Assenza non comunicata: sì al licenziamento per giusta causa

7 Settembre 2020 | Autore:
Assenza non comunicata: sì al licenziamento per giusta causa

Per la Cassazione, la mancata giustificazione anche al termine della cassa integrazione è contraria alla buona fede e potenzialmente dannosa per l’azienda.

La giusta causa non rientra tra i motivi di licenziamento vietati fino alla fine dell’anno dalla normativa in vigore per l’emergenza Covid. Quindi, chi non giustifica un’assenza dal lavoro con la dovuta comunicazione al datore può essere lasciato a casa dall’oggi al domani una volta concluso il periodo di cassa integrazione a zero ore. Lo ha stabilito la Cassazione con una recente sentenza [1].

In sostanza, secondo la Suprema Corte, è legittimo il licenziamento per motivi disciplinari di chi, nonostante le ripetute richieste, non fornisce ai superiori una giustificazione delle assenze effettuate alla fine del periodo di cassa integrazione di cui ha beneficiato durante l’emergenza sanitaria.

La Cassazione basa la sua decisione sul concetto di correttezza e buona fede che ci deve essere alla base di qualsiasi contratto di lavoro. Principio che viene meno, spiegano i giudici supremi, quando un dipendente non si presenta al lavoro senza una giustificazione, anche se successivamente motiva il suo gesto con una richiesta di ferie precedentemente fatta al datore. Se l’impiegato non dimostra di essere stato autorizzato a fruire del periodo di riposo e se, per di più, dopo essere stato sollecitato più volte non ha comunicato alcunché all’azienda, il licenziamento è legittimo.

La sentenza insiste sul dovere di fedeltà da parte del lavoratore che, in questo caso, si traduce nell’obbligo di tenere un comportamento leale nei confronti del datore di lavoro e di tutelare gli interessi dell’azienda.

Si conferma così l’orientamento della giurisprudenza espresso finora secondo cui è lecito licenziare il dipendente che non giustifica l’assenza dal posto di lavoro non soltanto perché si tratta di un gesto contrario alla buona fede e alla correttezza ma anche perché potenzialmente dannoso per l’organizzazione e la gestione dell’azienda.


note

[1] Cass. sent. n. 16790/2020.


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