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Pensione: diminuisce se crolla il Pil?

6 Settembre 2020 | Autore:
Pensione: diminuisce se crolla il Pil?

L’importo dei contributi previdenziali accantonati si svaluta a causa della crisi, se si determina un forte calo del prodotto interno lordo?

Ogni anno, i contributi Inps accreditati nella posizione previdenziale del lavoratore sono rivalutati sulla base di un tasso di capitalizzazione, che dipende dalla crescita nominale del prodotto interno lordo, cioè del Pil, degli ultimi 5 anni.

Negli ultimi anni, a causa del perdurare della crisi economica, le rivalutazioni annuali dei contributi sono risultate piuttosto basse: questo è uno dei motivi per i quali il sistema di calcolo contributivo della pensione risulta meno conveniente rispetto al calcolo retributivo.

Il sistema di calcolo contributivo, lo ricordiamo, si basa sull’età al momento della pensione e sui contributi accantonati nell’arco della carriera, rivalutati in base alla variazione quinquennale del Pil nominale. Il sistema di calcolo retributivo o reddituale, invece, oltre a basarsi sugli ultimi redditi, normalmente i più elevati della vita lavorativa, rivaluta questi redditi sulla base dell’inflazione: in pratica, i coefficienti di rivalutazione delle retribuzioni, o dei redditi, risultano molto più favorevoli rispetto al tasso di capitalizzazione dei contributi.

Il sistema di calcolo contributivo, che sino a qualche tempo fa riguardava solo i lavoratori più giovani, è applicato anche ai lavoratori più anziani per i periodi dal 2012 in poi. Nella generalità dei casi, comunque, riguarda i periodi dal 1996 in poi. In sintesi, il calcolo contributivo riguarda ormai la generalità dei lavoratori e non è più soltanto un “problema dei giovani”.

Abbiamo osservato che a causa del calo della produzione economica le ultime rivalutazioni dei contributi sono risultate veramente basse. Ma che cosa succederà alle pensioni a causa della nuova crisi che ha investito l’Italia?

Ci si domanda, in particolare, se il montante contributivo, a causa della forte diminuzione del prodotto interno lordo, possa addirittura essere svalutato. La pensione diminuisce se crolla il Pil? Fortunatamente, delle normative recenti hanno previsto dei meccanismi di difesa per evitare la svalutazione dei capitali accantonati dai lavoratori.

Cerchiamo comunque di capire che cosa potrebbe accadere se nel 2020 il Pil subisse una contrazione elevata, ad esempio intorno al 10%. Per comprendere che cosa succederà alle pensioni, dobbiamo però approfondire il funzionamento del calcolo contributivo.

Come funziona il calcolo contributivo?

Il calcolo contributivo della pensione non si basa sugli ultimi stipendi o retribuzioni percepite come il sistema retributivo, ma sui contributi effettivamente versati nel corso dell’attività lavorativa, rivalutati e trasformati in rendita da un coefficiente che aumenta all’aumentare dell’età pensionabile.

Per determinare l’importo della pensione, bisogna:

  • innanzitutto, determinare i contributi dovuti nell’anno, applicando l’aliquota di computo (una percentuale che varia in base alla gestione di previdenza ed alla categoria di appartenenza, ad esempio il 33% per i dipendenti) all’imponibile contributivo (per i dipendenti normalmente coincide con lo stipendio lordo, per i lavoratori autonomi col reddito prodotto);
  • rivalutare i contributi accantonati ogni anno, in base alla variazione quinquennale del Pil nominale;
  • sommare i contributi rivalutati, ottenendo così il montante contributivo;
  • moltiplicare il montante contributivo per il coefficiente di trasformazione, una cifra espressa in percentuale che varia in base all’età;
  • si ottiene così la pensione annua;
  • dividendo l’importo per 13 si ottiene e la pensione mensile.

Attenzione: se il lavoratore opta per il ricalcolo contributivo della pensione (opzione contributiva Dini, computo nella gestione separata, totalizzazione, opzione donna) bisogna considerare anche un’ulteriore quota contributiva di pensione, relativa ai periodi precedenti al 1996.

Se, invece, il lavoratore possiede dei contributi al 31 dicembre 1995, alcune quote del trattamento saranno valutate col sistema retributivo.

Per approfondire, leggi la guida al calcolo contributivo della pensione.

Rivalutazione dei contributi per la pensione

Abbiamo osservato che i contributi accantonati ogni anno sono rivalutati in base alla variazione quinquennale del Pil nominale.

Ecco, nella tabella, le rivalutazioni applicate anno per anno: in grassetto è indicato l’anno di decorrenza della pensione, di seguito l’anno a cui si riferisce il montante e il tasso di capitalizzazione.

196331  .12  .1961

1,  081432

199231  .12  .19901,101013
196431  .12  .1962

1,  09136

199331  .12  .19911,09775
196531  .12  .1963

1,105468

199431  .12  .19921,088611
196631.12.1964

1,111816

199531.12.19931,07299
196731.12.1965

1,110107

199631.12.19941,065726
196831.12.1966

1,104326

199731.12.19951,062054
196931.12.1967

1,099969

199831.12.19961,055871
197031.12.1968

1,087896

199931.12.19971,053597
197131.12.1969

1,089733

200031.12.19981,056503
197231.12.1970

1,099558

200131.12.19991,051781
197331.12.1971

1,100769

200231.12.20001,047781
197431.12.1972

1,099769

200331.12.20011,043698
197531.12.1973

1,12137

200431.12.20021,041614
197631.12.1974

1,146567

200531.12.20031,039272
197731.12.1975

1,156004

200631.12.20041,  040506
197831.12.1976

1,190509

200731.12.20051,035386
197931.12.1977

1,216775

200831.12.20061,033937
198031.12.1978

1,210426

200931.12.20071,034625
198131.12.1979

1,203363

201031.12.20081,033201
198231.12.1980

1,226929

201131.12.20091,017935
198331.12.1981

1,214364

201231.12.20101,016165
198431.12.1982

1,205767

201331.12.20111,011344
198531.12.1983

1,202694

201431.12.20121,001643
198631.12.1984

1,186164

201531.12.20131
198731  .12  .1  985

1,160219

201631.12.201  41,00505  8
198831  .12  .1986

1,142703

201731.12.20151,004684
198931.12.1987

1,126341

201831.12.20161,005205
199031.12.1988

1,115314

201931.12.20171,013478
199131.12.1989

1,105217

202031.12.20181,018254

Per quanto riguarda chi si pensiona nel 2020, il tasso di capitalizzazione ufficiale indicato dall’Istat, che si applica ai montanti contributivi (cioè alla somma dei contributi) accantonati al 31 dicembre 2018, è pari a 1,018254: in pratica, i lavoratori che si pensionano nel 2019 devono rivalutare il montante contributivo accreditato al 31 dicembre 2018 per questo tasso.

I lavoratori che si pensionano nel 2020 non devono, invece, rivalutare i contributi versati nel 2019, cioè nell’ultimo anno di lavoro prima di accedere alla pensione.

La rivalutazione per chi si pensiona nel 2020 è parecchio distante dai valori dei primi anni duemila, precedenti alla crisi, quando si registravano incrementi annui del 4-5%.

Ma che cosa succederà a chi si pensionerà nel 2021, a causa del forte decremento del Pil? Diminuirà anche l’importo dei contributi, quindi del trattamento pensionistico?

Svalutazione dei contributi per la pensione

Innanzitutto, bisogna chiarire che il crollo del Pil non riguarda chi andrà in pensione nel 2020, nel 2021 o nel 2022. Difatti:

  • il tasso di capitalizzazione del 2019, che riguarda i pensionamenti tra il 1° gennaio 2020 ed il 31 dicembre 2020, è stato calcolato sulla base della variazione media del Pil del quinquennio 2013-2017;
  • il tasso di capitalizzazione del 2020, che riguarda i pensionamenti tra il 1° gennaio 2021 ed il 31 dicembre 2021, sarà calcolato sulla base della variazione media del Pil del quinquennio 2014-2018;
  • il tasso di capitalizzazione del 2021, che riguarda i pensionamenti tra il 1° gennaio 2022 ed il 31 dicembre 2022, sarà calcolato sulla base della variazione media del Pil del quinquennio 2015-2019;
  • solo il tasso di capitalizzazione del 2022, che riguarda i pensionamenti tra il 1° gennaio 2023 ed il 31 dicembre 2023, sarà influenzato dalla crisi del 2020, in quanto sarà calcolato sulla base della variazione media del Pil del quinquennio 2015-2020.

Blocco della svalutazione dei contributi per la pensione

Bisogna poi osservare che, quand’anche il tasso di capitalizzazione del 2022 risulti negativo a causa del crollo del Pil del 2020 (che probabilmente non potrà essere compensato dalle precedenti annualità che concorrono a formare il tasso di capitalizzazione), il montante contributivo non potrà comunque essere svalutato.

Il decreto Poletti [1], infatti, prevede un principio secondo il quale il coefficiente di rivalutazione del montante contributivo, determinato adottando il tasso annuo di capitalizzazione, non può essere inferiore a uno, anche se in base ai calcoli risulta teoricamente negativo.

Nel caso in cui sia negativo, ci sarà comunque un recupero da effettuare sulle rivalutazioni successive.

In parole semplici:

  • chi andrà in pensione nel 2021 o nel 2022 non subirà alcuna diminuzione del montante contributivo, in quanto la media quinquennale utile a determinare il tasso di capitalizzazione non comprenderà il 2020;
  • chi andrà in pensione nel 2023 non potrà comunque subire alcuna diminuzione del montante accumulato, perché il coefficiente da applicare al montante non può essere inferiore a uno; la mancata svalutazione si deve però recuperare sulle rivalutazioni successive, se superiori ad uno.

In conclusione, un crollo del Pil non comporterà la diminuzione della pensione, ma non si può fare a meno di osservare la scarsa convenienza nel versamento dei contributi previdenziali all’Inps. A causa della nuova crisi, gli accantonamenti renderanno poco meno di zero. Vi sono sicuramente tipologie di investimento più convenienti, come i versamenti presso un fondo di previdenza complementare. Tuttavia, la previdenza complementare affianca, e non sostituisce, la previdenza obbligatoria: i contributi Inps, piaccia o no, vanno versati comunque.


note

[1] Art. 5, Co. 1, DL 65/2015.


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