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Mediazione: c’è gratuito patrocinio?

8 Settembre 2020
Mediazione: c’è gratuito patrocinio?

Chi paga l’avvocato durante il tentativo di conciliazione se il cliente è stato ammesso al patrocinio a spese dello Stato?

Un nostro lettore ci fa presente di possedere i requisiti di reddito per l’ammissione al gratuito patrocinio. Dopo aver scelto il proprio avvocato, avrebbe presentato la domanda di ammissione al beneficio presso il locale consiglio dell’Ordine. Senonché per il tipo di controversia è stato necessario intraprendere prima il tentativo di mediazione presso un organismo privato. L’incontro si sarebbe concluso con una soluzione pacifica tra le parti. A questo punto, l’avvocato avrebbe presentato la propria parcella, nonostante la nullatenenza del lettore; il quale, ci chiede se è corretto l’operato del difensore. La domanda è dunque la seguente: in caso di mediazione, c’è gratuito patrocinio? In altri termini, l’attività svolta dal legale in sede di mediazione – sia che questa abbia avuto esito positivo e sia terminata con un accordo, sia che abbia invece avuto esito negativo – è coperta dal patrocinio a spese dello Stato oppure no? In questo secondo caso, è chiaro che dovrà essere l’assistito – per quanto non abbiente – a dover retribuire il proprio difensore. 

Il quesito se l’avvocato abbia o meno diritto al compenso e, in caso di risposta affermativa, chi debba farsene carico, non è problema di poco conto. Esso, infatti, finisce per influire sulla stessa efficacia della mediazione. Qualora si dovesse ritenere che l’obbligo di corrispondere l’onorario per la sola fase di mediazione ricada sulla parte e non sull’Erario, si arriverebbe a spingere il cliente a rifiutare ogni offerta transattiva. E, difatti, solo con l’avvio del giudizio in tribunale egli sarebbe coperto dall’ombrello del gratuito patrocinio.

Dinanzi al vuoto legislativo e ad anni di contrasti giurisprudenziali, è finalmente scesa la Cassazione a chiarire se, in caso di mediazione, c’è gratuito patrocinio. Ecco qual è stato l’orientamento della Corte nella pronuncia dello scorso 31 agosto 2020 [1].  

Gratuito patrocinio in mediazione: cosa dice la legge?

Il problema nasce dal fatto che il Testo Unico sulle Spese di Giustizia (DPR n. 115/2002), che regola il gratuito patrocinio, è anteriore alla normativa sulla mediazione obbligatoria e, a seguito di essa, non è stato mai aggiornato. In particolare, l’articolo 75, primo comma, stabilisce che «l‘ammissione al patrocinio è valida per ogni grado e per ogni fase del processo e per tutte le eventuali procedure, derivate ed accidentali, comunque connesse». 

La norma non sembra lasciare spazio ad equivoci: richiamando la parola «processo» consentirebbe di ritenere possibile il gratuito patrocinio solo per la fase giudiziale, quella cioè che si svolge dinanzi al giudice, non quindi per quella anteriore relativa alla mediazione, obbligatoria o facoltativa che sia. 

Ricordiamo solo per completezza che l’avvocato, la cui parte sia stata ammessa al gratuito patrocinio, non può esigere da questa alcun tipo di compenso, neanche a titolo di rimborso spese. In caso contrario, subirebbe la sospensione disciplinare dall’esercizio della professione da un minimo di 6 mesi ad un massimo di un anno [2].

Dicevamo che solo dopo l’approvazione del T.U. è stato adottato il D.Lgs. n. 28/2010 che ha introdotto la mediazione obbligatoria in una molteplicità di casi e l’obbligo della presenza dell’avvocato in mediazione, prevedendo altresì la possibilità per i non abbienti di ricorrervi senza pagare alcunché all’Organismo di mediazione. Nulla, invece, viene previsto in merito al compenso dell’avvocato che abbia assistito la parte nel procedimento di mediazione. 

La tesi favorevole al gratuito patrocinio in mediazione obbligatoria 

Nonostante il tenore letterale della normativa, alcuni giudici hanno ritenuto che il gratuito patrocinio copra anche la mediazione obbligatoria. Emblematiche le decisioni del tribunale di Firenze [3] e di Roma [4]. In particolare, si è detto che la parte deve:

  • depositare presso l’organismo apposita dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà, la cui sottoscrizione può essere autenticata dal medesimo mediatore;
  • produrre, a pena di inammissibilità, se l’organismo lo richiede, la documentazione necessaria a comprovare la veridicità di quanto dichiarato.

Secondo tale orientamento, anche il compenso dell’avvocato che ha assistito una parte ammessa al gratuito patrocinio nella mediazione obbligatoria o delegata può essere posto a carico dello Stato, a prescindere dal fatto che la mediazione si sia conclusa con esito positivo o negativo [5]. Lo stesso principio è stato poi esteso alla mediazione facoltativa [6]. 

L’orientamento della Cassazione e la tesi negativa

Di contrario avviso è però la Cassazione che, con la più recente ordinanza [1], ha stabilito che il difensore della parte ammessa al patrocinio a spese dello Stato non ha diritto al compenso professionale a carico dell’Erario per l’attività svolta nella fase della mediazione obbligatoria; si tratta di regola assoluta, che non ammette deroghe neanche se, dopo il fallimento del tentativo di conciliazione, non segue la fase giudiziale. 

Il caso deciso dalla Corte riguarda un avvocato che, in sede di mediazione obbligatoria, aveva difeso il proprio assistito in una causa derivante da un rapporto di locazione. Il tentativo di mediazione si era concluso con un nulla di fatto: le parti non avevano trovato un accordo, ma le stesse hanno poi deciso di non intraprendere alcuna causa, avendo raggiunto una transazione fuori dalle stanze dell’Organismo di mediazione. 

Il legale aveva allora chiesto al tribunale la liquidazione dei compensi secondo la disciplina del patrocinio a spese dello Stato, sul presupposto che il suo cliente era stato ammesso a tale beneficio; ma l’istanza era stata respinta. La Cassazione ha confermato tale decisione ritenendo che il professionista non avesse diritto a chiedere l’onorario allo Stato ma dovesse semmai pretenderlo dal proprio cliente. 

La Corte Suprema ha osservato, innanzitutto, che l’articolo 74 Dpr 115/2002 «limita l’operatività del patrocinio a spese dello Stato all’ambito del procedimento sia civile che penale», e dunque presuppone «l’intervenuto avvio della lite giudiziale».

Si tratta – prosegue la Cassazione – di limite che non può essere superato dall’interpretazione del giudice, giacché altrimenti si inciderebbe sulla sfera relativa alla gestione del denaro pubblico e alle disposizioni di spesa – materia, questa, «riservata al legislatore e presidiata da precisi dettami costituzionali» – e quindi si «sconfinerebbe nella produzione normativa». Tanto era stato già oggetto di un precedente chiarimento da parte della Cassazione stessa [7]. 


note

[1] Cass. sent. n. 18123/2020 del 31.08.2020.

[2] Ai sensi del combinato disposto di cui all’art. 85 T.U. Spese di giustizia, art. 3 L. n. 247/2012 e art. 29 del Codice Deontologico Forense.

[3] Trib. Firenze 19 gennaio 2017, Trib. Firenze 13 dicembre 2016, Trib. Firenze 13 gennaio 2015.

[4] Trib. Roma ord. 11.01.2018.

[5] Trib. Trieste 29 novembre 2017 n. 6797

[6] Trib. Ascoli Piceno 12 settembre 2016.

[7] Cass. sent. n. 17997/2019.


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