ossia non dice perché il rifiuto del Tribunale di ridurre la penale è errato, e non indica le ragioni che fonderebbero la riduzione, limitandosi a contestare di aver prospettato quantificazioni alternative del danno. Manca un qualche argomento a sostegno della manifesta inquità della clausola penale.

2.4.- L’ultimo motivo denuncia violazione dell’articolo 92 c.p.c.

Il ricorrente suppone erronea applicazione della regola della soccombenza, in quanto il Tribunale avrebbe, quanto al difetto di motivazione del primo grado, ritenuto la fondatezza dell’appello.

Il motivo è infondato.

Il Tribunale in un obiter ritiene, si, succintamente motivato un capo di sentenza, e provvede ad integrare la motivazione, ma ritiene comunque corretta la decisione del giudice di pace, cosi che non può dirsi che ha accolto l’appello, o che almeno ha ritenuto fondata una doglianza.

Non v’è in sostanza soccombenza reciproca, ma unilaterale del ricorrente.

Il ricorso va rigettato.

P.Q.M.

La corte rigetta il ricorso, condanna il ricorrente al pagamento di 1500,00 Euro di spese legali, oltre 200,00 di spese generali. Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, del D.P.R. n. 115 del 2002, la Corte dà atto che il tenore del dispositivo è tale da giustificare il pagamento, se dovuto e nella misura dovuta, da parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso.


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