Contanti: controlli più severi sugli incassi

8 Settembre 2020 | Autore:
Contanti: controlli più severi sugli incassi

Quando la maggior parte dei ricavi deriva da soldi liquidi il Fisco ha le mani libere per operare l’accertamento induttivo, disattendendo la contabilità.

Rischia grosso l’esercente che incassa la maggior parte dei ricavi per contanti: se il reddito dichiarato non è congruo con l’economicità dell’impresa e con gli studi di settore o addirittura il risultato dell’esercizio è in perdita, rischia un particolare tipo di accertamento fiscale, quello di tipo induttivo [1], dove il Fisco ha “le mani libere” e può ricostruire l’ammontare dei ricavi imponibili senza più essere vincolato alle risultanze della contabilità.

In un nuovo caso ora deciso dalla Cassazione [2], l’esito è stato una disfatta per il contribuente accertato con questo sistema: gli Ermellini hanno confermato integralmente le tesi dell’Agenzia delle Entrate, che aveva rideterminato i ricavi disattendendo totalmente le scritture contabili, compresi gli estratti conto bancari, ed applicando un ragionamento di tipo presuntivo.

Ha pesato, nel ragionamento dell’Agenzia prima e nel convincimento della Suprema Corte poi, una serie di considerazioni sull’antieconomicità e inattendibilità dell’andamento della società accertata: primo fra tutti il fatto che – si legge in sentenza – «il reddito familiare dei soci era talmente esiguo da non raggiungere il livello della sopravvivenza» e poi il fatto che proprio «dalla documentazione prodotta dai ricorrenti si evinceva che metà dei ricavi dichiarati era riconducibile a pagamenti in contanti corrispondenti a fatture molte delle quali di importi considerevoli per le quali era difficile il pagamento in contanti».

Dunque, troppi incassi realizzati in contanti “puzzano” anche quando, come nel caso di specie, erano stati regolarmente fatturati. Ma anche sotto questo profilo gli occhi della Corte hanno rilevato un vizio, consistente nel fatto che «le fatture emesse non individuavano le prestazioni rese», vale a dire risultavano generiche e imprecise nella descrizione dei beni ceduti o dei servizi forniti, che è un requisito indispensabile della fattura [3].

Infine, le risultanze d’esercizio non avevano ottenuto buoni voti nelle “pagelle fiscali“: infatti non corrispondevano con gli studi di settore (ora sostituiti dagli Isa, indici sintetici di affidabilità) e neppure – ha rilevato la Corte – «con gli indici di produttività connessa al fattore umano».

Insomma, quando più della metà degli incassi deriva dai pagamenti in contanti e non c’è una giustificazione plausibile per questo fenomeno (come può accadere nel caso di un piccolo esercizio commerciale che effettua la maggior parte delle vendite per minimi importi) il Fisco ha gioco facile nell’accertamento. E le cose peggiorano se i documenti contabili non riescono a smentire le ricostruzioni dell’amministrazione e quando i parametri dell’attività economica esercitata si discostano troppo dalle medie di settore.

Quando si verificano queste situazioni, il contribuente ha la strada in salita e di solito soccombe di fronte alla pretesa fiscale azionata dagli Uffici impositori. È quasi impossibile, in questi casi, convincere il Fisco e i giudici tributari che l’attività viene svolta per lunghi periodi in maniera del tutto antieconomica, senza ritrarre da essa neppure il minimo indispensabile per la sopravvivenza del titolare o dei soci partecipanti all’impresa.


note

[1] Art. 39 D.P.R. n.600/1973.

[2] Cass. ord. n. 18668/20 del 8 settembre 2020.

[3] Art. 21 D.P.R. n.633/1972.


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