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Trasferimento lavoratore con figli

2 Novembre 2020
Trasferimento lavoratore con figli

I carichi familiari del dipendente possono incidere sulla possibilità del datore di cambiare il luogo di lavoro.

Hai ricevuto la lettera con cui il datore di lavoro ti comunica che sarai trasferito in un’unità produttiva lontana da quella attuale. Ti chiedi se il tuo status di padre possa giustificare il tuo rifiuto a trasferirti.

Modificare la sede di lavoro del dipendente, prevista nel contratto individuale di lavoro, è una delle facoltà che la legge riconosce al datore di lavoro al ricorrere di determinate ragioni giustificative. Avere dei figli a carico, di per sé, non impedisce al datore di lavoro di trasferire il dipendente né legittima quest’ultimo a rifiutare il trasferimento. Tuttavia, occorre prestare attenzione a delle fattispecie particolari che si verificano quando il figlio è disabile o è ancora molto piccolo.

Quando si decide di comunicare il trasferimento ad un lavoratore con figli occorre, quindi, tenere sempre in considerazione l’eventuale presenza di regole particolari che escludono o limitano il diritto del datore di lavoro di modificare il luogo di svolgimento della prestazione lavorativa.

Trasferimento del lavoratore: cosa significa?

Quando si parla di trasferimento del lavoratore ci si riferisce a quel provvedimento assunto unilateralmente dal datore di lavoro con cui viene modificata la sede di lavoro presso la quale il lavoratore deve rendere la prestazione di lavoro.

Non è possibile, a priori, valutare l’impatto che il trasferimento può avere sulla vita del lavoratore. Infatti, molto dipende dalla distanza tra la sede lavorativa di origine e la nuova sede cui il dipendente viene assegnato. Inoltre, le condizioni personali e familiari del lavoratore giocano un ruolo molto importante in caso di trasferimento. Non c’è dubbio che un lavoratore single abbia meno vincoli e possa accettare con meno preoccupazione il trasferimento, anche in una unità produttiva molto lontana da quella prevista nel contratto.

Viceversa, se il lavoratore trasferito ha una famiglia e dei figli, il trasferimento produce effetti molto più profondi nella vita personale e familiare del dipendente.

Trasferimento del lavoratore con figli

La legge prevede che il datore di lavoro possa modificare unilateralmente la sede di lavoro del dipendente a patto che sussistano comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive, che l’azienda deve essere in grado di dimostrare in un’eventuale causa avente ad oggetto la legittimità del trasferimento [1].

La normativa che disciplina il trasferimento si limita ad esigere la sussistenza delle predette motivazioni, senza prevedere alcuna deroga nel caso in cui il lavoratore abbia una famiglia e dei figli a carico.

Di per sé, dunque, il fatto che il lavoratore abbia dei figli non impedisce al datore di lavoro di trasferirlo, né legittima il dipendente a rifiutare il trasferimento.

Ciò che conta è che, al pari del trasferimento di un lavoratore senza figli, l’azienda possa dimostrare le comprovate ragioni giustificative che hanno reso necessaria la modifica del luogo di lavoro.

Trasferimento della neo-mamma

In realtà, in alcuni casi, il fatto che il lavoratore trasferito abbia dei figli può influire sulla possibilità di trasferirlo in un’altra unità produttiva.

Secondo la giurisprudenza [2], infatti, la lavoratrice che si assenta dal lavoro per congedo obbligatorio di maternità, alla fine del periodo di astensione dal lavoro, ha diritto a rientrare nell’unità produttiva cui era assegnata prima dello stato gravidico.

Il trasferimento della lavoratrice neo-mamma, al rientro dalla maternità, è, dunque, possibile, al di fuori del Comune di residenza, solo in caso di:

  • cessazione del reparto presso il quale la dipendente era addetta; e
  • impossibilità di utilizzare la sua prestazione di lavoro nel medesimo Comune in cui è ubicata la sede di lavoro di provenienza.

La lavoratrice madre può, quindi, fino al compimento di un anno di età del proprio figlio, rifiutare il trasferimento in una sede produttiva che si trovi al di fuori del Comune nel quale è ubicata la sede di lavoro originaria. In questo caso, il datore di lavoro, se non può utilizzare proficuamente le prestazioni della lavoratrice presso la città di origine, potrà sospenderla dal lavoro senza il pagamento della retribuzione.

Trasferimento del lavoratore con figlio disabile

Ancora più forte è la tutela offerta dalla legge al lavoratore che assiste un figlio disabile in maniera continuativa. In questo caso, infatti, il trasferimento può essere attuato solo con il consenso del lavoratore stesso e non può essere, invece, imposto dal datore di lavoro in maniera unilaterale [3].

Ma vi è di più. Secondo la Cassazione [4], infatti, il lavoratore che assiste una persona disabile ha diritto ad essere trasferita in una sede più vicina al domicilio dell’assistito.

Alla luce di quanto abbiamo esposto, emerge che il datore di lavoro, prima di comunicare il trasferimento ad un lavoratore con figli, deve verificare in maniera dettagliata se vi sono delle condizioni familiari che possono in qualche modo limitare o escludere il diritto a modificare il luogo di lavoro.

 


note

[1] Art. 2103 cod. civ.

[2] Cass. n. 42428/2017.

[3] Legge 104/92.

[4] Cass. n. 6150/2019.


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