Se l’ex non può mettersi in proprio spetta l’assegno

7 Settembre 2020 | Autore:
Se l’ex non può mettersi in proprio spetta l’assegno

La Cassazione riafferma il principio di solidarietà post-coniugale. Vanno considerati gli anni in cui è stato svolto il ruolo esclusivo di genitore.

Lei ha una laurea e un master, è una professionista ma non ha abbastanza soldi per aprire uno studio per conto suo. Lui ha un lavoro stabile. Si sono separati e lui versa a lei un assegno da mille euro al mese. Lei è ancora giovane. Lui vorrebbe chiudere il rubinetto dei soldi. Ma se l’ex non può mettersi in proprio spetta l’assegno? Oppure deve cercare un altro lavoro per mantenersi?

La Cassazione si è occupata più volte del principio di solidarietà post-coniugale ed ha stabilito, anche con un recente pronunciamento, che ci sono dei casi in cui, effettivamente, bisogna valutare le scelte fatte da entrambi i coniugi durante la loro convivenza e quella che si è creata per i singoli «ex» quando il matrimonio è finito.

Secondo l’ultima ordinanza della Suprema Corte [1], l’assegno divorzile è dovuto quando – in questo caso – l’ex moglie non può esercitare il suo lavoro perché non ha la capacità economica sufficiente per mettersi in proprio, dopo aver tentato attivamente di trovare un’occupazione. Per la Cassazione, infatti, non può essere accusato di negligenza l’ex coniuge che, come nella vicenda riportata nell’ordinanza in commento, ha partecipato a concorsi pubblici, pur non riuscendo a superarli, vive in una casa formalmente intestata a un terzo estraneo al giudizio e non risulta impegnata presso lo studio in cui ha svolto la pratica come professionista.

A ciò si aggiungono altri due elementi, fondamentali secondo i giudici supremi. Il primo, il fatto che la donna non abbia altre disponibilità economiche per mettersi in proprio, cioè per aprire uno studio che le consenta di ricominciare da zero e di guadagnarsi da vivere in maniera autonoma.

Il secondo elemento riguarda una storia già vista in tante occasioni, ovvero la situazione in cui si trova l’ex moglie che ha rinunciato al lavoro quando sono arrivati i figli. Dopo la separazione, ritengono i giudici, non è affatto semplice trovare subito il modo per mantenersi da sola.

Subentra, a questo punto, quanto già stabilito dalle Sezioni unite della Cassazione [2]: occorre tenere conto del carattere perequativo e compensativo del trattamento da riconoscere al coniuge debole e bisogna accertare il nesso causale fra le scelte adottate dalla coppia – come può essere la decisione di rinunciare alla propria attività lavorativa per dedicarsi esclusivamente alla famiglia – e la situazione economica di chi chiede il contributo quando il vincolo si scioglie. Non può non essere tenuto in considerazione, conclude l’ordinanza della Suprema Corte, il fatto che la separazione ha cambiato in modo radicale lo stile di vita della donna che era frutto di una scelta fatta insieme durante la convivenza.


note

[1] Cass. ordinanza n. 18548/2020 del 07.09.2020.

[2] Cass. SS.UU. sent. n. 18287/2018.


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