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Molestie condominiali: quando diventano stalking?

8 Settembre 2020 | Autore:
Molestie condominiali: quando diventano stalking?

Molestie e stalking: differenze. Stalking condominiale: molestie, minacce e immissioni rumorose costituiscono reato?

La convivenza in condominio non è mai semplice; basta poco per far scattare la scintilla che infiamma gli animi e dare luogo a condotte illecite. Il classico esempio è quello dei rumori condominiali: cigolii, spostamenti di mobili, urla, radio e televisione ad alto volume. Il problema è che queste condotte, normalmente risolvibili sul piano civile, possono sfociare nel penale allorquando si ripetono in maniera sistematica e, soprattutto, dolosa. Con questo articolo scopriremo quando le molestie condominiali diventano stalking.

Un’interessante e recente sentenza della Corte di Cassazione (che potrai leggere in maniera integrale nell’apposito box al termine dell’articolo) si è soffermata sulle differenze tra il reato di molestie e quello di stalking. Come vedremo, l’aspetto principale che contraddistingue gli atti persecutori è la reiterazione delle condotte moleste, cioè il loro ripetersi del tempo. Ma non solo. Le molestie di cui parla il codice penale si realizzano solo in luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero col mezzo del telefono, mentre lo stalking può essere commesso ovunque, anche in condominio. Ecco perché le molestie condominiali si prestano facilmente a diventare stalking. Se l’argomento ti interessa, prosegui nella lettura: ti basteranno solo cinque minuti per comprendere quando le molestie condominiali diventano stalking.

Stalking: quando è reato?

Il reato di atti persecutori (o stalking) scatta nel momento in cui una persona perseguita un’altra rendendole la vita difficile o impossibile.

Per la precisione, lo stalking è il reato che commette colui che, con molteplici minacce o molestie, pone in essere una condotta persecutoria nei confronti di una persona [1].

Affinché possa integrarsi questo reato, però, è necessario che si verifichi almeno uno degli eventi presi in considerazione dalla legge, e cioè che la vittima:

  • tema per la propria o per l’altrui incolumità;
  • viva in un perdurante stato di ansia o di paura;
  • sia costretta a modificare le proprie abitudini di vita.

La pena prevista per il reato di stalking è la reclusione da un anno a sei anni e sei mesi.

Molestie: quando è reato?

Diverso è il reato di molestie. Secondo il codice penale [2], chiunque, in un luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero col mezzo del telefono, per petulanza o per altro biasimevole motivo, reca a taluno molestia o disturbo, è punito con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda fino a euro 516.

Costituiscono molestie i pedinamenti, le continue telefonate e ogni altro atteggiamento che, avvenuto in luogo pubblico (una via, una piazza, ecc.) o aperto al pubblico (cinema, teatro, ecc.), sia idoneo a dare fastidio alla vittima per via dell’arroganza, dell’indiscrezione o del motivo riprovevole per cui è stato posto in essere.

Molestie e stalking: differenze

Il reato di molestie, a differenza di quello di stalking, non presuppone una molteplicità di condotte lesive. Ad esempio, rischia di commettere il reato di molestie colui che, in maniera insistente, in luogo pubblico si metta a pedinare o fotografare una persona.

Al contrario, lo stalking non presuppone che il fatto sia accaduto in un luogo pubblico o aperto al pubblico, né che si debba utilizzare il telefono o altro mezzo di comunicazione analogo.

Ciò che caratterizza davvero lo stalking è la reiterazione delle molestie, le quali devono essere almeno due e devono essere commesse in un lasso di tempo piuttosto ristretto.

Inoltre, lo stalking presuppone che nella vittima si sia verificata una delle conseguenze sopra elencate, e cioè il timore per la propria o l’altrui incolumità, il perdurante stato d’ansia ovvero la modifica delle abitudini di vita.

Invece, potrebbe integrarsi il reato di molestie anche senza che la vittima abbia avuto alcuna ripercussione negativa: secondo la giurisprudenza, infatti, il reato di molestie o di disturbo delle persone è posto a tutela dell’ordine pubblico.

Proprio per questa ragione, mentre il reato di molestie è perseguibile d’ufficio e può essere denunciato da chiunque, lo stalking (salvo la forma aggravata) è punibile solo a querela di parte.

Molestie condominiali: quando sono stalking?

Per le ragioni sopra viste, è molto semplice che le molestie condominiali possano diventare stalking, con conseguenze molto più gravi in termini di pena.

Secondo la Corte di Cassazione [3], il reato di atti persecutori assorbe il reato di molestie quando i singoli comportamenti molesti costituiscano segmenti di un’unitaria condotta, sorretta dal medesimo intento, consistente nella volontà di porre in essere più condotte di minaccia e molestia, nella consapevolezza della loro idoneità a produrre uno degli eventi alternativamente previsti dalla norma incriminatrice e dell’abitualità del proprio agire.

In poche parole, il reato di stalking assorbe quello di molestie se queste fanno parte del medesimo disegno criminoso del proprio autore, che è quello di perseguitare la vittima.

Ciò è tanto più vero quando le molestie si realizzano in ambito condominiale. Nel caso affrontato dalla Suprema Corte, le persone offese erano vittime di una sistematica ed ininterrotta serie di condotte moleste, costrette ad una forzosa comunione condominiale tale da indurre uno stato d’ansia e di fondato timore di irriducibile e continua esposizione non solo ad immissioni sonore intollerabili, ma anche all’esternazione di atti minatori e violenti, tali da indurre un significativo mutamento delle abitudini di vita, del tutto ascrivibili alla fattispecie contestata.

In pratica, la Corte di Cassazione afferma che le molestie, quando commesse in condominio, si trasformano più facilmente in stalking, in quanto la convivenza forzata nello stesso edificio rende ancora più intollerabili le angherie subite, favorendo la produzione di uno di quegli eventi (lo stato d’ansia, il timore per la propria o l’altrui incolumità, la modifica della abitudini di vita) che connotano il reato di stalking.

Inoltre, come visto nei paragrafi precedenti, il reato di molestie si consuma solamente in luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero per telefono o con analoghi strumenti di comunicazione.

Quando i tormenti reiterati, invece, si consumano in un contesto domestico di coabitazione condominiale, si deve escludere la configurabilità del reato di molestie, il quale resta assorbito da quello ben più grave di stalking.


La Corte di Cassazione afferma che le molestie, quando commesse in condominio, si trasformano più facilmente in stalking, in quanto la convivenza forzata nello stesso edificio rende ancora più intollerabili le angherie subite, favorendo la produzione di uno di quegli eventi (lo stato d’ansia, il timore per la propria o l’altrui incolumità, la modifica della abitudini di vita) che connotano il reato di stalking.

note

[1] Art. 612-bis cod. pen.

[2] Art. 660 cod. pen.

[3] Cass., sent. n. 17935 dell’11 giugno 2020.

 REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ZAZA Carlo – Presidente

Dott. MORELLI Francesca – Consigliere

Dott. DE GREGORIO Eduardo – Consigliere

Dott. TUDINO Alessandri – rel. Consigliere

Dott. RICCARDI Giuseppe – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), nato a (OMISSIS);

(OMISSIS), nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 12/10/2018 della CORTE APPELLO di TORINO;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere TUDINO ALESSANDRINA;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore LOY MARIA FRANCESCA;

Il Proc. Gen. conclude per l’inammissibilita’ del ricorso.

udito il difensore:

L’avvocato (OMISSIS), quale sostituto processuale dell’avvocato (OMISSIS), si associa alle conclusioni del Procuratore Generale e deposita conclusioni e nota spese.

l’avvocato (OMISSIS) si riporta ai motivi di ricorso.

RITENUTO IN FATTO

  1. Con sentenza del 12 ottobre 2018, la Corte d’appello di Torino ha riformato solo in punto di concessione agli imputati del beneficio della sospensione condizionale della pena la decisione del

Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale in sede del 26 maggio 2015, con la quale e’ stata affermata la responsabilita’ penale di (OMISSIS) e (OMISSIS) in ordine al delitto di atti persecutori in danno di (OMISSIS) e (OMISSIS), oltre statuizioni accessorie.

  1. Avverso la sentenza della Corte d’appello di Torino hanno proposto ricorso gli imputati, con atto a firma del difensore, Avv. (OMISSIS), affidando le proprie censure a due motivi.

2.1. Con il primo motivo, si denuncia violazione di legge e correlato vizio della motivazione in riferimento al rigetto della richiesta di acquisizione della sentenza irrevocabile di assoluzione, emessa nel procedimento a carico degli stessi imputati per analoghi fatti successivi, avendo al riguardo la Corte territoriale ignorato il passaggio in giudicato, attestato sul documento, ed erroneamente escluso la rilevanza, trattandosi di imputazioni in parte sovrapponibili a quelle per cui si procede, idonee ad introdurre la necessita’ di riscontri alle dichiarazioni delle persone offese ed a porre le diverse decisioni in termini di conflitto.

2.2. Con il secondo motivo, si deduce violazione di legge in riferimento all’articolo 612-bis c.p., non avendo la Corte territoriale disaminato la prospettazione di qualificazione dei fatti ex articolo 660 c.p..

CONSIDERATO IN DIRITTO

I ricorsi sono inammissibili.

  1. Il primo motivo di ricorso e’ manifestamente infondato.

1.1. Le questioni poste articolatamente nel primo motivo investono, preliminarmente, il tema dell’attestazione d’irrevocabilita’ della sentenza di cui e’ stata richiesta l’acquisizione.

Il ricorrente non contesta che la copia della sentenza n. 1367/2017, prodotta all’udienza d’appello del 12 ottobre 2018, fosse sprovvista – come rilevato nella avversata sentenza – dell’attestazione di irrevocabilita’, invece presente sul documento allegato al ricorso di legittimita’, bensi’ postula una ontologica caratterizzazione del documento, che ne avrebbe reso necessaria l’acquisizione ex articolo 238-bis c.p.p..

Trattasi di prospettazione, invero, da un lato del tutto eccentrica rispetto agli oneri di allegazione e documentazione che gravano sulla parte che intenda esercitare il diritto alla prova e, dall’altro, disallineata dalla previsione normativa richiamata, che prevede come le sentenze divenute irrevocabili “possano” essere acquisite, ai fini e secondo i canoni valutativi previsti nella medesima norma, fermi restando i poteri di ammissione del giudice in punto di rilevanza.

Ne consegue l’incensurabilita’ della statuizione resa sul punto dalla Corte territoriale, che ha correttamente rilevato la mancanza della attestazione di irrevocabilita’, con conseguente assorbimento della successiva valutazione di rilevanza del documento ai fini della prova del fatto per cui si procede.

1.2. Va, peraltro, sul punto rilevato come siano inammissibili le censure rivolte alla trama argomentativa resa a sostegno dell’ordinanza di rigetto.

Invero, qualora sia sottoposta al vaglio del giudice di legittimita’ la correttezza di una decisione in rito, la Corte di cassazione e’ giudice dei presupposti della decisione, sulla quale esercita il proprio controllo, quale che sia il ragionamento esibito per giustificarla; ne consegue che la Corte, in

presenza di una censura di carattere processuale, puo’ e deve prescindere dalla motivazione addotta dal giudice “a quo” e, anche accedendo agli atti, deve valutare la correttezza in diritto della decisione adottata, quand’anche non correttamente giustificata o giustificata solo “a posteriori” (Sez. 5, n. 19970 del 15/03/2019, Girardi, Rv. 275636, N. 15124 del 2002 Rv. 221322, N. 17979 del 2013 Rv. 255515).

E, come rilevato, la correttezza della decisione rende manifestamente infondate le censure rivolte alla valutazione di non necessita’ del documento.

  1. E’, invece, inammissibile per genericita’ il secondo motivo di ricorso.

2.1. La sentenza impugnata ha ampiamente argomentato in punto di sussistenza degli elementi costitutivi del reato di atti persecutori, ricostruendo una sistematica ed ininterrotta serie di condotte moleste in correlazione alla conseguenze prodotte sulle abitudini di vita delle persone offese, costrette ad una forzosa comunione condominiale tale da indurre uno stato d’ansia e di fondato timore di irriducibile e continua esposizione non solo ad immissioni sonore intollerabili, ma anche all’esternazione di atti minatori e violenti, tali da indurre un significativo mutamento delle abitudini di vita, del tutto ascrivibili alla fattispecie contestata.

Risulta, pertanto, ampiamente giustificata la qualificazione giuridica dei fatti in esame nell’alveo previsto dell’articolo 612-bis c.p., che ha natura di reato abituale e di danno, ed e’ integrato dalla necessaria reiterazione dei comportamenti descritti dalla norma incriminatrice e dal loro effettivo inserimento nella sequenza causale che porta alla determinazione dell’evento, che deve essere il risultato della condotta persecutoria nel suo complesso, anche se puo’ manifestarsi solo a seguito della consumazione dell’ennesimo atto persecutorio, sicche’ cio’ che rileva e’ la identificabilita’ dei singoli atti quali segmenti di una condotta unitaria, causalmente orientata alla produzione dell’evento (ex multis Sez. 5, n. 7899 del 14/01/2019, P., Rv. 275381).

Donde la prospettazione difensiva, che insiste nel ricondurre i fatti alla violazione dell’articolo 660 c.p., s’appalesa del tutto reiterativa della questione proposta con l’appello, alla quale la Corte territoriale ha dedicato ampia ed insindacabile motivazione, riproponendo una visione parcellizzata dei fatti.

2.2. In riferimento al rapporto strutturale tra le fattispecie in comparazione va, peraltro, solo ribadito come la ricostruzione unitaria della complessiva condotta degli agenti e la necessaria puntualizzazione del medesimo coefficiente di previsione e volonta’ che ha caratterizzato, nel caso in disamina, le plurime condotte, impone di ricondurre ad unita’, in termini di progressione criminosa, i diversi fatti molesti.

Invero, va da un lato rilevato come i fatti illeciti in contestazione siano stati consumati essenzialmente intra moenia, in un contesto domestico di coabitazione condominiale, con conseguente esclusione anche dell’astratta configurabilita’ del reato di cui all’articolo 660 c.p., che postula, invece, che la condotta molesta sia consumata in luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero con il mezzo del telefono ed altri analoghi strumenti di comunicazione.

In ogni caso, il delitto di atti persecutori assorbe il reato di molestie quando le medesime costituiscano segmenti di una condotta unitaria, causalmente orientata alla produzione di uno almeno degli eventi previsti dall’articolo 612-bis c.p., e siano avvinte dal medesimo elemento soggettivo, integrato dal dolo generico, il cui contenuto richiede la volonta’ di porre in essere piu’ condotte di minaccia e molestia, nella consapevolezza della loro idoneita’ a produrre uno degli eventi alternativamente previsti dalla norma incriminatrice e dell’abitualita’ del proprio agire, ma

non postula la preordinazione di tali condotte – elemento non previsto sul fronte della tipicita’ normativa – potendo queste ultime, invece, essere in tutto o in parte anche meramente casuali e realizzate qualora se ne presenti l’occasione (V. Sez. 5, n. 43085 del 24/09/2015, A., Rv. 265230); elementi evidenziati nella sentenza impugnata, che ha dato atto della incessante prosecuzione delle condotte moleste pur a seguito delle reiterate diffide delle persone offese.

In altri termini, il delitto di atti persecutori e’ reato abituale che differisce dai reati di molestie e di minacce, che pure ne possono rappresentare un elemento costitutivo, per la produzione di un evento di “danno” consistente nell’alterazione delle abitudini di vita o in un perdurante e grave stato di ansia o di paura, o, in alternativa, di un evento di “pericolo”, consistente nel fondato timore per l’incolumita’ propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva (Sez. 3, n. 9222 del 16/01/2015, G., Rv. 262517).

Deve essere, pertanto, affermato il principio per cui il reato di atti persecutori assorbe la contravvenzione di cui all’articolo 660 c.p., sempre che i singoli comportamenti molesti costituiscano segmenti di un’unitaria condotta, sorretta dal medesimo coefficiente psichico, consistente nella volonta’ di porre in essere piu’ condotte di minaccia e molestia, nella consapevolezza della loro idoneita’ a produrre uno degli eventi alternativamente previsti dalla norma incriminatrice e dell’abitualita’ del proprio agire.

Dal testo della sentenza impugnata non e’ dato, pertanto, ravvisare alcuna omissione valutativa delle ragioni dell’impugnazione, ne’ alcuna disarticolazione del ragionamento giustificativo, con il quale i ricorrenti omettono di confrontarsi (Sez. U. n. 8825 del 27/10/2016 – dep. 2017, Galtelli, Rv. 268822).

I ricorsi sono, dunque, inammissibili.

  1. Alla declaratoria di inammissibilita’ dei ricorsi consegue, ex articolo 616 c.p.p., la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 3000 in favore della Cassa delle ammende, oltre alla rifusione alla parte civile delle spese sostenute nel grado, come liquidate in dispositivo.

P.Q.M.

dichiara inammissibili i ricorsi e condanna ciascun ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 3000 in favore della Cassa delle Ammende, oltre alla rifusione delle spese sostenute nel grado dalla parte civile che liquida in Euro 2.500 oltre accessori di legge.


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