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Liti genitori conseguenze figli

10 Novembre 2020
Liti genitori conseguenze figli

In caso di forte conflittualità tra papà e mamma, il giudice può affidare i minori ai servizi sociali?

Tu e tu marito vi state separando. La decisione di lasciarvi non è stata semplice e, ancora oggi, litigate davanti ai bambini. Tale conflittualità, purtroppo, è emersa anche dinanzi al giudice nel corso dell’udienza di separazione. Ora, sei preoccupata per gli effetti di questo vostro comportamento sconsiderato.

In questo articolo, parleremo delle liti tra i genitori e delle conseguenze sui figli. Devi sapere, infatti, che la crisi di una coppia rischia di danneggiare inevitabilmente l’equilibro psicofisico dei più piccoli. In caso di grave conflitto, i figli possono essere affidati provvisoriamente ai servizi sociali, in quanto il loro diritto alla bigenitorialità risulta fortemente compromesso. Ma procediamo con ordine e vediamo che accade in caso di accesa litigiosità tra marito e moglie e quali sono le misure che potrebbero essere adottate dal giudice.

Liti genitori: i figli sono vittime di violenza assistita?

Capita sempre più spesso che i genitori in crisi tra di loro manifestano tutto il loro risentimento davanti ai propri bambini con urla, pianti, piatti rotti. Insomma, vere e proprie scenate napoletane. A pagarne le conseguenze sono, purtroppo, i figli che assistono inermi alle violente discussioni tra mamma e papà.

Ebbene, la giurisprudenza ha più volte precisato che in casi del genere i figli sono vittime di quella che è stata definita di recente come “violenza assistita”. In altre parole, il bambino subisce serie conseguenze fisiche e psicologiche – ad esempio, inizia a sviluppare ansia, paura, depressione, disturbi del sonno, nervosismo, ecc. – a causa delle liti continue tra i genitori, pur non essendo lui l’oggetto della discussione.

Liti genitori: conseguenze figli

Partiamo da un esempio pratico.

Tizio e Caia si sono separati in via giudiziale a causa dell’alto tasso di litigiosità. Un giorno, Caia viene a sapere che il marito ha già trovato un’altra compagna. Furibonda per tale notizia, decide di manifestare tutto il suo disappunto a Tizio con parolacce, urla e lanci di bicchieri. Tutto ciò in presenza del figlio Sempronio di 7 anni.

Ebbene, quando ricorre una situazione simile all’esempio che ti ho riportato, è chiaro che i genitori non sono in grado di esercitare il loro ruolo educativo in modo idoneo. Pertanto, in casi del genere, scende in campo la misura temporanea del cosiddetto affido etero-familiare [1], il cui scopo è quello di consentire ai genitori di recuperare, attraverso un percorso costantemente monitorato dai servizi sociali, il loro ruolo e il rispetto reciproco, almeno per il bene dei propri figli. Il presupposto è ovviamente che i genitori abbiamo comportamenti pregiudizievoli per il minore.

Va precisato, tuttavia, che il provvedimento del giudice che dispone tale misura comporta, a seconda dei casi, una limitazione della responsabilità genitoriale e non ha nulla a che fare con il collocamento del minore che, nella maggior parte dei casi, resta invariato. In altre parole, le decisioni di maggiore rilevanza per il bambino verranno adottate dai servizi sociali, ma il piccolo continuerà ad abitare con il proprio genitore (ad esempio, la mamma). La ragione è intuitiva: si vuole evitare di privare il minore dell’ambiente familiare di riferimento.

Infine, non bisogna assolutamente confondere tale strumento con quello più drastico dell’affido familiare [2] che, invece, viene adottato in via provvisoria dal tribunale per i minorenni quando il figlio è privo di un ambiente familiare idoneo alla sua crescita e dell’assistenza morale e materiale da parte dei suoi genitori. In queste ipotesi, infatti, il minore viene affidato temporaneamente ad un’altra famiglia, ad una comunità di tipo familiare oppure ad un ente pubblico o privato per il tempo necessario onde consentire ai suoi familiari di superare la situazione di difficoltà.

In ogni caso, quando la coppia attraversa una crisi matrimoniale è bene chiedere aiuto e affrontare insieme un percorso per recuperare la fiducia reciproca, cercando, per quanto possibile, di accantonare accuse e lamentele. Solo in questo modo si possono proteggere i figli, i quali non devono scontare le colpe dei genitori.

Liti genitori: quando è reato?

Come ti ho già spiegato all’inizio di questo articolo, i figli che assistono alle liti tra i genitori sono vittime di una forma di violenza assistita tale da configurare, in casi estremi, il reato di maltrattamenti in famiglia [3]. Ti faccio un esempio che ti aiuti a comprendere meglio questo concetto.

Tizio e Caia sono sposati e sono genitori del piccolo Mevio di appena 5 anni. Da qualche mese a questa parte, Tizio è particolarmente nervoso per motivi di lavoro. La sua società sta attraversando un momento difficile e rischia di perdere il posto. Pertanto, inizia a prendersela con la moglie, quasi ogni giorno, al punto da insultarla pesantemente. Mevio assiste alle scene pietrificato. Da quel momento, il bambino diventa taciturno e inizia a fare la pipì a letto.

Come puoi vedere, un figlio che assiste passivamente alla conflittualità tra i due genitori può subire conseguenze psicofisiche non indifferenti che, se non colte in tempo, possono peggiorare e diventare irreversibili.

Affinché possa configurarsi il reato in questione, però, è necessario che i maltrattamenti, ossia le liti furibonde, siano reiterate nel tempo e tali da causare l’insorgenza di una sofferenza psicofisica o un pregiudizio allo sviluppo della personalità della vittima.


note

[1] Art. 337 ter cod. civ.

[2] L. n. 184/1983 del 04.03.1983.

[3] Art. 572 cod. pen.


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