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Imprenditore occulto: ultime sentenze

19 Settembre 2020
Imprenditore occulto: ultime sentenze

Operazione speculativa; elementi caratteristici della titolarità d’impresa, elementi afferenti il potere gestorio e la responsabilità patrimoniale; dichiarazione di fallimento di una società.

Configurabilità dell’imprenditore occulto

Il criterio di imputazione soggettiva della violazione degli obblighi di attivazione delle misure di precauzione in materia di rifiuti (ma non solo) trascende lo schermo della personalità giuridica e della soggettività collettiva, dietro la cui creazione ed oltre le cui vicende di vita si celi un unico centro decisionale e di interessi, secondo criteri sostanziali e di non apparenza di imputazione degli effetti dell’attività imprenditoriale, volendo seguire l’antica teoria dell’imprenditore occulto, ovvero secondo le regole della successione c.d. “ economica ”, per le quali chi si avvantaggia di altrui scelte precedenti deve sopportarne anche il peso.

T.A.R. Trento, (Trentino-Alto Adige) sez. I, 02/11/2011, n.275

Il figlio dell’imprenditore occulto

L’imprenditore apparente (nella specie, il figlio dell’imprenditore occulto), a seguito di sentenza dichiarativa di fallimento, avendo la qualità formale e giuridica di titolare di impresa individuale, ha l’obbligo di dimostrare la destinazione data ai beni acquisiti al patrimonio della società di fatto occulta, ogni qual volta il curatore affermi che tali beni, in tutto o in parte, non sono stati reperiti.

Corte appello Firenze, 09/02/2001

Bancarotta fraudolenta

La qualifica di amministratore formale non comporta un automatico giudizio di colpevolezza per fatti di bancarotta fraudolenta perché, diversamente, la punizione in base a fatti specifici, sarebbe in contrasto manifesto con il principio di responsabilità personale di cui all’art. 27 cost.

La colpevolezza del legale rappresentante della società deve essere esclusa, infatti, quando la concreta gestione da parte dell’amministratore di fatto – quale “dominus” della società, imprenditore occulto o procuratore “ad negotia” – sia così complessiva e sostitutiva da ridurre l’amministratore legale ad un mero fatto nominale.

Cassazione penale sez. V, 17/01/1996

Imprenditore occulto e impresa societaria

Per la configurabilità dell’imprenditore “occulto”, nell’ambito della società di capitali, è necessaria la presenza degli elementi caratteristici della titolarità d’impresa, elementi afferenti il potere gestorio e la responsabilità patrimoniale.

Una corretta interpretazione dell’art. 147 l. fall. esclude dall’area dell’imprenditore occulto l’istituto dell’amministratore di fatto di società di capitali, atteso che per la configurabilità dell’imprenditore occulto non è sufficiente l’esitenza di un penetrante potere di ingerenza nella gestione della società tramite il compimento diretto di atti gestori ovvero tramite il condizionamento vincolante dell’operato delli amministratori di diritto, ma è necessario che dall’attività derivino anche conseguenze economiche dirette, in termini di rischi, utili e perdite, nel suo patrimonio (come nel caso di prestazione di fideiussione con rinuncia al diritto di regresso nei confronti della società; finanziamenti infruttiferi, apporto i nuova finanza nel concordato preventivo).

Parimenti, l’art. 147, comma 5, l. fall., con la locuzione “impresa riferibile”, esprime il concetto di “imprenditore occulto” che va tenuto distinto rispetto a quello di “direzione e coordinamento” contemplato dagli artt. 2497 e ss. c.c.

Tribunale Napoli Nord sez. III, 19/04/2017

Assenza di responsabilità da parte dell’imprenditore occulto

Pur non potendo il giudice sindacare sulla struttura organizzativa che l’impresa abbia inteso darsi ex art. 41 cost. e 2082 c.c., ben può di converso, valutare se la struttura societaria non sia posta in essere allo scopo di frodare delle norme imperative. A tal fine occorre accertare se sussistano indici presuntivi indicativi di un complesso in qualche modo unitario, non potendosi attribuire, ai fini di provare l’intento fraudolento, rilievo esclusivo alla prova dell’elemento soggettivo.

Una volta provata la frode, i suoi effetti non conducono alla declaratoria di nullità delle singole costituzioni societarie, essendo sufficiente l’applicazione delle norme che si intendevano eludere. Se è vero che il nostro codice ha accolto un concetto soggettivo di impresa ex art. 2082 c.c. che, comunque, nell’ambito del diritto del lavoro si stempera in una nozione necessariamente oggettiva, è altrettanto vero che non può esistere una assenza di responsabilità da parte del c.d. imprenditore occulto che si avvalga di uno o più società di comodo nell’esercizio dell’attività imprenditoriale, in base al principio del necessario rapporto tra potere e responsabilità, espresso dagli art. 2267 comma 1, 2291, 2318, 2330, 2362 c.c.

Inoltre, in base al principio dell’effettività, occorre fare riferimento al soggetto che effettivamente organizzi una attività economica, poco importando che questo sia un’unica società di capitali, o una persona giuridica o fisica, ovvero una pluralità di soggetti sforniti di personalità giuridica.

Pretura Roma, 26/05/1987

Accertamento del plusvalore tassabile

Se l’ufficio ha accertato un plusvalore tassabile a norma dell’art. 76, in quanto frutto di un’operazione speculativa, non può sostenere in appello che il plusvalore rientra nel reddito d’impresa in quanto il contribuente, come unico azionista di una società, avrebbe la veste di imprenditore occulto, giacché, così facendo, viene a mutare in secondo grado l’originario “petitum” del giudizio di primo grado.

Comm. trib. centr. sez. IV, 26/04/1985, n.3788

Attività del preteso imprenditore occulto

L’individuazione del tribunale territorialmente competente alla dichiarazione di fallimento di una società, a norma dell’art. 9 l. fall., va effettuata in base al luogo in cui la società medesima ha l’effettivo centro della propria attività direttiva ed amministrativa, da presumersi coincidente con la sede legale, salvo prova contraria, mentre resta irrilevante l’indagine sul luogo di residenza e di attività del preteso imprenditore occulto, che si assuma operare dietro la società, trattandosi di soggetto giuridico distinto.

Cassazione civile sez. I, 24/02/1983, n.1418

Dichiarazione di fallimento

Nella necessità di stabilire gli eventuali limiti temporali al di là dei quali il socio occulto non può più essere coinvolto nel fallimento della compagine sociale, il disposto dell’art. 147, r.d. n. 267 del 1942, risultante dalla riforma del 2006-2007 applicabile nella specie – il cui quinto comma regola specificatamente i casi in cui, dopo la dichiarazione di fallimento di un imprenditore individuale, risulti che l’impresa è riferibile ad una società di cui il fallito è socio illimitatamente responsabile – il termine per la dichiarazione di fallimento, previsto al secondo comma di tale disposizione, riguarda unicamente i soci illimitatamente responsabili di società regolare e non, invece, il socio occulto che risulti dopo la dichiarazione di un imprenditore individuale, avendo, in tal modo, il legislatore dato attuazione ai principi affermati dalla Corte costituzionale con le ordinanze n. 321 del 2002 e n. 36 del 2003.

Cassazione civile sez. I, 19/03/2015, n.5533

Cancellazione dal registro delle imprese

L’art. 10, primo comma, legge fall., il quale – a seguito delle modifiche apportate con le riforme del 2006 e del 2007 – prevede che gli imprenditori individuali e collettivi possano essere dichiarati falliti entro il termine di un anno dalla cancellazione dal registro delle imprese, così realizzando un bilanciamento di valori tra il principio dell’affidamento dei terzi tutelato dalle iscrizioni nel registro dell’imprese e quelli della certezza delle situazioni giuridiche e della tutela dell’imprenditore, non è applicabile al socio occulto, che, per sua scelta, non è iscritto nel registro delle imprese e che conseguentemente non può pretendere l’osservanza del limite annuale per la sua dichiarazione di fallimento.

Cassazione civile sez. I, 20/06/2013, n.15488

L’imprenditore convenuto e il finanziatore garante

Se i finanziamenti, le fideiussioni e la prestazione di altre garanzie, di per sé, non sono indici di esistenza del rapporto sociale tra l’imprenditore convenuto e il finanziatore garante, specie se questi sono legati da rapporto di coniugio o di parentela, tuttavia anche in questa ipotesi detti interventi possono assumere significato quando, per essere numerosi, continuativi e di vario tipo (fideiussioni, avalli, mutui ecc.) realizzano una sistematica opera di sostegno dell’attività di impresa, qualificabile come collaborazione del socio al raggiungimento dello scopo della società.

(Nella specie in applicazione del riferito principio la Suprema Corte ha ritenuto la sussistenza di un rapporto di società tra il marito imprenditore edile, e la moglie (socio occulto), atteso che quest’ultima aveva garantito un’esposizione del primo, pari a quella complessivamente accumulata da questi presso il circuito bancario, cioè presso tutti gli istituti di credito che avevano avuto rapporti con l’imprenditore).

Cassazione civile sez. I, 09/05/2008, n.11562



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2 Commenti

  1. Su chi ricade la responsabilità per l’insolvenza dell’impresa?Sul prestanome o sull’imprenditore effettivo? Io avevo letto che il fallimento è dell’imprenditore occulto.

    1. È dibattuta, nel campo del diritto fallimentare, la figura dell’imprenditore occulto e la possibilità di attribuire a questi la titolarità – e quindi la responsabilità – dell’impresa fallita.Come è noto, l’imprenditore commerciale viene definito tale nel momento in cui esercita una attività finalizzata alla produzione o alla scambio di beni e servizi, con i caratteri della professionalità e dell’economicità; accade però spesso che sia lo stesso imprenditore ad organizzare l’attività in modo tale da mantenere celata la sua titolarità, avvalendosi in tal caso di un prestanome, il quale figurerà come titolare (fittizio) dell’impresa, oppure fingendosi lui stesso institore di un’impresa altrui (fittizia anche questa, in quanto l’impresa è sua), per poter così sottrarsi alle responsabilità commerciali ed agli effetti giuridico – patrimoniali che deriverebbero da un eventuale fallimento della società.La dottrina dominante ha sempre negato la possibilità di configurare la fattispecie del fallimento dell’imprenditore occulto, affermando che chi fallisce è solo il prestanome, la cosiddetta “testa di legno”, sul quale è configurabile l’ufficio del mandato senza rappresentanza. Quindi, secondo tale tesi, chi fallisce è unicamente il prestanome, questo perché, citando testualmente Ferrara «colui per conto del quale altri esercita un’impresa a nome proprio non è imprenditore, perché l’impresa non si imputa giuridicamente a lui».Vi è però anche un’opposta teoria, che ha raccolto sempre maggiori consensi, la quale prevede, ovviamente, anche il fallimento dell’imprenditore occulto.In base a quest’ultima tesi si giunge ad una sostanziale parificazione tra l’imprenditore occulto ed il prestanome sul piano della responsabilità d’impresa: per cui non solo l’imprenditore occulto risponderà in solido con il prestanome, ma sarà allo stesso modo assoggettabile al fallimento.Per sostenere tale impostazione risulta però necessario un passaggio, ossia l’accettare la possibilità del fallimento non solo dei soci occulti di una società occulta, ma anche della stessa società, in modo tale che si giunga alla conclusione che, in qualunque situazione di preposizione in cui un imprenditore non spenda il proprio nome, sia comunque soggetto alla responsabilità ed alla procedura fallimentare non solo colui il quale il proprio nome è stato speso nei confronti dei terzi, ma anche la società o la persona fisica rimasta a questi celata.Con una recente sentenza, il tribunale di Busto Arsizio ha chiarito quanto segue: se, dopo la dichiarazione di fallimento di un imprenditore apparentemente individuale, risulti che egli era socio di una società di fatto, anche se occulta, esercitante la stessa impresa, deve essere dichiarato il fallimento della società e di altri soci occulti, senza che sia necessario provare l’insolvenza di questi ultimi, essendo il loro fallimento conseguenza automatica del fallimento della società.

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