Voucher per viaggi: i tribunali possono annullarli

14 Settembre 2020
Voucher per viaggi: i tribunali possono annullarli

Il sistema dei rimborsi a chi ha comprato biglietti per treni, aerei, bus e crociere nel mirino dell’Europa, che minaccia la procedura di infrazione. Buone probabilità di successo per il consumatore davanti ai giudici nazionali.

Da un lato l’iter per ottenere il rimborso di un viaggio saltato, dall’altro lato l’Europa. Il sistema dei risarcimenti pensato per i viaggiatori italiani contrasta con le normative dell’Ue. È per questo che, qualora la questione venga portata davanti al giudice, chi si lamenta per aver ottenuto un voucher, anziché i soldi per la vacanza annullata causa Covid, potrebbe vedersi dare ragione.

L’Europa, infatti, non gradisce questa modalità dei voucher a pioggia al posto della restituzione delle caparre. Lo si è visto il 2 luglio scorso, quando la Commissione europea ha inviato la lettera di messa in mora per aprire una procedura di infrazione a carico dell’Italia, per la violazione dei diritti dei passeggeri.

La normativa europea, infatti, ma anche quella italiana [1], prevedono che, in caso di viaggi annullati per motivi straordinari, chi ha pagato possa recedere dal contratto senza alcuna penalità, ma soprattutto riavendo indietro fino all’ultimo euro versato per quel viaggio che poi non si è più fatto. La scelta della modalità del rimborso non spetta al tour operator o a chi organizza il viaggio ma al consumatore.

I voucher, dunque, perdono qualunque carattere di obbligatorietà, stando all’ordinamento comunitario. Cosa che, invece, sta puntualmente accadendo in Italia, dove chi aveva una vacanza prenotata e ha dovuto rinunciarci si vede risarcire con voucher e se chiede indietro i soldi raramente li ottiene. A volte, non arrivano neppure risposte alle tante richieste di chiarimento.

Se il voucher è stato fin dalla prima ora la soluzione preferita, non a caso, da compagnie aeree o crocieristiche e agenzie di viaggi per assicurarsi di non perdere soldi, dopo il monito della Commissione Ue l’Italia ha cercato di introdurre regole nuove a tutela dei viaggiatori [2].

Un colpo al cerchio e uno alla botte, si potrebbe dire: non è stata, infatti, cancellata l’opzione voucher – a beneficio delle agenzie di viaggi – ma ampliata nella sua durata – a beneficio dei viaggiatori – in modo da dare più tempo – 18 mesi – per recuperare la vacanza perduta, se annullata tra l’11 marzo e il 31 luglio. Se poi i 18 mesi non fossero sufficienti e, quindi, il viaggiatore non riuscisse a usufruire del voucher, allora riavrebbe automaticamente indietro i soldi. Un aggiustamento del tiro che, però, non corrisponde ancora al dettato comunitario: secondo l’Europa, è il viaggiatore e nessun altro a dover scegliere la modalità di rimborso.

Il regolamento Ue 261/2004 parla chiaro: quando un viaggio viene annullato per cause naturali, come anche le pandemie, o dipendenti esclusivamente dal vettore, chi ha comprato un biglietto del treno, dell’autobus o dell’aereo dev’essere risarcito integralmente.

Ecco perché tutto questo può aprire benissimo la strada a una serie di cause, promosse dai consumatori, con buone probabilità di successo. Aprendo un doppio binario giurisdizionale.

Da un lato, le controversie davanti ai giudici nazionali, che potrebbero tranquillamente sconfessare le recenti normative nazionali, in favore di quella europea, dato che direttive e regolamenti comunitari non possono essere ignorati o disapplicati: gli Stati membri sono obbligati a conformarvisi [3]. Un principio che la stessa Autorità garante della concorrenza e del mercato ha facoltà di ribadire, cosa che ha fatto avviando procedure contro i vettori aerei che hanno sistematicamente sostituito il rimborso con il voucher.

Dall’altro lato, c’è sempre una procedura di infrazione che pende sull’Italia come una spada di Damocle e sulla quale l’Europa dovrà decidere. Non è escluso che, sulla questione, il nostro Paese non sia portato davanti alla Corte di giustizia Ue.


note

[1] Direttiva Ue 2015/2302, recepita con decreto legislativo 62/2018, che ha a sua volta modificato l’art. 41 del decreto legislativo 79/2011;

[2] Art. 182, comma 3-bis, della legge 77 del 17 luglio scorso di conversione del decreto Rilancio;

[3] Art. 4, numero 3, del Trattato sull’Unione europea.


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