Lavoro e Concorsi | Articoli

South working: come lavorare al Nord vivendo al Sud

4 Settembre 2020 | Autore:
South working: come lavorare al Nord vivendo al Sud

Una nuova visione dello smart working che potrebbe dare più occupazione nel Mezzogiorno evitando costi e svuotamento di intere città.

Non ci voleva molto a pensarci. Ma qualcuno doveva avere l’idea e metterla in pratica. E, in effetti, così è stato. La pandemia di coronavirus ha rafforzato il ricorso allo smart working, termine improprio per definire il lavoro da casa (home working sarebbe stato meglio?). In sostanza, anziché andare in ufficio in giacca e cravatta, prendendo i mezzi pubblici o incolonnandosi con l’auto in tangenziale, l’azienda ti chiede di svolgere la stessa attività dal tuo salotto, in pantofole, dovendo percorrere soltanto il corridoio di casa per arrivare in «ufficio». Esiste, però, un’evoluzione dello smart working, ovvero il South working: come lavorare al Nord vivendo al Sud. Un modo per contribuire a risolvere la penuria di lavoro nel Meridione evitando di essere costretti ad un trasferimento e a cercarsi un appartamento al Settentrione.

Il primo progetto che va in questa direzione è stato lanciato dalla Global Shapers Palermo Hub, la prima e unica community del Sud Italia (sette, in totale nel Paese) creata da Domenico Schillaci e rappresentata da una quindicina di ragazzi tra i 20 e i 29 anni. Ma l’idea può essere applicata da chiunque abbia la seria intenzione di sfruttare il concetto dello smart working per avviare o ampliare un’attività senza i costi aggiuntivi di una sede fisica, di scrivanie e computer, di buoni pasto da erogare.

D’altro canto, questo nuovo concetto di lavoro a distanza che ha preso piede durante l’emergenza Covid può rappresentare una valida occasione per chi non trova un lavoro in Puglia, Sicilia, Calabria o Campania e non ha la possibilità di fare le valige per emigrare in Lombardia, Piemonte o Veneto, per dire.

Vediamo, allora, come lavorare al Nord vivendo al Sud grazie a South working.

Il progetto South working, come si diceva, è nato da una costola dello smart working che si è sviluppato notevolmente durante il periodo del Covid. Si tratta di un’idea di una comunità di ragazzi siciliani, tutti sotto i 30 anni, che hanno avuto un’intuizione in grado di suscitare interesse: creare le condizioni per lavorare al Nord vivendo al Sud. Cioè di sfruttare il lavoro a distanza per trovare un posto a 1.000 km senza abbandonare la propria città.

Gli obiettivi a breve termine del progetto sono:

  • individuare il lavoro da remoto in una città diversa rispetto a quella in cui si trova l’azienda o il datore per cui si vuole svolgere l’attività;
  • evitare la fuga verso il Nord, dando la possibilità a chi abita al Sud di continuare a vivere nel proprio territorio;
  • evitare lo svuotamento di piccoli paesi o borghi investendo nel digitale;
  • garantire maggiore produttività alle aziende ed un consistente risparmio al lavoratore, che può evitare i costi elevati di un trasferimento.

Più avanti, il progetto prevede di «stimolare l’economia del Sud, aumentare la coesione territoriale tra le varie regioni d’Italia e d’Europa e creare un terreno fertile per le innovazioni e la crescita al Sud».

Stando agli ultimi dati elaborati da Svimez, l’associazione per lo sviluppo industriale del Mezzogiorno, tra il 2002 e il 2017, cioè nell’arco di 15 anni, sono stati due milioni gli italiani del Sud che si sono trasferiti al Nord per motivi di studio o di lavoro. Con alcune conseguenze negative: oltre allo svuotamento delle città più piccole del Meridione, ci sono delle spese non indifferenti per trovare una casa e per mantenersi in un contesto con un costo di vita decisamente più alto rispetto a quello a cui si era abituati.

Questo concetto di lavoro a distanza – di fronte al quale un Governo non potrebbe che sorridere, visto che sarebbe in grado di abbassare di qualche punto la percentuale dei disoccupati al Sud – richiede, però, un forte investimento da parte dello Stato in una rete digitale degna di questo nome. La carenza strutturale dell’Italia da questo punto di vista si è palesata sempre ai tempi del Covid con la didattica a distanza: migliaia di studenti non hanno potuto seguire le lezioni da casa per mancanza di connessione alla Rete o per un collegamento Internet piuttosto scarso.

South working è partito con una prima fase sperimentale tra Palermo e Milano, ma va da sé che l’idea è sfruttabile ovunque. Anche, perché no, a livello europeo: cosa potrebbe impedire, ad esempio, ad un bolognese di lavorare per una società di Londra accanto alla finestra che si affaccia su Piazza Maggiore?



Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube