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Accertamento induttivo: ultime sentenze

20 Luglio 2021
Accertamento induttivo: ultime sentenze

Gravi incongruenze tra ricavi, compensi e corrispettivi dichiarati e quelli desunti dagli studi di settore.

Omessa dichiarazione ai fini Iva

L’omessa dichiarazione annuale ai fini IVA espone il contribuente all’accertamento induttivo, sia dell’ammontare imponibile complessivo sia dell’aliquota applicabile, come prevede espressamente l’art. 55, comma 1, d.P.R. n. 633 del 1972; tale accertamento è condotto, secondo il disposto della stessa norma, “sulla base dei dati e delle notizie comunque raccolti o venuti a conoscenza dell’ufficio”. È, quindi, ammissibile l’utilizzazione di dati esposti dal contribuente in altra dichiarazione, relativa allo stesso periodo ed a diverso tributo o accertati da altro ufficio tributario per i propri fini. L’Ufficio IVA non è tuttavia vincolato al rispetto di tali dati, essendo titolare di un autonomo potere-dovere di accertamento, nell’esercizio del quale può utilizzare dati e notizie comunque raccolti o venuti a sua conoscenza con l’obbligo, però, di indicare, almeno in sede di contenzioso, le ragioni per cui ha disatteso quelli derivanti dalle predette dichiarazioni.

Cassazione civile sez. trib., 10/03/2021, n.6610

Ricavi non dichiarati

In tema di accertamento analitico-induttivo, è legittima la ripartizione su più anni dei ricavi non dichiarati dal contribuente derivanti dalla vendita in evasione d’imposta di merce pari alla differenza tra il valore delle rimanenze contabili ed il valore, al costo, delle rimanenze effettive, senza che ciò dia luogo alla violazione dell’art. 2217, comma 1, c.c. in materia di redazione dell’inventario.

Cassazione civile sez. trib., 09/03/2021, n.6434

Omessa contabilizzazione di maggiori ricavi

In mancanza di adeguata prova contraria del contribuente, è legittimo l’avviso di accertamento induttivo per omessa contabilizzazione di maggiori ricavi e operazioni imponibili, con il quale l’Ufficio, sulla base di presunzioni super -semplici, accerta le relative imposte a seguito del commercio elettronico di beni ceduti e non dichiarati.

Comm. trib. reg. Bari, (Puglia) sez. V, 11/02/2021, n.498

Omessa presentazione della dichiarazione dei redditi e onere della prova

In tema di accertamento induttivo basato sull’omessa presentazione della dichiarazione dei redditi, grava sul contribuente che assuma di averla regolarmente spedita all’Ufficio l’onere di produrre in giudizio la copia del modello sottoscritto, corredato della prova del suo inoltro, ovvero quantomeno di esibire la ricevuta di cui all’art. 12 del d.P.R. n. 600 del 1973, solo in tal caso trasferendosi sull’Amministrazione l’onere di provare il contrario.

Cassazione civile sez. trib., 28/01/2021, n.1876

L’accertamento induttivo

Non può ritenersi elemento fondante l’accertamento induttivo la contestata emissione di fatture in violazione dell’art.21, comma 2, lett.g) D.P.R. n.633/1972, per omessa indicazione nelle stesse del dettaglio di monte ore lavorate e tariffa oraria, sia per la insussistenza di alcun preciso obbligo di specificazione dei suddetti elementi piuttosto che della tipologia della prestazione svolta, sia perché, la mera valutazione relativa ai costi di manodopera non può costituire di per sé il dato certo ed oggettivo legittimante l’accertamento analitico -induttivo, atteso che il fatto certo storico legittimante il procedimento logico induttivo non deve consistere in un elemento di carattere valutativo, bensì in un evento naturalistico non controverso.

Comm. trib. reg. Milano, (Lombardia) sez. XIII, 14/05/2020, n.780

Anomalia contabile

In tema di accertamento induttivo del reddito d’impresa ai fini IRPEG ed IVA, ai sensi degli artt. 39 del d.P.R. n. 600 del 1973 e 54 del d.P.R. n. 633 del 1972, la sussistenza di un saldo negativo di cassa, implicando che le voci di spesa sono di entità superiore a quella degli introiti registrati, oltre a costituire un’anomalia contabile, fa presumere l’esistenza di ricavi non contabilizzati in misura pari almeno al disavanzo.

(Fattispecie relativa ad impresa individuale in cui la S.C. ha fatto riferimento al principio ragioneristico, di portata generale, per il quale la chiusura in rosso di un conto di cassa significa che le voci di spesa sono entità superiore agli introiti).

Cassazione civile sez. trib., 26/03/2020, n.7538

Criterio di determinazione della percentuale di ricarico 

Il riscontro di incongrue percentuali di ricarico sulla merce venduta costituisce legittimo presupposto dell’accertamento (analitico) induttivo, purchè la determinazione della percentuale di ricarico sia coerente con la natura e le caratteristiche dei beni venduti, sicchè, qualora il contribuente, in sede di giudizio, contesti il criterio di determinazione della percentuale di ricarico, il giudice di merito è tenuto a verificare la scelta dell’Amministrazione in relazione alle critiche proposte, alla luce dei canoni di coerenza logica e di congruità, tenuto conto della natura, omogenea o disomogenea, dei beni-merce nonchè della rilevanza dei campioni selezionati, e la loro rispondenza al criterio di media (aritmetica o ponderale) prescelto.

Cassazione civile sez. trib., 17/03/2020, n.7357

Ricostruzione induttiva del reddito imponibile

In caso di ricostruzione induttiva del reddito è ammesso il calcolo della percentuale di ricarico stabilita dall’esercente prendendo in considerazione solo un campione significativo di merci attraverso cui l’Ufficio può applicare la media semplice e non quella ponderata. Inoltre, l’inattendibilità complessiva delle scritture contabile determinata da omissione, falsità, incertezza nella loro tenuta legittima l’ufficio impositore all’accertamento induttivo del reddito imponibile fondato su presunzioni anche prive dei requisiti di gravità, precisione e concordanza.

Cassazione civile sez. trib., 16/03/2020, n.7290

Presunzione di corrispondenza del prezzo incassato rispetto al valore di mercato

Anche se l’amministrazione è legittimata a procedere in via induttiva all’accertamento del reddito da plusvalenza realizzata con la cessione del ramo d’azienda, spetta al contribuente superare la presunzione di corrispondenza del prezzo incassato rispetto al valore di mercato.

Se pure la indicazione di un entrata derivante dalla vendita di un bene, inferiore rispetto a quella accertata ai fini dell’imposta di registro, è idonea a legittimare l’amministrazione a procedere all’accertamento induttivo mediante integrazione o correzione della relativa imposizione, è onere del contribuente superare la presunzione di corrispondenza del prezzo incassato rispetto al valore di mercato, dimostrando di avere in concreto venduto il bene al prezzo inferiore indicato in bilancio.

Comm. trib. reg. Potenza, (Basilicata) sez. I, 28/02/2020, n.55

Accertamento induttivo dei redditi: su cosa si può fondare?

In tema di accertamento induttivo dei redditi, ai sensi dell’art. 39 del d.P.R. n. 600 del 1973, l’Amministrazione finanziaria può fondare il proprio accertamento sia sull’esistenza di gravi incongruenze tra i ricavi, i compensi e i corrispettivi dichiarati e quelli desumibili “dalle caratteristiche e dalle condizioni di esercizio dell’attività svolta”, sia sugli studi di settore, nel quale ultimo caso l’Ufficio non è tenuto a verificare tutti i dati richiesti per uno studio generale di settore, potendosi basare anche solo su alcuni elementi ritenuti sintomatici per la ricostruzione del reddito del contribuente.

Cassazione civile sez. trib., 17/12/2019, n.33340

Accertamento induttivo: errato inquadramento nello studio di settore

In tema di accertamento induttivo, mentre l’errato inquadramento nello studio di settore, in quanto afferente alla genesi dell’atto impositivo, costituisce un’eccezione relativa a norma procedimentale che deve essere eccepita a pena di decadenza, il successivo affinamento in uno studio di settore più evoluto costituisce “ius superveniens” rilevabile anche in appello, sorgendo in capo al contribuente un diritto soggettivo perfetto ad essere riqualificato secondo il nuovo strumento.

Cassazione civile sez. trib., 16/12/2019, n.33035

Quando l’Amministrazione non è legittimata a procedere all’accertamento induttivo?

L’Amministrazione finanziaria non è legittimata a procedere all’accertamento induttivo, al di fuori delle ipotesi tipiche previste dagli artt.39, primo comma, lett d), del D.P.R. 29 settembre 1973 n.600 e dell’art.54 del D.P.R. 26 ottobre 1972 n.633, allorché si verifichi un mero scostamento non significativo tra i ricavi, i compensi e i corrispettivi dichiarati e quelli fondatamente desumibili dagli studi di settore di cui all’art.62bis del D. L. 30 agosto 1993 n.331, conv. con modif. dalla L. 29 ottobre 1993 n.427, ma solo quando venga ravvisata una “grave incongruenza” secondo la previsione del successivo art.62sexies, trovando riscontro la persistenza di tale presupposto -nel quadro di una lettura costituzionalmente orientata al rispetto del principio della capacità contributiva – anche dall’art.10, comma 1, della L. 8 maggio 1998 n.146, il quale, pur non contemplando espressamente il requisito della grave incongruenza, compie un rinvio recettizio al menzionato art.62sexies del D.L. n.331 del 1993.

Comm. trib. reg. Cagliari, (Sardegna) sez. IV, 27/11/2019, n.734

L’illegittima presunzione della costanza di reddito 

In tema di accertamento induttivo ex art. 39, comma 2, del d.P.R. n. 600 del 1973, l’irrilevanza della fonte di acquisizione e notizie non consente all’Ufficio di prescindere dall’inerenza di questi ad un determinato specifico periodo d’imposta, attesa l’autonomia di ciascun periodo d’imposta, con la conseguente illegittimità della presunzione della costanza di reddito in anni diversi da quello per il quale è stata accertata la produzione di un determinato reddito.

(Nella specie, nell’ambito di una verifica svolta presso un’attività di ristorazione, era stata estesa anche ad altra annualità la presunzione di maggiori ricavi tratta da un’agenda, rinvenuta in sede di accesso, nella quale era indicato un numero di somministrazioni superiore a quello fatturato in un diverso periodo d’imposta).

Cassazione civile sez. trib., 21/11/2019, n.30378

Comportamento contrario ai canoni dell’economia

In tema di imposte sui redditi, in presenza di un comportamento assolutamente contrario ai canoni dell’economia, che il contribuente non spieghi in alcun modo, è legittimo l’accertamento ai sensi dell’art. 39, primo comma, lettera d) del D.P.R. n. 600 del 1973 (accertamento induttivo), a tale riguardo il giudice di merito, per poter annullare l’accertamento, deve specificare, con argomenti validi, le ragioni per le quali ritiene che l’antieconomicità del comportamento del contribuente non sia sintomatico di possibili violazioni di disposizioni tributarie.

Comm. trib. prov.le Salerno sez. XIV, 14/11/2019, n.3509

Omessa dichiarazione del contribuente

In caso di omessa dichiarazione fiscale, l’ufficio può procedere all’accertamento induttivo del reddito imponibile anche sulla base di presunzioni prive dei requisiti della gravità, precisione e concordanza, le quali hanno il valore autonomo di prova della pretesa fiscale e producono l’effetto di spostare sul contribuente l’onere della prova contraria; il ricorso al metodo induttivo può dunque legittimamente fondarsi anche su dati e notizie raccolti dall’ufficio nei modi di legge (nella specie, tramite processo verbale di contestazione della Guardia di Finanza).

Cassazione civile sez. VI, 22/10/2019, n.26987



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6 Commenti

  1. Buonasera. Visto che non sono un esperto in materia e mi trovo in una posizione particolare, ho una domanda per voi. Vorrei capire quando si può procedere all’accertamento induttivo prescindendo dalle scritture contabili e dalle risultanze del bilancio e avvalendosi di notizie e dati comunque in suo possesso?

    1. L’Ufficio può ricorrere alla rettifica induttiva solamente nei seguenti casi (art. 39, co. 2, D.P.R. 600/73):
      — quando il reddito di impresa non è stato indicato nella dichiarazione;
      — quando dal verbale di ispezione risulta che il contribuente non ha tenuto o ha sottratto all’ispezione una o più scritture contabili ovvero quando le scritture non sono disponibili per causa di forza maggiore;
      — quando le omissioni, le falsità, le inesattezze o le irregolarità formali delle scritture contabili sono così gravi, numerose e ripetute da rendere inattendibili nel loro complesso le scritture stesse;
      — quando il contribuente non ha dato seguito, o lo ha fatto in modo incompleto, agli inviti degli Uffici previsti dalla normativa IVA;
      — quando viene rilevata l’omessa presentazione dei modelli per la comunicazione dei dati rilevanti ai fini dell’applicazione degli studi di settore o di indicazione di cause di esclusione o inapplicabilità degli studi di settore non sussistenti, nonché di infedele compilazione dei modelli che comporti una differenza superiore al 15%, o comunque a 50.000 euro, tra i ricavi o compensi stimati applicando gli studi di settore sulla base dei dati corretti e quelli stimati sulla base dei dati indicati in dichiarazione.
      Data la gravità delle infrazioni commesse dal contribuente nelle ipotesi su menzionate, la legge autorizza l’Ufficio ad avvalersi di presunzioni cd. non qualificate, prive cioè dei requisiti di gravità, precisione e concordanza. Nel tempo sono stati introdotti numerosi strumenti da impiegare nell’effettuazione di accertamenti di tipo induttivo: si tratta dei coefficienti presuntivi di reddito, dei parametri contabili e, infine, degli studi di settore.

  2. L’accertamento coinvolge soltanto imprenditori e professionisti, cioè quei contribuenti che sono tenuti ad avere delle scritture contabili. Ma quali sono le diverse tipologie di accertamento induttivo e in cosa consistono nello specifico?

    1. L’accertamento induttivo o di ufficio: in questo caso, l’Agenzia delle Entrate stabilisce il reddito del contribuente sulla base di quanto ha raccolto durante i controlli fiscali senza tenere conto, quindi, di quello che riportano la dichiarazione ed i libri contabili.
      All’accertamento induttivo o di ufficio si arriva se:
      non è stata presentata la dichiarazione dei redditi;
      la dichiarazione è stata considerata nulla;
      la dichiarazione non contiene il reddito d’impresa o di lavoratore autonomo;
      non è stata conservata (oppure è stata nascosta durante un’ispezione) una scrittura contabile;
      la contabilità non è attendibile.
      L’accertamento analitico-induttivo: questo tipo di accertamento coinvolge soltanto imprenditori e professionisti, cioè quei contribuenti che sono tenuti ad avere delle scritture contabili. L’Agenzia delle Entrate lo attiva se riscontra delle attività non dichiarate o specifiche passività dichiarate ma, in realtà, assenti. L’accertamento analitico-induttivo si basa su delle prove presuntive.
      L’accertamento induttivo puro: interessa le imposte sui redditi e l’Iva. Come quello precedente, coinvolge professionisti ed imprenditori ma viene avviato solo se si verificano gravi violazioni contabili. Il Fisco, attraverso l’accertamento induttivo puro, vuole sapere come si sia arrivati ad un certo reddito, anche attraverso la richiesta degli estratti conto bancari.

  3. Stare dietro agli studi di settore è diventato sempre più difficile, soprattutto con la crisi economica. Da quanto ho potuto capire, uno scarto lieve tra i ricavi dichiarati e quelli emersi dagli studi di settore non costituisce un elemento talmente rilevante da giustificare un accertamento fiscale. Dico bene?

    1. L’Agenzia delle Entrate deve sempre dare prova che lo scostamento tra reddito dichiarato e risultanze dello studio di settore debba considerarsi grave. Diversamente il contribuente può impugnare il provvedimento impositivo davanti al giudice tributario. Insomma, il fatto che la contabilità del professionista o dell’impresa sia ritenuta inattendibile dagli studi di settore non giustifica, di per sé, l’accertamento, dovendosi poi procedere a verificare se tale scostamento sia talmente grave da legittimare l’accertamento induttivo da parte dell’Ufficio.

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