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Cosa rischia la badante che lavora in nero?

9 Novembre 2020
Cosa rischia la badante che lavora in nero?

Il lavoro irregolare non sempre è imposto dal datore di lavoro al lavoratore ma è, a volte, richiesto proprio dal dipendente per non pagare tasse e contributi.

Hai bisogno di una persona che assista tuo padre che è, ormai, molto anziano e non autosufficiente. Vorresti assumere la badante regolarmente ma tutte quelle che hai contattato vogliono essere assunte in modo irregolare. Vuoi far capire alla badante che anche lei rischia grosso in caso di lavoro irregolare. In questa situazione si trovano molte famiglie italiane che vorrebbero assumere una collaboratrice in casa rispettando le regole ma hanno difficoltà a trovare persone disposte a farsi assumere regolarmente.

Ma siamo sicuri che il lavoro irregolare sia un pericolo solo per il datore di lavoro? Cosa rischia la badante che lavora in nero? Soprattutto dopo il Jobs Act, l’apparato sanzionatorio previsto in caso di lavoro nero non si applica più solo a chi offre il lavoro nero ma anche al lavoratore che accetta di lavorare fuori dalle regole.

Che cos’è il lavoro nero?

Ne sentiamo parlare quasi ogni giorno al telegiornale e nessuno riesce a trovare la soluzione per estirpare questa piaga. Parliamo del lavoro nero, detto anche lavoro irregolare, che si ha quando il lavoratore viene assunto dal datore di lavoro senza rispettare le regole previste per l’assunzione del personale.

Se si rispettano le regole, il datore di lavoro deve comunicare l’assunzione del dipendente al centro per l’impiego. La comunicazione arriva, in automatico, ad Inps ed Inail.

Ogni mese, inoltre, il datore di lavoro deve versare all’Agenzia delle Entrate le tasse trattenute sul reddito dei dipendenti e ad Inps ed Inail i contributi previdenziali ed assistenziali calcolati sulla retribuzione erogata al lavoratore.

Inoltre, nella gestione del rapporto di lavoro, il datore di lavoro deve rispettare le norme di legge e dei contratti collettivi in materia di orario di lavoro, ferie, permessi, maternità, malattia, infortunio, licenziamento, mansioni, trasferimento, etc. Per sfuggire a tutte queste regole ed a questi costi nasce il lavoro nero. Il rapporto di lavoro si instaura con una stretta di mano, senza alcun contratto, ed il dipendente viene pagato in contanti.

Non viene pagato alcun contributo previdenziale, non esiste il diritto alla malattia o alla maternità, il licenziamento può avvenire in modo orale e senza alcuna motivazione né preavviso.

Perché la badante vuole lavorare in nero?

Siamo portati a pensare che sia sempre il “padrone” a esigere che il rapporto di lavoro resti sommerso per risparmiare e aggirare le regole. Spesso, in verità, la situazione è capovolta. Soprattutto nell’ambito del lavoro domestico (colf e badanti), sono spesso le lavoratrici a non accettare il lavoro in regola.

Perché alla badante conviene lavorare in nero? Il motivo è tutto nei soldi. Se la badante riceve 8 euro in regola dovrà pagare le tasse e i contributi su questa somma e ne metterà in tasca circa un 35% in meno. Se, invece, riceve la paga in nero può trattenere l’intero importo. Inoltre, spesso, la badante è straniera e di accumulare i contributi per la futura pensione non gli interessa granché.

C’è anche un altro motivo che spinge la badante a preferire il lavoro irregolare. Generalmente, infatti, si pensa che se l’Ispettorato del lavoro scopre un rapporto di lavoro sommerso i guai li corre solo il datore di lavoro. In realtà, non è affatto così.

Cosa rischia la badante che lavora in nero?

Con l’entrata in vigore del Jobs Act e con la riforma dell’indennità di disoccupazione, attuata con l’introduzione della Naspi [1] sono state, infatti, inasprite le conseguenze sanzionatorie per lavoro irregolare per le quali si prevede l’applicazione non solo al datore di lavoro ma anche al lavoratore che lavora in nero.

Come noto, chi impiega lavoratori in maniera irregolare rischia di ricevere sanzioni fino ad un massimo di 36.000 euro.

Il lavoro nero, a seguito della riforma operata dal Jobs Act, è ormai un reato anche per il dipendente che rischia di ricevere una sanzione che può arrivare sino alla reclusione per un periodo massimo di 2 anni. In particolare, il rischio che corre il lavoratore in nero si materializza quando questi dichiara di essere privo di una occupazione al fine di percepire un beneficio economico pubblico. Infatti, la pena detentiva della reclusione fino a 2 anni è prevista per quel lavoratore che dichiara di essere disoccupato mentre, in realtà, lavora in nero e percepisce un reddito non dichiarato al Fisco nè all’Inps.

La situazione del lavoratore si complica se, oltre ad aver falsamente dichiarato di non avere un lavoro, riceve effettivamente la Naspi, ossia, l’attuale indennità di disoccupazione. In tal caso, infatti, si configura, a carico del lavoratore, il reato di indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato [2], che è punibile con la reclusione da tre mesi a tre anni.

Inoltre, in casi come questo, al lavoratore viene applicata una sanzione amministrativa proporzionale alle somme percepite indebitamente dallo Stato.

Infine, il lavoratore che lavora in nero e prende la disoccupazione decade dal diritto a tale prestazione sociale e può essere chiamato in giudizio dall’ente erogatore per risarcire il danno.


note

[1] L. 151/2015.

[2] Art. 316-ter cod. pen.


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