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Non rispondere a lettera di richiamo

11 Settembre 2020
Non rispondere a lettera di richiamo

Il lavoratore può decidere se giustificarsi rispetto ad una contestazione ricevuta o evitare di fornire alcuna risposta.

L’elemento fondamentale che caratterizza il rapporto di lavoro subordinato è il vincolo della subordinazione. Il lavoratore dipendente, infatti, deve svolgere l’attività di lavoro rispettando le direttive del datore di lavoro che esercita nei suoi confronti la cosiddetta eterodirezione, ossia, ne dirige l’attività.

Quando il dipendente, però, non rispetta i propri obblighi il datore di lavoro può esercitare il potere disciplinare nei suoi confronti ed inviargli una lettera di contestazione disciplinare. Il lavoratore può giustificarsi oppure non rispondere alla lettera di richiamo, non essendo obbligatorio l’esercizio del diritto di difesa. La scelta del comportamento da tenere dipende, essenzialmente, dal caso specifico. In alcuni casi è utile fornire la propria versione dei fatti mentre in altri casi può essere preferibile tacere.

Lettera di richiamo: cos’è?

Nel linguaggio comune, si sente spesso parlare di lettera di richiamo. In realtà, nella maggior parte dei casi, questo termine viene utilizzato in maniera impropria.

Con il termine lettera di richiamo, infatti, talvolta si intende indicare la lettera di contestazione disciplinare che viene inviata dal datore di lavoro al dipendente per avviare il procedimento disciplinare. Altre volte, invece, ed in questo caso con maggiore correttezza, con tale locuzione ci si riferisce al richiamo scritto, che è una delle sanzioni disciplinari applicabili al lavoratore in base alla legge [1].

Facciamo, dunque, un po’ di chiarezza.

Il rapporto di lavoro subordinato [2] è caratterizzato dalla cosiddetta eterodirezione del lavoratore. Quest’ultimo, infatti, deve eseguire l’attività di lavoro attenendosi alle direttive impartite dal datore di lavoro che ha il potere di determinare, tra le altre cose:

  • l’orario di lavoro del dipendente;
  • le modalità di svolgimento del lavoro;
  • il luogo di lavoro (ad es. inviando il dipendente in trasferta);
  • lo svolgimento di lavoro straordinario.

Spetta, dunque, al datore di lavoro dirigere il lavoro del dipendente il quale deve attenersi a tali indicazioni. Se il lavoratore, tuttavia, disattende le istruzioni ricevute e pone in essere comportamenti contrari ai proprio doveri, il datore di lavoro può esercitare l’altra faccia del potere direttivo, ossia, il potere disciplinare. Tale potere consente al titolare di applicare una sanzione al dipendente inadempiente.

Se, ad esempio, arrivi in ritardo al lavoro, ti dimentichi di indossare i dispositivi che ti ha indicato il tuo capo, sei insubordinato, fai continui errori al lavoro, etc. il datore di lavoro può avviare il procedimento disciplinare.

Ecco che entra in scena la lettera di richiamo. Infatti, il primo atto con cui viene attivata la procedura disciplinare è l’invio al lavoratore della contestazione dell’addebito. Si tratta di una comunicazione con cui, in maniera tempestiva e precisa, il titolare contesta al dipendente il fatto realizzato (es. l’arrivo in ritardo, l’atto di insubordinazione, etc.).

Non rispondere a lettera di richiamo

Nella lettera di contestazione, spesso definita lettera di richiamo, il datore di lavoro avverte il dipendente che potrà giustificarsi, rispetto ai fatti contestati, entro cinque giorni dalla data di ricevimento della comunicazione di addebito.

A volte, quando il contratto collettivo di lavoro lo prevede, il termine a disposizione per difendersi è più lungo.

Cosa deve fare il lavoratore? Deve giustificarsi per forza o può decidere di non rispondere alla lettera di richiamo? Le giustificazioni scritte non sono obbligatorie.

Il lavoratore può dunque scegliere una delle seguenti strade:

  • inviare le giustificazioni scritte, spiegando perché il fatto contestato non è a lui imputabile o comunque è scusabile;
  • chiedere un’audizione orale alla quale potrà presenziare anche un rappresentante del sindacato cui il dipendente aderisce;
  • non rispondere alla lettera di contestazione.

Le giustificazioni scritte servono a fornire al datore di lavoro degli elementi di valutazione che possano indurlo ad evitare di adottare alcuna sanzione disciplinare o quantomeno ad applicare la sanzione meno afflittiva.

Non rispondere, ovviamente, significa evitare di difendersi anche se, in ogni caso, l’assenza di risposta non può mai equivalere all’ammissione, da parte del dipendente, dei fatti contestati.

Mancata risposta alla lettera di richiamo: quali conseguenze?

Sia che il dipendente si sia giustificato sia che abbia deciso di tacere, il procedimento disciplinare si chiude con la decisione del datore di lavoro sull’applicazione della sanzione disciplinare al lavoratore.

Alla lettera di richiamo può, dunque, fare seguito l’applicazione di un richiamo orale, di un’ammonizione scritta, di una multa, della sospensione dal lavoro e dallo stipendio e, nei casi più gravi, del licenziamento.

Il lavoratore, anche se non ha risposto alla lettera di richiamo, potrà impugnare la sanzione disciplinare se la considera ingiusta o sproporzionata.


note

[1] Art. 7, L. 300/1970.

[2] Art. 2094 cod. civ.


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