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Violazione della quarantena

14 Settembre 2020
Violazione della quarantena

In cosa incorri se decidi, di punto in bianco, di uscire di casa quando sei positivo e in isolamento.

Sei in quarantena perché hai contratto l’infezione da Sars-CoV-2, meglio nota al mondo come Coronavirus o Covid-19. Cosa puoi fare e, soprattutto, cosa non puoi fare? Corri dei particolari rischi?

Ormai da mesi combattiamo contro una pandemia che non dà tregua. Sebbene le regole da rispettare vengano ripetute quotidianamente, è facile perdersi, visti i tanti cambiamenti che hanno stravolto la nostra esistenza. In questo approfondimento ci proponiamo di riepilogare tutto ciò che riguarda la violazione della quarantena, in termini di obblighi da rispettare e sanzioni per chi sceglie di contravvenire alle regole.

Lo facciamo perché pensiamo che repetita iuvant. E soprattutto riteniamo che sia utile tornare anche su argomenti apparentemente sviscerati fino alla nausea per spiegarli con un linguaggio semplice e vicino al lettore. Modalità che ha sempre fatto parte integrante della filosofia di questo portale. Andiamo al sodo.

Che cos’è la quarantena?

È bene premettere che quando parliamo di quarantena, usiamo questo termine indiscriminatamente, per riferirci ai giorni di convalescenza da trascorrere in casa. Ma esistono due diversi tipi di quello che, in linguaggio più tecnico, è definito isolamento domiciliare: l’isolamento domiciliare obbligatorio e l’isolamento domiciliare fiduciario. Vediamoli entrambi nel dettaglio.

Che cos’è l’isolamento domiciliare obbligatorio? 

L’isolamento domiciliare obbligatorio è quella forma di quarantena cui è sottoposta la persona che scopre di essere positiva al Coronavirus. Parliamo quindi di quel tipo di isolamento che riguarda qualcuno che, con certezza, ha contratto il Covid, quindi i soli casi confermati. Dalla scomparsa dei sintomi devono passare 17 giorni, dopodiché si effettuano due tamponi a distanza di 24 o 48 ore l’uno dall’altro e se sono entrambi negativi si può tornare a una vita normale. In genere sono sufficienti 14 giorni, perché la stragrande maggioranza delle persone non ha sintomi.

Durante il periodo di isolamento – e queste sono regole valide per entrambi i tipi di isolamento – la persona positiva al Covid non può uscire e deve restare in una stanza della propria casa, in cui l’aria dev’essere cambiata spesso.

Vanno limitati al massimo gli spostamenti in altre stanze dove sono presenti altre persone – se non si può, va usata la mascherina – così come i contatti con i conviventi. Laddove questo non sia possibile, chi deve accudire un positivo deve rispettare tutte le precauzioni anticontagio (obbligo di mascherina se è impraticabile il distanziamento, igiene accurata delle mani, divieto di toccare bocca, naso e occhi).

Chi è in isolamento deve dormire in un’apposita camera e usare un bagno a parte. Se in casa c’è un bagno solo, va pulito accuratamente con detergenti a base di alcol o cloro. Per lavare gli asciugamani usati da una persona positiva in quarantena è sufficiente il normale sapone da bucato.

Che cos’è l’isolamento domiciliare fiduciario?

L’isolamento domiciliare fiduciario, invece, è quel tipo di isolamento cui si sottopongono casi ancora sospetti, in genere parenti o contatti di persone che hanno contratto il Covid. Quando viene rintracciato un positivo, le aziende sanitarie locali si occupano di ricostruire la mappa dei suoi contatti stretti nelle quarantott’ore precedenti la comparsa dei sintomi o l’esecuzione del test.

Per «contatti stretti» si intende essere stati insieme a qualcuno a distanza ravvicinata per almeno un quarto d’ora. L’isolamento fiduciario ha una durata di 14 giorni dalla scomparsa dei sintomi o 14 giorni in totale se non si hanno sintomi. Alla fine si effettua un tampone e, se è negativo, il periodo di isolamento è da intendersi concluso.

Anche in tal caso, chi è sottoposto a isolamento fiduciario non potrà uscire di casa finché non avrà la prova, attraverso il tampone, di essere negativo al Covid.

Cosa rischia chi vìola le regole?

Intanto, va detto che c’è regola e regola. Le fonti normative che ci fanno da guida, nel capire quali sono le sanzioni per chi non rispetta le misure di contenimento del virus, sono due: il decreto 19 e il decreto 33 del 2020, entrambi convertiti in legge.

Il primo è di marzo e stava a regolamentare la cosiddetta Fase 1, quando in pieno lockdown si poteva essere sanzionati anche per uscite di casa non necessarie. Tant’è che si poteva essere denunciati per inosservanza dei provvedimenti dell’autorità [1]. L’altro, invece, è di maggio ed è servito a disciplinare la Fase 2. Entrambi i provvedimenti sono richiamati dall’ultimo decreto del presidente del Consiglio (dpcm).

Diciamo che c’è regola e regola perché chi non rispetta l’obbligo di quarantena si macchia di una violazione più grave rispetto a chi commette altri tipi di illeciti. In poche parole: chi è positivo ed esce di casa quando sa che non dovrebbe, perché si trova in isolamento, commette un reato, quindi un illecito di natura penale.

Diverso, invece, il caso dell’esercente che viene multato, insieme al cliente o al gruppo di clienti, perché non fa rispettare la precauzione del distanziamento sociale. Qui siamo in presenza di un illecito amministrativo che consiste in una sanzione da 400 a 3.000 euro [2] o nella chiusura del locale per cinque giorni, che possono eventualmente diventare trenta su disposizione del Prefetto [3].

Per quanto riguarda, in particolare, l’argomento di nostro interesse, cioè la violazione della quarantena, è stato previsto una specie di doppio binario. Vediamo meglio in che senso.

I casi più gravi

La legge prevede la possibilità di contestare reati come epidemia colposa, dolosa, omicidio o lesioni personali. Accuse pesantissime in alcuni casi, basti pensare che l’epidemia dolosa, cioè l’atteggiamento di chi volontariamente diffonde germi patogeni provocando un’epidemia, è punita con l’ergastolo [4] (ne abbiamo parlato in questo articolo: Coronavirus: ergastolo per chi diffonde l’epidemia). Si tratta di un’ipotesi che è una rarità nell’ambito di questa emergenza, essendo anche difficile da dimostrare. Al contrario, sono spesso scattate denunce per epidemia colposa, con pene che vanno da uno a cinque anni [5].

Che l’intenzione non sia propriamente quella di mettere le manette ai polsi della gente lo si capisce da come è concepita la norma. Basta leggerne l’inizio: «Salvo che il fatto costituisca violazione dell’articolo 452 del Codice penale (cioè epidemia colposa) o comunque più grave reato (gli altri che abbiamo elencato prima) la violazione della misura di cui all’articolo 1, comma 6, è punita ai sensi dell’articolo 260 del regio decreto 27 luglio 1934, n. 1265 [6]». Cioè nel modo in cui vedremo nel prossimo paragrafo.

Questo per dire che le contestazioni più gravi rappresentano una specie di eccezione alla regola. Vista l’entità delle pene, però, sono anche abbastanza allarmanti. L’omicidio, ad esempio, con non meno di 21 anni di reclusione, può essere contestato se si infettano in modo letale persone fragili come anziani o malati cronici, a causa del proprio rifiuto di sottoporsi a quarantena nel caso in cui si abbiano sintomi evidenti di Covid-19, come tosse o febbre. Allo stesso modo, in caso di contagio, si può rispondere di lesioni o tentate lesioni. In diritto è il cosiddetto dolo eventuale: si accetta il rischio di conseguenze negative a partire da un proprio comportamento imprudente.

I casi meno gravi

Nell’ipotesi base di mancato rispetto dell’obbligo di restare a casa, in isolamento, per chi è positivo, senza arrecare danni ad altre persone, si vìola il regio decreto che citavamo poco fa: il Testo Unico delle leggi sanitarie.

In tal caso è previsto l’arresto da 3 a 18 mesi e l’ammenda da 500 a 5.000 euro. Arresto e ammenda, così come reclusione e multa, fanno sempre riferimento alla sfera del penale. L’unica differenza è che, dividendosi i reati in delitti (illeciti più pesanti) e contravvenzioni (più lievi), arresto e ammenda servono a punire queste ultime in modo meno severo.

Problematiche interpretative diverse

Sappiamo come non siano mancati dubbi e anche forti contestazioni sulla gestione della diffusione del virus nel nostro Paese. Il punto nodale delle proteste, fin dall’inizio dell’emergenza sanitaria, è stata la questione delle libertà compresse, con fior di costituzionalisti schierati dall’una o dall’altra parte della barricata, insieme alla scelta della modalità veloce del dpcm che ha fatto parlare di Parlamento scavalcato.

È un tipico caso di bilanciamento tra due diritti che vanno entrambi garantiti, la libertà di movimento da un lato e la salute pubblica dall’altro. In tal caso il secondo è stato ritenuto preponderante sul primo, in virtù dell’eccezionalità della situazione. Ma di sanzioni incostituzionali si è parlato fin dalla prima ora (ne abbiamo scritto qui: Coronavirus: perché le sanzioni penali sono incostituzionali), anche semplicemente per un motivo lampante.

È vero che il dpcm non introduce direttamente nuove sanzioni, rimandando alla legge ordinaria (il nostro ordinamento prevede che la materia penale possa essere regolata soltanto dalla legge e non da atti di rango inferiore), ma è anche vero che questo viene fatto con un atto amministrativo e non legislativo. C’è stata anche qualche pronuncia favorevole ai trasgressori, come il caso di una persona uscita di casa senza giustificato motivo in pieno lockdown e per questo multata, a Frosinone. Il giudice di pace ha dato ragione al multato, annullando la sanzione a seguito di ricorso, sul presupposto dell’illegittimità dello stato di emergenza, quindi anche dei dpcm collegati (se sei interessato ad approfondire, spieghiamo meglio la questione qui: Dpcm incostituzionali secondo il giudice).

Certo: si tratta di un solo caso e di una sentenza non passata per il vaglio della Cassazione. Ma problematiche interpretative sui reati da Coronavirus si pongono senz’altro, anche in senso opposto a quello indicato da questa sentenza. Accanto a chi demolisce le sanzioni, ritenendole illegittime al pari dei dpcm e della stessa emergenza sanitaria, c’è chi avanza dubbi sulla loro efficacia deterrente.

Lo ha fatto, a esempio, Repubblica con un articolo risalente ad aprile, pochi giorni dopo il varo del decreto 19/2020. In sostanza chi scriveva criticava proprio la punizione per chi non rispetta la quarantena ritenendola troppo blanda. Questo proprio in forza del fatto che, in generale, si applica la violazione del Testo Unico delle leggi sanitarie, quindi si rischia al massimo un anno e mezzo di carcere, molto facilmente evitabile, o una contravvenzione salata.

«Per scoraggiare i comportamenti irresponsabili dei soggetti con obbligo di quarantena – si legge su quell’articolo – sarebbe stato probabilmente meglio fare soltanto riferimento al reato di epidemia colposa, sia perché le sanzioni in esso previste sono certamente più severe, sia perché un soggetto positivo al Coronavirus che non osserva l’obbligo di quarantena ha per ciò solo messo in pericolo la salute pubblica. A prescindere dal fatto che abbia o no contagiato qualcuno».


note

[1] Art. 650 c.p.;

[2] Art. 4 co. 1 dl n. 19 del 25/03/2020;

[3] Art. 15 dl n. 14 del 09/03/2020;

[4] Art. 438 c.p.;

[5] Art. 452 c.p.;

[6] Art. 2 co. 3 dl n. 33 del 16/05/2020;


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