Diritto e Fisco | Articoli

Trasferimento lavoratore: rifiuto

4 Novembre 2020
Trasferimento lavoratore: rifiuto

Il datore di lavoro può modificare la sede di lavoro del dipendente solo in presenza di comprovate esigenze.

Hai ricevuto una lettera di trasferimento in una sede di lavoro molto lontana dalla tua residenza. Non hai intenzione di trasferirti e vorresti rifiutare il trasferimento. Vuoi sapere se il rifiuto del trasferimento può costarti il posto di lavoro.

La sede di lavoro è un elemento essenziale del contratto di lavoro che viene pattuito dal datore di lavoro e dal lavoratore all’atto dell’assunzione. Tuttavia, nel corso del tempo, le esigenze aziendali possono cambiare e il datore di lavoro può intimare il trasferimento al lavoratore. Cosa succede in caso di rifiuto del lavoratore di trasferirsi?

Può il datore di lavoro licenziare il dipendente che non accetta di modificare il luogo di esecuzione della prestazione di lavoro? Per maggiori informazioni, prosegui nella lettura di questo articolo.

Cos’è il trasferimento del lavoratore?

Uno degli elementi fondamentali della lettera di assunzione è la sede di lavoro, ossia, il luogo nel quale il lavoratore deve recarsi per svolgere la prestazione di lavoro prevista dal contratto stesso.

Il luogo di lavoro è un elemento fondamentale del contratto che, spesso, condiziona la stessa volontà del lavoratore ad accettare quell’impiego. Può, infatti, accadere che un lavoratore accetti un posto di lavoro proprio perché prevede una certa sede di lavoro. Intorno al luogo di lavoro, infatti, il lavoratore organizza la propria vita personale e familiare.

La sede di lavoro, tuttavia, non è immutabile: le parti possono decidere in ogni momento di modificarla consensualmente. Quando, invece, a decidere di cambiare la sede di lavoro è il datore di lavoro in modo unilaterale parliamo di trasferimento del lavoratore.

Quando il trasferimento del lavoratore è legittimo?

Il trasferimento del lavoratore ha un impatto molto forte nella vita del dipendente poiché, molto spesso, determina un forte sconvolgimento nella vita personale e familiare della persona. Proprio per questo, la legge [1] esige che il trasferimento del lavoratore si fondi su comprovate esigenze organizzative, tecniche e produttive aziendali.

Il datore di lavoro, quando comunica al lavoratore il trasferimento, non è tenuto a indicare in maniera analitica le esigenze aziendali che hanno reso necessaria tale modifica. Secondo la giurisprudenza, peraltro, nemmeno in caso di richiesta dei motivi del trasferimento da parte del lavoratore l’azienda è obbligata a fornire una spiegazione esaustiva.

Tuttavia, se il lavoratore impugna il trasferimento di fronte al giudice del lavoro, chiedendo che venga dichiarato illegittimo, l’azienda dovrà obbligatoriamente fornire la prova delle esigenze organizzative, tecniche e produttive sottese al trasferimento. L’onere della prova è, infatti, gravante sul datore di lavoro.

Cosa succede se il lavoratore rifiuta il trasferimento?

Capita spesso che il lavoratore non abbia alcuna intenzione di trasferirsi presso la nuova sede di lavoro, soprattutto quando quest’ultima è situata in una località molto distante da quella in cui lavoratore risiede.

Può il lavoratore rifiutarsi di trasferirsi nella nuova sede di lavoro? Sul punto, la giurisprudenza della Cassazione non è del tutto omogenea.

Secondo alcune sentenze, infatti, il lavoratore non potrebbe mai rifiutarsi di prendere servizio presso la nuova sede di lavoro, in quanto la modifica del luogo di esecuzione della prestazione di lavoro rientra nel potere direttivo ed organizzativo dell’imprenditore. Secondo tale orientamento, egli dovrebbe, dunque, in prima battuta trasferirsi, seguendo l’ordine impartito dal datore di lavoro, e, successivamente, se ritiene che il trasferimento sia illegittimo, impugnare il il provvedimento datoriale di fronte al giudice del lavoro. Se quest’ultimo da ragione al lavoratore e dichiara che il trasferimento è illegittimo egli potrà tornare alla sua sede di origine.

Secondo altre pronunce anche recenti [2], invece, quando il trasferimento è illegittimo, in quanto privo delle comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive richieste dalla legge, è legittimo il comportamento del lavoratore che rifiuta di trasferirsi nel nuovo luogo di lavoro.

La questione è molto importante perché, spesso, in caso di rifiuto del trasferimento, la società, preso atto che il lavoratore non è in servizio nel nuovo luogo di lavoro alla data stabilita, lo considera assente ingiustificato e procede al suo licenziamento per giusta causa.

In casi come questo, dunque, l’adesione all’uno o all’altro orientamento della Cassazione può condurre ad esiti opposti. Se, infatti, si ritiene che il lavoratore non possa mai rifiutare il trasferimento, il licenziamento per assenza ingiustificata verrà giudicato legittimo. Se, al contrario, si ritiene che il lavoratore, in caso di trasferimento illegittimo, possa legittimamente rifiutarsi di cambiare la propria sede di lavoro, il licenziamento dovrà essere ritenuto illegittimo.

 


note

[1] Art. 2103 cod. civ.

[2] Cass. 23 aprile 2019, n. 11180.


Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube