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Bitcoin: vanno dichiarati e sono tassati?

8 Settembre 2020 | Autore:
Bitcoin: vanno dichiarati e sono tassati?

Il regime fiscale delle criptovalute: quando e come inserirle nella dichiarazioni dei redditi e quali imposte sono previste sul loro possesso e sui guadagni.

Potresti avere una preparazione mostruosa come avvocato, commercialista, tributarista o fiscalista, eppure avrai sicuramente una lacuna: non sai qual è il regime fiscale dei bitcoin. Non è colpa tua: il fatto è che in tutta la legislazione italiana non compare mai il termine bitcoin e nemmeno quello di criptovaluta.

Non lo troverai nel codice civile, nel testo unico delle imposte sui redditi e neppure nella legislazione speciale. Non c’è nessuna norma di legge italiana che parla di questo argomento in modo espresso. Affrontano il tema, invece, l’Agenzia delle Entrate e la giurisprudenza, ma in maniera alquanto sporadica e con pronunce a volte tra loro contrastanti, perché manca l’appiglio normativo.

Ma allora come devi regolarti se detieni bitcoin, li scambi e infine li rivendi, cambiandoli in euro, magari ottenendo un guadagno? I bitcoin devono essere riportati o no nella dichiarazione dei redditi? E, soprattutto, i bitcoin sono tassabili, e se sì come? Ci sono imposte sui profitti conseguiti oppure forme di tassazione che colpiscono semplicemente il loro possesso, considerato alla stregua di una ricchezza?

Se hai un portafoglio in bitcoin o in altre criptovalute sono domande che devi porti. E qualsiasi operatore del diritto sa che, anche quando mancano le norme, bisogna dare una risposta alle domande legittime dei cittadini, come questa.

Perciò, che tu sia un operatore o un professionista, devi sapere se i bitcoin posseduti o venduti vanno dichiarati e se sono tassati. E da qui sapere quando è come è necessario devi comunicare al Fisco di possederli o di aver svolto operazioni su di essi e quando invece puoi farne a meno. Ti interesserà anche sapere se cambia qualcosa a seconda che li conservi oppure li scambi in trading o se li usi per spenderli nei tuoi acquisti con pagamenti digitali.

Prima di rispondere a tutte queste domande è opportuno fare una panoramica sui bitcoin spiegando brevemente cosa sono, come funzionano e a cosa servono. Da qui sarà un po’ più facile arrivare a capire lo speciale regime fiscale stabilito attualmente per queste criptovalute.

Bitcoin: cosa sono e come funzionano

bitcoin sono la rivoluzione incompiuta del nostro secolo: sono monete virtuali che vivono e si muovono esclusivamente nel mondo digitale, senza  alcun aggancio con una materia fisica, come l’oro o altri metalli preziosi.

Si tratta di una rivoluzione perché la loro creazione e circolazione avviene senza l’intermediazione degli Stati, dei loro governi e delle banche, grazie ad una “catena digitale” crittografata, chiamata blockchain, che è il cuore del sistema e registra tutti gli scambi monetari, certificando anche la proprietà in capo al soggetto che possiede la chiave di decriptazione; ed è incompiuta perché il meccanismo non ha soppiantato – o almeno non ancora – le valute tradizionali.

Il bitcoin è la prima e più famosa tra le ormai numerosissime criptovalute. I quantitativi posseduti sono detenuti in un portafoglio virtuale, chiamato wallet: per ottenerlo bisogna sottoscrivere un contratto con un intermediario, e da quel momento si potrà accedere al registro della blockchain che conterrà tutte le transazioni, in acquisto e in vendita, fatte a proprio nome.

La chiave digitale di accesso a questo wallet è composta da 33 caratteri alfanumerici e sostituisce il nome e il cognome dei possessori: una parte di questo codice è pubblico e serve per riconoscere i soggetti ai quali accreditare i bitcoin, e l’altra è privata ed ha valore di firma digitale, necessaria per autenticare ogni transazione.

I bitcoin visti dal Fisco

Secondo l’interpretazione dell’Agenzia delle Entrate [1], il bitcoin è una tipologia di moneta “virtuale”, o meglio “criptovaluta”, che viene utilizzata come “moneta” alternativa a quella tradizionale avente corso legale emessa da una Autorità monetaria.

Dunque, nella visione del Fisco si tratta «di un sistema di pagamento decentralizzato, che utilizza una rete di soggetti paritari (peer to peer) e non è soggetto ad alcuna disciplina regolamentare specifica né ad una Autorità centrale che ne governa la stabilità nella circolazione».

Ma l’Agenzia considera anche che le criptovalute hanno due ulteriori fondamentali caratteristiche, alle quali abbiamo accennato poc’anzi: «in primo luogo, non hanno natura fisica, bensì digitale, essendo create, memorizzate e utilizzate non su supporto fisico bensì su dispositivi elettronici (ad esempio, smartphone), nei quali vengono conservate in “portafogli elettronici” (cd. wallet) e sono pertanto liberamente accessibili e trasferibili dal titolare, in possesso delle necessarie credenziali, in qualsiasi momento, senza bisogno dell’intervento di terzi».

«In secondo luogo, i bitcoin vengono emessi e funzionano grazie a dei codici crittografici e a dei complessi calcoli algoritmici. In sostanza, vengono generati grazie alla creazione di algoritmi matematici, tramite un processo di mining (letteralmente “estrazione”) e i soggetti che creano e sviluppano tali algoritmi sono detti miner. Lo scambio dei predetti codici criptati tra gli utenti (user), operatori sia economici che privati, avviene per mezzo di una applicazione software», rileva l’Agenzia.

Così, per poter utilizzare i bitcoin, bisogna entrarne legittimamente in possesso in uno di questi due modi:

  • acquistandoli da altri soggetti in cambio di valuta legale;
  • accettandoli come corrispettivo per la vendita di beni o servizi.

L’Agenzia sa bene che le monete virtuali vengono utilizzate «in alterativa alle valute tradizionali principalmente come mezzo di pagamento per regolare gli scambi di beni e servizi ma anche per fini speculativi attraverso piattaforme on line che consentono lo scambio di bitcoin con altre valute tradizionali sulla base del relativo tasso cambio». Ad esempio, è possibile scambiare bitcoin con euro al tasso Btc/Euro corrente al momento dell’operazione.

Questa visione alternativa dei bitcoin, come strumento di pagamento digitale o di investimento speculativo, condiziona la scelta operata sul regime di tassazione applicabile e sull’obbligo di dichiarazione.

Il regime fiscale dei bitcoin

Adattare il concreto e innovativo meccanismo di funzionamento dei bitcoin alla prassi al regime fiscale e dunque alle norme tributarie presenti – o per meglio dire mancanti – non è agevole, ma l’Agenzia delle Entrate ha tentato comunque di offrire una soluzione.

In assenza di una disciplina normativa esplicita, la prospettazione dell’Agenzia costituisce dunque il principale riferimento, insieme alla giurisprudenza formatasi sul punto e che esporremo.

Sulla base delle premesse di inquadramento che abbiamo esposto, l’Agenzia si è orientata ad equiparare le criptovalute, e dunque i bitcoin, alle valute estere (come il dollaro statunitense, il franco svizzero o lo yen giapponese), ma in un primo momento ha sostenuto che la conversione “a pronti”, come nel caso di cambio in euro, non genera materia imponibile: «Per quanto riguarda, la tassazione ai fini delle imposte sul reddito dei clienti della Società, persone fisiche che detengono i bitcoin al di fuori dell’attività d’impresa, si ricorda che le operazioni a pronti (acquisti e vendite) di valuta non generano redditi imponibili mancando la finalità speculativa».

Ora, siccome i bitcoin non sono menzionati nel Testo Unico delle Imposte sui Redditi, in base ai principi generali, tutti i guadagni di tipo speculativo realizzati dai contribuenti devono essere dichiarati come redditi diversi, quando generano plusvalenze (il prezzo di realizzo ottenuto con la vendita è maggiore del prezzo di acquisto o di carico) ed essere tassati come tali. Ma in realtà questa non è ancora la risposta definitiva al nostro quesito, bensì soltanto l’inizio della strada verso la soluzione.

Bitcoin e dichiarazione dei redditi

In una successiva risposta all’interpello di un contribuente [2], l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che i bitcoin e le criptovalute in genere devono essere trattati ai fini della dichiarazione dei redditi alla stregua delle tradizionali valute estere.

Perciò il loro ammontare dovrà essere riportato nella dichiarazione dei redditi ed inserito nel quadro RW, dove bisognerà indicare il controvalore in euro posseduto alla data del 31 dicembre dell’anno d’imposta di riferimento, secondo il tasso di cambio vigente in quella data.

Precisamente, secondo le istruzioni fornite dall’Agenzia occorrerà riportarli al rigo RW1, nella colonna 3 con il codice 14 («Altre attività estere di natura finanziaria e valute virtuali»), senza necessità di inserire, nella successiva colonna 4, il codice «Stato estero» (che sarebbe di difficile se non impossibile individuazione, trattandosi di valuta digitale e virtuale e non di una normale moneta ufficiale radicata in uno Stato).

Il monitoraggio fiscale sui bitcoin

L’inserimento in dichiarazione serve anche ad adempiere gli obblighi di «monitoraggio fiscale» [3] sul possesso di valute estere comunque denominate, che riguarda anche quelle virtuali come appunto i bitcoin.

L’obbligo serve a prevenire l’illecito trasferimento all’estero di attività potenzialmente produttive di reddito, con conseguente sottrazione alla loro tassazione in Italia.

Vi sono soggette tutte le persone fisiche residenti nel territorio dello Stato che detengono investimenti all’estero ed altre attività estere di natura finanziaria suscettibili di produrre redditi imponibili in Italia, tra le quali rientrano le valute estere.

Bitcoin: quale tassazione

La tassazione dei bitcoin non coincide con l’obbligo del loro inserimento in dichiarazione, perché sono soggetti ad imposizione solo le operazioni realizzate in criptovalute considerate di natura speculativa.

In base alla tesi dell’Agenzia delle Entrate, ora condivisa anche dalla giurisprudenza [4] le operazioni sui bitcoin si presumono compiute a fini speculativi – e dunque sono imponibili – quando la giacenza media dei wallet detenuti dal contribuente (ai quali deve sommarsi anche l’ammontare delle eventuali valute estere tradizionali possedute) supera l’importo di 51.645,69 euro, per una durata di almeno 7 giorni lavorativi continuativi nell’anno d’imposta in esame.

Se queste condizioni si realizzano, gli eventuali utili realizzati dovranno essere riportati come plusvalenze, in base alla norma generale valevole per questo tipo di redditi [5] e che l’Agenzia ritiene applicabile anche al caso dei bitcoin, nel quadro RT del Modello Redditi e verranno tassati con l’aliquota d’imposta sostitutiva sui guadagni di capitale, pari al 26%.

Attenzione però a non confondere l’adempimento di dichiarazione con quello della tassazione: le plusvalenze derivanti dai bitcoin costituiscono redditi diversi di natura finanziaria quando si realizzano mediante la cessione a titolo oneroso delle criptovalute, ma concorrono a formare il reddito imponibile – e dunque sono soggette a tassazione – soltanto quando si verifica la condizione del superamento della giacenza della soglia di 51.645,69 euro per almeno 7 giorni lavorativi continui.

Invece, sui bitcoin non è dovuta l’Ivafe (imposta sul valore delle attività finanziarie detenute all’estero) in quanto essa si applica esclusivamente ai depositi e conti correnti di natura bancaria, come ha chiarito l’Agenzia delle Entrate.

Il prelievo di bitcoin dal conto

Ma anche il prelievo delle somme espresse in bitcoin sul wallet e da qui, dopo l’avvenuto cambio, sul conto corrente o sul conto deposito è equiparato alla cessione a titolo oneroso e, dunque, risulta tassabile alla stessa maniera, sempre se si verificano le altre condizioni di duraturo superamento della soglia che abbiamo descritto.

Lo scopo della norma, ovviamente interpretata in senso rigoroso dall’Agenzia delle Entrate, è quello di tassare comunque e in ogni caso l’incremento di valore che la criptovaluta ha ottenuto dal momento del suo acquisto.

Perciò il legislatore ha voluto impedire fenomeni elusivi, che si avrebbero quando il contribuente, anziché procedere alla vendita dei bitcoin depositati sul suo wallet, li cambia in euro per spenderli, oppure li preleva per poi trasferirli in deposito su un diverso portafoglio. Quando ciò avviene, non è possibile sfuggire alla tassazione prevista.

La certificazione dell’intermediario

Per gli adempimenti dichiarativi ed anche per conoscere l’importo delle eventuali plusvalenze ottenute, è opportuno basarsi sulla certificazione rilasciata annualmente dall’intermediario con il quale si opera (es. Coinbase, Conio, eToro, Plus500, ecc.) dal momento dell’apertura del portafoglio e per le successive operazioni di compravendita realizzate anche attraverso il trading.

Per chi non è particolarmente esperto, è consigliabile gestire le criptovalute scegliendo il regime del risparmio amministrato [6], che consente una tassazione “facile” in quanto l’imposta dovuta sarà calcolata ed applicata direttamente a cura dell’intermediario, attraverso un’imposta sostitutiva che verrà addebitata sul conto del cliente, dunque senza necessità di adempimenti di liquidazione e versamento da parte del contribuente.

Però questo regime può essere scelto solo se si dispone di un intermediario finanziario residente in Italia o che operi nel nostro Paese attraverso una sede individuata ed una stabile organizzazione; è opportuno quindi informarsi in partenza se l’operatore che intendi scegliere dispone di questi necessari requisiti.

La tassazione dei bitcoin per le imprese

Tutto quanto abbiamo esposto finora vale solo per le persone fisiche. Quando invece si tratta di imprese, come le società, i bitcoin e le altre criptovalute equivalgono a tutti gli effetti alle valute estere e come tali devono essere trattata. Pertanto, il loro possesso o la loro disponibilità a qualsiasi titolo nelle casse o nei conti aziendali (ad esempio perché acquistate o perché ricevute in pagamento dai clienti) devono essere annotati in contabilità, così come i movimenti in uscita.

In particolare, dovranno essere registrate nelle scritture contabili tutte le operazioni che vengono effettuate in bitcoin, anche in caso di loro vendita o utilizzo come mezzo di pagamento verso fornitori o soci.

Al termine dell’esercizio, la consistenza dei bitcoin in termini di valore, iniziale e finale, dovrà essere riportata in bilancio, con gli opportuni chiarimenti da fornire nella nota integrativa in caso di operazioni compiute durante l’anno e del relativo metodo attributivo del valore (ad esempio, con il criterio Lifo, last in first out, per valorizzare in maniera appropriata le diverse operazioni compiute nel tempo).

I trasferimenti di somme di denaro denominate in bitcoin sono invece esenti da Iva quando non sono collegate a cessioni di beni o prestazioni di servizi [7].


Se i tuoi bitcoin (da soli o insieme ad altre criptovalute o valute estere) superano il valore di 51.645,69 euro per 7 giorni consecutivi nell’anno, dovrai dichiararli indicandoli nel quadro RW della dichiarazione dei redditi.

In tal caso i guadagni ottenuti dalla loro vendita o dal cambio in euro e prelievo saranno tassati al 26%. Se con il tuo intermediario operi in regime di risparmio amministrato, sarà lui ad effettuare gli adempimenti.

note

[1] Agenzia delle Entrate, risoluzione n. 72/E/2016 del 2 settembre 2016.

[2] Agenzia delle Entrate, risposta a intepello n. 956-39-2018.

[3] Art. 4 D.L. n. 167 del 28 giugno 1990 e Circolare Agenzia delle Entrate n. 38/E/2013.

[4] TAR Lazio, sent. n. 1077/20 del 27 gennaio 2020.

[5] Art. 67, comma 1, lett. c ter e comma 1 ter del D.P.R. n. 917/1986 (Testo Unico delle Imposte sui Redditi).

[6] Art. 6 del D.Lgs. n. 461/97.

[7] Art.135, paragrafo 1, lettera e), Direttiva 2006/112/Ce; art. 10, comma 1, n.3) D.P.R. n. 633/1972; Corte di Giustizia Ue, sent. del 22 ottobre 2015 in causa C 264/14.


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5 Commenti

  1. Buongiorno, complimenti per l’articolo molto interessante. Volevo fare delle domande a riguardo. Se acquisto dei bitcoin suddivisi in piccole operazioni per un importo totale a fine anno di 1000€, devo dichiararli nel riquadro RW del 730? Se ho un guadagno a fine anno come mi devo comportare visto che la piattaforma alla quale mi appoggio (conio.com) mi consegna ricevuta d’acquisto e mi dice di rivolgermi ad un commercialista per gli adempimenti fiscali? Per quanto riguarda la dichiarazione ISEE devono essere dichiarati? Grazie e buona giornata.

    1. Ti suggeriamo la lettura dei seguenti articoli:
      -Bitcoin: pro e contro. Tutti i vantaggi e gli svantaggi della criptovaluta che promette allettanti guadagni: sarà vero? Gli elementi per formare un’opinione consapevole. https://www.laleggepertutti.it/367479_bitcoin-pro-e-contro
      -I bitcoin vanno dichiarati al fisco? Anche le criptovalute vanno indicate nel Modello Unico e riportate nella dichiarazione dei redditi all’Agenzia delle Entrate. https://www.laleggepertutti.it/365694_i-bitcoin-vanno-dichiarati-al-fisco
      -Soldi virtuali: cosa sono e come funzionano https://www.laleggepertutti.it/389749_soldi-virtuali-cosa-sono-e-come-funzionano

      1. Buongiorno, ma cosa si intende per giacenza media?
        A me risulta che sia necessario guardare il tasso di cambio al 1 gennaio. Per cui se, per es., ho 1 btc al 1 gennaio che vale 40000 euro e lo stesso al 31 dicembre vale 100000 euro, non devo pagare sulla plusvalenza. Giusto?

  2. Ma la dichiarazione al solo fine del monitoraggio e compilazione del quadro RW non è sempre e cmq obbilgatorio, indipendentemente dall’ammontare della somma dei vari wallet?
    Grazie

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