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3 cose che il Coronavirus mi ha insegnato

6 Settembre 2020 | Autore:
3 cose che il Coronavirus mi ha insegnato

Chi colpisce il Covid e perché bisogna proteggere gli anziani o le persone con patologie pregresse. Il nazismo di chi dice di no. Le tesi sul complotto. L’uomo e l’esigenza di socialità. 

L’italiano medio è quello che se legge su un cartello «Cani al guinzaglio» si sente autorizzato a portare un leone libero. 

Dico questo per due ragioni. Innanzitutto, per la geniale fantasia del nostro popolo che si manifesta in tutte le occasioni, anche quando deve eludere le norme. In secondo luogo, per la sua riluttanza a subire costrizioni, senza però accorgersi che sono per il suo stesso bene. Nell’iperbole di prima, è chiaro che se tutti portassero un leone libero, nessuno potrebbe più uscire di casa.

L’emergenza Covid mi ha fatto capire, ancor di più, lo spirito e il carattere degli italiani.

Già un’idea me l’ero fatta in 11 anni di direzione del giornale laleggepertutti.it, leggendo i commenti dei lettori e le migliaia di richieste di consulenza.

Ma se è vero che, nelle situazioni di necessità, emerge ancor di più la natura delle persone, quella del Coronavirus è stata l’occasione per fare un vero e proprio esperimento sociale. La pandemia ci ha rivelato uno spaccato della nostra nazione, a tratti simile a tante altre, ma per altri versi unica e originale. 

L’Italia è piena di nazisti 

Mi ha colpito il post su Facebook di una persona affetta da cancro che lamentava il fatto che, per via del ri-diffondersi del virus, causato dai noti festini estivi, lei sarebbe stata nuovamente costretta, in autunno, a fare la chemio da sola in ospedale, senza un familiare a stringerle la mano in quel momento difficile. E al dolore e alla paura – diceva – si sarebbe unita anche la solitudine. 

Dopo l’invito a indossare la mascherina, il post concludeva con questa frase: non diceva «proteggetevi» ma scriveva «proteggete me». 

E come lei, c’è da proteggere tutte le altre persone che – mentre noi facciamo i nostri comodi quotidiani, portiamo a spasso il cane, andiamo in discoteca, facciamo aperitivo, riceviamo i clienti allo studio, andiamo fuoriporta con gli amici – entrano in una corsia d’ospedale per le più svariate ragioni.   

Pensateci un attimo. Se sentiamo che una persona è morta per coronavirus, la prima cosa che chiediamo è: «Ma aveva patologie pregresse?». Perché, se le aveva, ci sembra quasi normale che dovesse morire, a prescindere se, in una situazione di normalità, quella patologia le avrebbe consentito invece di vivere una vita regolare. Prendiamo il caso di un malato d’asma o di ipertensione che, con una cura farmacologia, riesce a condurre un’esistenza come tutti gli altri e che invece oggi è considerato un soggetto debole, con possibilità di morire per covid ben otto volte più elevata rispetto a una persona qualsiasi. Ma finché questa persona non è nostra madre o un nostro fratello non ce ne frega nulla. E lo prendiamo in considerazione anzi, per confermare la regola: il covid colpisce solo i più deboli. Quindi, è tutto nella norma. Non c’è di che preoccuparsi.

Un atteggiamento di questo tipo mi ricorda la rupe Tarpea, quella da cui, secondo la leggenda, gli spartani buttavano i neonati deformi o più deboli. Si sarebbe trattato di una prima forma di selezione della razza che poi, purtroppo, con il nazismo avrebbe trovato una reale e concreta applicazione. 

Quando sento quelle persone che dicono che le misure di contenimento della pandemia sarebbero una grossa panzana, che il covid non sarebbe altro che una influenza, solo più forte, che colpisce unicamente i vecchi e quelli che hanno patologie pregresse, non posso fare a meno che pensare proprio ai nazisti.

La gente invoca il ritorno alla normalità perché ritiene quasi giusto che i più deboli fisicamente debbano morire. E non importa se ciò avviene per causa di una malattia per la quale non c’è cura. Non sono disposti a indossare le mascherine o a rinunciare alla discoteca pur di proteggere quelle persone che, in definitiva, essendo i nostri nonni, ci hanno consentito di esistere. A Bergamo è stata spazzata via una generazione intera. 

Mentre la cultura asiatica celebra e rispetta gli anziani, trattati quasi come divinità, noi li calpestiamo. 

Però, poi, le stesse persone che dicono che lo Stato non dovrebbe bloccare un’economia per tutelare i fisici deboli, invoca misure di tutela per i più deboli dal punto di vista economico. E qui una platea di richiedenti bonus, sussidi, sostegni, tutele per le famiglie svantaggiate. Se dovessimo ragionare nello stesso modo, quello cioè della selezione naturale darwiniana, dovremmo anche dire: tu sei precario? Peggio per te: io non ti aiuto. Tu hai una “patologia pregressa” ed è normale che ora, con il covid, dovrai morire di fame. La tua azienda è piccola? Fatica ad arrivare a fine anno e ora con la pandemia stai per chiudere? Affari tuoi: è normale che chi zoppica debba soccombere.

Eppure cari amici, non è così: la nostra Costituzione tutela proprio le categorie svantaggiate, le più deboli, quelle cioè con “malattie pregresse”. E ne fa una missione sociale. Quindi, le cose stanno così: se decidete di restare in Italia, dovete accettare tutte le regole, non solo i diritti ma anche gli obblighi. 

L’uomo è un animale sociale

La seconda cosa che il Covid mi ha fatto capire è che, senza la società, l’uomo non sa stare. Lo abbiamo visto quando il Governo ha imposto il lockdown: la gente ha avvertito subito la necessità di “prendere aria”, anche quando, normalmente, nel mese di marzo, si sarebbe rintanata in casa, al calduccio.

Nelle numerose consulenze che ho fornito in questo periodo, ho letto le scuse più fantasiose e disparate pur di avere qualcosa da dire alla polizia in caso di controllo. Emblematica la scena del cane della vicina che, a turno, veniva portato a passeggio da tutto il condominio.

Questo lo aveva capito bene Aristotele, 2.500 anni fa, quando disse che l’uomo è un animale sociale.

La natura umana richiede il rapporto con gli altri. Quando ciò manca, la sua interiorità ne risente, si mostra più fragile che mai. 

Chi ha sperimentato la solitudine la descrive come il male peggiore che possa colpire una persona, più brutta anche della malattia. C’è chi, malato, è circondato di affetti e perciò riesce a guarire o comunque a sopportare il peso della sua condizione. Chi è solo, invece, anche se sano, cade in un profondo stato di depressione e, nei casi più gravi, arriva al suicidio.

L’uomo nasce come animale sociale innanzitutto per un’esigenza di difesa. I cavernicoli si riunivano per combattere le fiere, poi la fame, poi per difendersi dalle tribù vicine. La cosa si è evoluta. Aristotele diceva che l’uomo non trova la conoscenza in sé, ma ha bisogno di confrontarsi e rapportarsi con gli altri, di fare esperienze e – perché no – di accoppiarsi. 

Anche Hegel, molti secoli dopo, all’inizio dell’800, disse che per l’uomo sono necessari i rapporti sociali. L’intersocialità, il “vedere gli altri”, è di fondamentale importanza perché il singolo individuo possa capire prima di tutto se stesso. 

Il coronavirus, insomma, ci ha spiegato la filosofia e ci ha fatto capire che Aristotele ed Hegel avevano capito tutto ciò ancor prima della pandemia.

Perché tanti complottisti?

Il covid mi ha messo davanti a una schiacciante mole di tesi sul complotto. Siamo inondati di teorie di tutti i tipi in una situazione che, invece, richiederebbe un focus sulla soluzione, prima ancora che sulle cause. 

I vaccini fanno bene! No, fanno male ma sono imposti dalle case farmaceutiche. 

Il covid è un virus naturale. No, è stato creato in laboratorio dai cinesi. No, dagli americani. No, dai russi.

Ogni giorno, ne esce uno diverso a dire la sua. Che poi, guarda caso, il più delle volte, sono tutte persone senza uno stralcio di competenza scientifica nella materia di cui parlano. Come quelli «che la terra è piatta» ma che non hanno mai fatto una missione spaziale per dimostrarlo.

Non sono qui a dire quale teoria è giusta e quale è sbagliata. Ma è evidente che, se uno dice bianco, un altro dice nero, e altri mille dicono un colore diverso, ci sarà solo uno ad affermare la verità e gli altri solo fesserie. Ed allora mi sono chiesto: com’è possibile che la gente creda a tutte queste bufale.

La prima ragione per cui la gente tende a credere alle teorie dei complotti, la più semplice, è che ciascuno tenta di scaricare le colpe sugli altri. 

La seconda ragione è che le storie sono straordinariamente più interessanti della realtà. La verità è noiosa da analizzare e richiede molto tempo, ma soprattutto competenze. Competenze che non abbiamo. E allora, per dire la nostra, ricorriamo alla fantasia, quella dei film.

Ma c’è un motivo anche più profondo e nascosto alla nascita delle teorie del complotto. Queste tesi soddisfano l’esigenza delle persone di identificarsi in un gruppo, in un pensiero che tanto più è definito, tanto più si distingue dalla massa e, quindi, richiama l’attenzione su di sé. 

Il bello delle teorie del complotto, infine, è che non puoi provare che non sono false. Una volta, ebbi una discussione con una persona tanto ignorante quanto arrogante secondo cui i Pirenei sarebbero in Cile. Non è servito a nulla dirle che quelle sono le Andre. Lei continuava sicura di sé: i Pirenei sono nell’America del sud. E sapete quale soluzione ha trovato per chiudere il discorso? Mi ha detto: «Dimostrami il contrario. Dimostrami che in Cile non ci sono i Pirenei». Il che, in termini giuridici, significa sovvertire l’onere della prova. 

  



1 Commento

  1. ottimo articolo ma una necessaria precisazione storica: la Rupe Tarpea si trova a Roma, la rupe Spartana della leggenda sull’eugenetica (peraltro non confermata da fonti storiche) sarebbe un dirupo del Monte Taigeto, una catena montuosa del Peloponneso.

    La Rupe Tarpea costituiva il lato meridionale della rocca del Campidoglio dalla quale veniva gettato nel Foro sottostante chiunque fosse stato condannato a morte per tradimento alla patria.

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