Diritto e Fisco | Articoli

Foto hard e reati sessuali

13 Novembre 2020 | Autore:
Foto hard e reati sessuali

Inviare immagini hot a qualcuno è un crimine? Vediamo insieme in quali casi e perché.

Internet ha cambiato le nostre vite e le nostre relazioni interpersonali. Non è più un tabù ormai iscriversi a un’app di dating per trovare l’anima gemella: sono rimasti in pochi a ritenerle roba da sfigati o buone solo per qualche avventura occasionale, specie in una quotidianità a ritmi forsennati, in cui il tempo per la socialità si restringe e il ricorso allo smartphone è più pratico e veloce. Abbiamo trovato dei buoni alleati nella Rete che unisce e nella messaggistica che garantisce un contatto immediato, sebbene non fisico.

Ecco. Whatsapp, Telegram, Messenger e perfino i vecchi sms, nella loro più moderna veste dell’mms, consentono di scambiare non solo parole ma anche immagini. C’è da stare attenti a quello che mandiamo, specie se si tratta di contenuti «intimi», perché ritrovarceli sbattuti su un social network qualsiasi può essere questione di attimi.

Il rapporto tra foto hard e reati sessuali è complesso e degno di approfondimento. Non ci sono automatismi che permettano di dire con granitica certezza che inviare immagini hot a qualcuno è sempre reato o non lo è mai. Va considerato il contesto nell’ambito del quale la foto viene inviata. Contesto che, naturalmente, è sempre diverso. Proprio come diversi, per gravità, invasività e caratteristiche, sono i potenziali illeciti.

Vediamo, dunque, cosa può succedere quando si inoltrano scatti bollenti a qualcuno e qual è la relazione tra foto hard e reati sessuali.

Inviare proprie foto hard a qualcuno

Avrete sentito parlare di sexting. L’anglismo sembra vestire il fenomeno di novità, in realtà la pratica è datata. Consiste nello scambio di messaggi sessualmente espliciti, in forma di testo o di foto. Tra due persone adulte e consenzienti non potrebbe mai essere reato: sarebbe un’interferenza illegittima che tarperebbe le ali alla libera intimità di coppia.

In generale non è reato il sexting tra minorenni, né tra un minorenne e un maggiorenne, purché sia libero e consensuale (vedremo più avanti come minacce e pressioni possano integrare perfino il reato di violenza sessuale). Ma ci sono dei rischi in relazione sia all’età del minore, sia al suo sfruttamento.

Il nostro codice contempla il reato di corruzione di minorenne [1], che punisce chi compie atti sessuali con persone che non abbiano compiuto i 14 anni, o per farle assistere all’atto sessuale o per indurle a loro volta a compiere/subire atti sessuali. Un esempio può essere la foto di un adulto che si masturba mostrata o inviata a ragazzine di 13 anni, senza contatto fisico ma al chiaro scopo di trarne appagamento sessuale [2]. Nel nostro ordinamento la libertà sessuale si acquista dai 14 anni in su. Per questo fare sesso o compiere atti sessuali con un under 14 anche consenziente è reato per la legge italiana [3].

Quanto allo sfruttamento delle foto ricevute da minori, per esempio a fini commerciali, è invece punito con il reato di pornografia minorile [4]. La detenzione di materiale pedopornografico [5] scatta quando si è in possesso di contenuti erotici riguardanti minori di 18 anni. Se però il minore decide liberamente di farsi un selfie hot e mandarlo ad altri, i riceventi non commetteranno reato (a meno che l’autoscatto non sia inviato su insistenza/pressione altrui). Infatti la detenzione di contenuti pedoporno è punibile solo se il contenuto «utilizza» e quindi sfrutta o strumentalizza il ragazzino costretto o intimidito (per approfondire: Scambio di immagini erotiche: cosa si rischia; Foto pornografiche inviate a minore: è reato?).

Che succede, invece, quando si riceve una foto osé non nell’ambito di sexting consensuale ma all’improvviso e contro la propria volontà? Dipende. In generale, inviare un’immagine hard di se stessi per provarci – volgarmente e rozzamente – con qualcuno, difficilmente può integrare un reato. Generalmente non si rischia nulla.

Se però l’invio è ripetuto più volte, al punto da infastidire il ricevente, potrebbe scattare una denuncia per molestie, se non addirittura per stalking. Chiariamo la differenza. La molestia – compresa quella sessuale – è un disturbo arrecato a qualcuno per telefono o in un luogo pubblico, per petulanza o altri motivi [6]. Nel linguaggio del nostro codice, petulanza è un atteggiamento arrogante, invasivo e ripetuto che, però, non genera altro che una seccatura. Lo stalking [7], invece, pur presupponendo comunque una condotta negativa ripetuta a danno di qualcuno, non genera solo fastidio ma ansia e paura per se stessi, fino a cambiare alcune delle proprie abitudini.

Una sentenza della Cassazione di tre anni fa (ne abbiamo scritto qui: Inviare foto porno su Whatsapp: cosa si rischia?) ha stabilito che inviare immagini hot su WhatsApp a qualcuno che non ha manifestato l’intenzione di riceverle non può integrare il reato di molestie, perché, come scritto poco fa, la molestia o è arrecata in pubblico – e WhatsApp non è un luogo pubblico – o per telefono, ma l’app verde non è equiparabile al telefono in senso tradizionale. Chi riceve gli scatti hard, infatti, può intuire dall’anteprima il contenuto e non visualizzarlo, cancellarlo o bloccare il mittente. Ci sono, insomma, meccanismi di difesa che consentono alla vittima di proteggersi preventivamente.

D’altra parte, una sentenza successiva [8] ha chiarito che, in generale, è stalking «bombardare» qualcuno di messaggi WhatsApp, generando in lui/lei uno stato d’ansia. E questo può accadere – perché no? Forse a maggior ragione – anche quando i contenuti sono sessualmente espliciti. In definitiva: nessuno è mai stato condannato – o lo sarà – per il semplice invio di una propria foto osé senza particolari ulteriori pretese. Ma a vostra tutela – e a tutela dell’altra persona – sarà meglio se non esagerate.

Inviare foto hard altrui a terzi

Discorso diverso quando la foto che inviamo non è nostra, ma di qualcun altro. Si rischia grosso, sia come soggetto attivo, sia come soggetto passivo. Se siamo noi a diffondere una foto intima ricevuta da altri, commettiamo certamente un reato. Inutile dire, invece, dell’umiliazione profonda che si subisce laddove sia un nostro scatto privato essere divulgato, tanto più se da qualcuno che ci fidiamo e a cui l’abbiamo mandato proprio per questo motivo. E infatti è preoccupazione comune, nell’ambito del sexting: e se il nostro partner inviasse quegli scatti a qualcun altro?

Dal 2019, il revenge porn è diventato reato anche in Italia, con la legge Codice rosso [9], per proteggere le vittime di violenza domestica e di genere. Nel nostro ordinamento, il reato è chiamato «diffusione illecita di immagini o di video sessualmente espliciti». È un crimine che consiste nel diffondere foto e video hard di una persona che aveva accettato di essere fotografata o filmata ma che non ha, invece, prestato il consenso a una divulgazione a terzi di quelle stesse immagini. Una diffusione abusiva, in pratica, che danneggia la persona ritratta negli scatti o nei video.

Da noi, la sensibilità su questo tema è aumentata a partire dal 2015, dopo il caso di Tiziana Cantone, una ragazza che si è suicidata dopo la pubblicazione su Internet di suoi filmati hard, girati volontariamente ma divulgati a sua insaputa e senza consenso. Chi, dopo essersi impossessato o aver realizzato video o scatti intimi e destinati a restare privati, li dà ad altri o li divulga senza l’autorizzazione di chi è fotografato o ripreso, è punito con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da cinquemila a quindicimila euro [10] (per approfondire: Revenge porn: cos’è e quando scatta).

Prima dell’introduzione di questo reato, un comportamento simile in Italia era punito con la diffamazione [11], lo stalking o la violazione della privacy [12].

Inviare proprie foto hard con minaccia

In alcuni casi particolari, mandare a qualcuno una nostra foto porno può integrare perfino il reato di violenza sessuale [23]. Lo ha stabilito la Cassazione, con una sentenza recente [14] che ha fatto discutere ma che, in realtà, confermava un orientamento tutt’altro che nuovo [15]. In tal caso, una minorenne ha ricevuto la foto del membro di un uomo di 32 anni che pretendeva che lei la commentasse e di ricevere in cambio una foto di lei senza reggiseno. Altrimenti avrebbe pubblicato l’intera conversazione tra loro su Internet.

Vale la pena soffermarsi sulla definizione di violenza sessuale, per il nostro codice penale: «chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito con la reclusione da sei a dodici anni». Qui, la minaccia è rappresentata dal fatto che l’uomo voleva qualcosa in cambio e avrebbe danneggiato la ragazzina qualora non l’avesse ottenuto.

A proposito degli «atti sessuali», che rappresentano la più concreta manifestazione della violenza sessuale stessa, la Suprema Corte chiarisce che non è necessario il contatto fisico tra chi violenta e chi subisce: è intendibile come atto sessuale ogni atto che coinvolga «la corporeità sessuale della persona offesa», scrivono i giudici, e che come tale può «compromettere il bene primario della libertà individuale nella prospettiva di soddisfare o eccitare il proprio istinto sessuale».

Questo soprattutto di fronte «all’induzione di scambio di foto erotiche, alla conversazione sulle pregresse esperienze sessuali e i gusti erotici e alla crescente minaccia a divulgare in pubblico la chat». Tutte intimidazioni psicologiche in grado di mettere pressione alla vittima in un modo che investe inevitabilmente la propria sessualità.


note

[1] Art. 609 quinquies c.p.;

[2] Cass. pen. sent. n. 38751 del 20/09/19; Cass. pen. sez. III, sent. n. 31263 del 22/06/2017;

[3] Art. 609 quater c.p.;

[4] Art. 600 ter c.p.;

[5] Art. 600 quater c.p.;

[6] Art. 660 c.p.;

[7] Art. 612 bis c.p.;

[8] Cass. sent. n. 3989/19 del 28/01/2019;

[9] Legge 19 luglio 2019, n. 69;

[10] Art. 612 ter c.p.;

[11] Art. 595 c.p.;

[12] Art.167 d.lgs. n.196/2003;

[13] Art. 609 bis c.p.;

[14] Cass. pen. sez. III sent. n. 25266 del 08/09/2020;

[15] Cass. pen. sez. III n. 19033 del 26/03/2013; Cass. pen. sez. III n. 37076 del 18/07/2012.

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 2 luglio – 8 settembre 2020, n. 25266
Presidente Rosi – Relatore Macrì

Ritenuto in fatto

1. Con ordinanza in data 9 gennaio 2020 il Tribunale del riesame di Milano ha confermato l’ordinanza del 17 dicembre 2019 del Giudice per le indagini preliminari di Pavia che aveva applicato a Ni. Ma. la misura della custodia cautelare in carcere per il reato di violenza sessuale.
2. Con il primo motivo di ricorso l’indagato deduce la violazione di legge ed il vizio di motivazione in ordine ai gravi indizi di colpevolezza. Ricorda di essere indagato per violazione del reato di cui agli art. 81 cpv, 609-bis e 609-ter cod. pen. per aver scritto una serie di messaggi di whatsapp allusivi e sessualmente espliciti ad una ragazza, minore di età, costringendola a scattarsi foto e ad inoltrare una foto senza reggiseno nonché a ricevere una foto ritraente il membro maschile e commentarla, sotto la minaccia di pubblicare la chat su instagram e su pagine hot.
Eccepisce la violazione di legge perché i Giudici del riesame non avevano fatto buon governo dei principi normativi di cui agli art. 609-bis, 609-ter e 609-undecies cod. pen. Osserva che il fatto non era sussumibile sotto l’art. 609-bis, ma, al limite, sotto l’art. 609-undecies cod. pen. Mancava l’atto sessuale, seppur allo stadio del tentativo, non essendo avvenuto alcun incontro tra lui e la presunta persona offesa. Pur ammettendo le conversazioni, aveva negato di averla indotta a pratiche di autoerotismo o altre pratiche sessuali via chat. Non vi era stata alcuna proposta di incontro o di sesso via chat. La condotta illecita si era limitata all’invio di una propria foto nuda, invitando la ragazza ad un commento, nonché alla ricezione di una foto della ragazza senza reggiseno. Pertanto, non era stata intaccata l’integrità psico-fisica della minore, secondo il corretto sviluppo della sua sessualità, quale bene giuridico tutelato dalla norma in contestazione. Ribadisce che la sua condotta poteva al limite essere ricondotta nell’alveo dell’art. 609-undecies cod. pen. per aver adescato la minore allo scopo di commettere il reato di cui all’art. 600-bis cod. pen., con minaccia e mediante l’utilizzo della rete internet o di altri mezzi di comunicazione. Era escluso l’abuso sessuale, anche a livello di tentativo, e così il child grooming, cioè la pratica di adescamento di un soggetto minorenne in internet, tramite tecniche psicologiche volte a superarne le resistenze ed ottenerne la fiducia, per abusare sessualmente. La condotta tenuta dall’indagato non aveva intaccato la sfera sessuale della minore per assenza di una qualsivoglia richiesta di rapporto sessuale volta al soddisfacimento dei propri impulsi. Ritiene erroneamente applicati i principi di diritto desumibili dalla giurisprudenza citata nell’ordinanza impugnata.
Con il secondo denuncia la violazione di legge ed il vizio di motivazione in rapporto alle esigenze cautelari. I Giudici del riesame non avevano spiegato come potesse darsi alla fuga, se sottoposto agli arresti domiciliari. Ed invero, a seguito della perquisizione domiciliare del 30 settembre 2019, era rientrato dall’estero, evidentemente avvisato dai propri genitori, proprio per sottoporsi all’esecuzione della misura cautelare.

Considerato in diritto

3. Il ricorso è infondato.
Nell’ordinanza impugnata si è precisato che nell’interrogatorio di garanzia l’indagato aveva ammesso i fatti e si è respinta la ricostruzione giuridica proposta dalla difesa secondo cui, in assenza di incontri con la persona offesa o di induzione a pratiche di autoerotismo o altre pratiche sessuali via chat, sarebbe difettato l’atto sessuale volto al soddisfacimento dei propri impulsi, potendo la condotta ricondursi, al limite, nell’alveo dell’art. 609-undecies o 600-bis cod. pen.
Il Tribunale del riesame ha ricordato che la violenza sessuale risultava pienamente integrata, pur in assenza di contatto fisico con la vittima, quando gli atti sessuali coinvolgessero la corporeità sessuale della persona offesa e fossero finalizzati e idonei a compromettere il bene primario della libertà individuale nella prospettiva di soddisfare o eccitare il proprio istinto sessuale. Nello specifico, ha ravvisato i gravi indizi di colpevolezza del reato contestato nell’induzione allo scambio di foto erotiche, nella conversazione sulle pregresse esperienze sessuali ed i gusti erotici, nella crescente minaccia a divulgare in pubblico le chat.
La decisione è solida e ben motivata, in linea con la giurisprudenza di legittimità, sebbene in taluni casi condotte siffatte sono state sussunte sotto la forma del tentativo.
Ed invero, Cass., Sez. 3, n. 8453 del 14/06/1994, Mega, Rv. 198841 – 01 ha qualificato come tentativo di violenza carnale (e non come diffamazione aggravata) il fatto di chi, minacciando – e poi attuando la minaccia – di inviare ai parenti di una donna foto compromettenti scattate in occasione di incontri amorosi con lei precedentemente avuti, tenti di costringerla ad ulteriori rapporti sessuale, non rilevando l’assenza di qualsivoglia approccio fisico, in quanto con l’effettuazione della minaccia, diretta a costringere la persona offesa alla congiunzione, iniziava comunque l’esecuzione materiale del reato; analogamente Cass., Sez. 3, n. 12987 del 03/12/2008 (dep. 2009), Brizio, Rv. 243090 – 01, secondo cui, ai fini della configurabilità del tentativo di atti sessuali con minorenne nel caso in cui il contatto tra il reo ed il minore avvenga mediante comunicazione a distanza, è necessario accertare, da un lato, l’univoca intenzione dell’agente di soddisfare la propria concupiscenza e, dall’altro, l’oggettiva idoneità della condotta a violare la libertà di autodeterminazione sessuale della vittima (fattispecie in cui il reo aveva inviato a mezzo telefono cellulare un SMS ad un minore nel tentativo di indurlo a compiere sulla propria persona atti di autoerotismo).
Più recentemente Cass., Sez. 3, n. 19033 del 26/03/2013, L, Rv. 255295 – 01 ha affermato, con ampi riferimenti alla giurisprudenza già formatasi sul tema, che nella violenza sessuale commessa mediante strumenti telematici di comunicazione a distanza, la mancanza di contatto fisico tra l’autore del reato e la vittima non è determinante ai fini del riconoscimento della circostanza attenuante del fatto di minore gravità. Ha ravvisato l’integrazione del reato di cui all’art. 609-quater cod. pen. nella condotta di richiesta ad un minorenne, nel corso di una conversazione telefonica, di compiere atti sessuali, di filmarli e di inviarli immediatamente all’interlocutore, non distinguendosi tale fattispecie da quella del minore che compia atti sessuali durante una video-chiamata o una video-conversazione, Cass., Sez. 3, n. 17509 del 30/10/2018, dep. 2019, D., Rv. 275595 – 01.
Nello specifico il Tribunale del riesame ha valorizzato anche gli aspetti di contesto sulla persistente dolosa strumentalizzazione dell’inferiorità della vittima da parte dell’agente (Cass., Sez. 3, n. 15412 del 20/09/2017, dep. 2018, C, Rv. 272549).
Benché il difensore abbia precisato in udienza che il suo assistito era stato sottoposto agli arresti domiciliari, un’ultima considerazione va spesa sull’adeguatezza della misura cautelare, la rinuncia del motivo a verbale non essendo rituale.
Osserva il Collegio che gli argomenti usati dai Giudici del riesame – la circostanza che l’indagato avesse perpetrato le stesse condotte nei confronti di altre minori, dimostrando di non saper controllare le proprie pulsioni, di lavorare all’estero e di non essere rientrato specificamente per consegnarsi alle forze dell’ordine, di poter continuare a minacciare le vittime nonché reiterare le condotte delittuose a mezzo l’uso di strumenti informatici – sono logici e razionali ed hanno ben giustificato la conferma della misura della custodia cautelare in carcere.
Al rigetto del ricorso segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali ai sensi dell’art. 616 cod. proc. pen.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.


Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube