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Partita Iva chiusa: come dichiarare i compensi?

2 Novembre 2020 | Autore:
Partita Iva chiusa: come dichiarare i compensi?

L’Agenzia delle Entrate ha chiarito che quando l’incasso avviene successivamente alla cessazione dell’attività bisogna inserire l’importo tra i redditi diversi.

La cessazione dell’attività può comportare problemi per professionisti e lavoratori autonomi, quando percepiscono compensi dopo la avvenuta chiusura della partita Iva.

La dichiarazione di cessata attività, da presentare all’Agenzia delle Entrate, dovrebbe avvenire nel momento in cui le prestazioni relative all’attività svolta sono concluse e dunque quando tutti i compensi sono stati incassati.

Più facile a dirsi che a farsi: nella pratica, spesso è difficile riuscire a farsi pagare tempestivamente, ed accade che, pur avendo ormai interrotto il lavoro, si attende a lungo di percepire il dovuto dai clienti ed anche dalle pubbliche amministrazioni, come nel patrocinio a spese dello Stato, che talvolta viene liquidato agli avvocati anche a distanza di anni.

Accade quindi che l’incasso di alcune spettanze avvenga inevitabilmente in un momento successivo a quello dell’avvenuta cessazione. In questi casi, come dichiarare i compensi quando ormai la partita Iva è chiusa? In proposito, l’Agenzia delle Entrate ha fornito i chiarimenti che ora analizzeremo, spiegando anche quali sono gli adempimenti fiscali da effettuare per chiudere la partita Iva.

Chiusura della partita Iva: quali adempimenti

Per chiudere una partita Iva, c’è una distinzione di procedura tra le persone fisiche e le persone diverse da quelle fisiche, come le società.

La prima categoria, che comprende i liberi professionisti, i lavoratori autonomi e le imprese individuali, deve presentare all’Agenzia delle Entrate il modello denominato AA9/12.

Il secondo gruppo – che comprende gli enti, le società e le associazioni – deve presentare, sempre all’Agenzia delle Entrate, il modello AA7/10, ma se in base all’attività esercitata si è iscritti anche al Registro delle Imprese occorrerà utilizzare la comunicazione unica, valevole anche per la cancellazione in questo ambito. Queste dichiarazioni devono essere presentate nel termine di 30 giorni dalla cessazione dell’attività.

Per conoscere le modalità di compilazione e di invio, leggi: come chiudere una partita Iva e come fare per chiudere la partita Iva.

I redditi di lavoro autonomo

I redditi di lavoro autonomo sono definiti dalla legislazione tributaria [1] come quelli che «derivano dall’esercizio di arti e professioni».

La medesima norma precisa che «per esercizio di arti e professioni s’intende l’esercizio per professione abituale, ancorché non esclusiva, di attività di lavoro autonomo».

Il legislatore ha voluto distinguere questi tipi di attività dal lavoro autonomo occasionale [2] e sottolineare il fatto che rientrano nella prima tipologia le attività svolte con regolarità, stabilità e continuità.

Il requisito essenziale del lavoro autonomo, non occasionale, è quello dell’abitualità. Come tali, queste attività richiedono appunto il possesso di una partita Iva per poter essere esercitate legittimamente da un punto di vista fiscale.

Come dichiarare i compensi percepiti a partita Iva chiusa

Se il contribuente, nel momento in cui incassa un determinato compenso, non ha più la partita Iva, perché ha cessato l’attività ed ha dichiarato la avvenuta chiusura nei modi che abbiamo visto, per il Fisco non è più un lavoratore autonomo in quanto non svolge più l’attività in modo abituale.

Così in base a queste premesse l’Agenzia delle Entrate [3], rispondendo al quesito di un contribuente che aveva chiesto di sapere come indicare in dichiarazione i compensi riscossi dopo la cessazione dell’attività (si trattava di un professionista che operava nel regime dei minimi), ha chiarito come procedere.

I compensi in questione dovranno essere dichiarati come “redditi diversi” e il loro ammontare andrà riportato nel quadro RL, al rigo RL15, del Modello Redditi Persone Fisiche 2020.

Tenuto conto della chiusura della partita Iva, infatti, non sarebbe più possibile inserirli nel quadro LM del medesimo Modello, destinato ai redditi di lavoro autonomo per il quale il contribuente ha definitivamente perso il requisito soggettivo.

L’Agenzia ha anche chiarito, nella risposta all’interpello, che i contribuenti che accedono ai regimi agevolati – come quello forfettario, quello di vantaggio per l’imprenditoria giovanile e quello per i lavoratori in mobilità – possono inserire tra gli elementi di determinazione del reddito imponibile anche quei ricavi che sono ancora da incassare al momento della chiusura della partita Iva.

In questi casi, le operazioni che non hanno ancora avuto la loro «manifestazione finanziaria» [4], ossia i compensi non sono stati ancora ricevuti e materialmente incassati, vengono imputati all’ultimo anno di attività di lavoro autonomo svolta.

E questo criterio vale a prescindere dal tipo di attività esercitata (che dunque potrà essere non solo professionale, ma anche d’impresa) perché la caratteristica tipica di questi regimi agevolati è quella della determinazione del reddito con il criterio di cassa, anziché con quello di competenza.


note

[1] Art. 53, comma 1, del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917 (Testo Unico delle Imposte Dirette).

[2] Art. 67, comma 1, lettera l), D.P.R. n.917/1986.

[3] Agenzia delle Entrate, risposta ad istanza di interpello n. 299 del 2 settembre 2020.

[4] Agenzia delle Entrate, circolare n. 17/E del 30 maggio 2012 e circolare n. 10/E del 4 aprile 2016.


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