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Si può acquistare un telefono da un privato?

14 Settembre 2020
Si può acquistare un telefono da un privato?

Cellulare acquistato fuori dal negozio, evitando i canali usuali di commercializzazione: è ricettazione o incauto acquisto?

Chi compra un cellulare al negozio rischia tutt’al più che gli rifilino un pezzo guasto, il che gli darà comunque diritto ad ottenere la riparazione o la sostituzione del prodotto entro due anni (tale è il termine di garanzia per chi acquista senza partita Iva, in veste cioè di consumatore).

Comprare un cellulare usato da un privato è altrettanto lecito ma non è prevista alcuna garanzia. Questo non toglie, però, che il venditore debba consegnare un oggetto funzionante o comunque informare il compratore di tutti i difetti che esso ha. Diversamente, si può fare causa per ottenere indietro i soldi spesi.

Chi compra invece un cellulare nuovo da un privato rischia, secondo una recente sentenza della Cassazione [1], un’incriminazione per il reato di ricettazione. È scontata, infatti, la malafede in chi evita i canali usuali di commercializzazione. Non si può cioè non sospettare che si tratti di un oggetto rubato.

Cerchiamo di comprendere meglio quest’ultima affermazione: cosa rischia chi compra un cellulare da un privato? Si può acquistare un telefono da un privato? 

Differenza tra ricettazione e incauto acquisto

Avrai sicuramente sentito parlare del reato di ricettazione e di quello di incauto acquisto. Di cosa si tratta? Nel primo caso, c’è malafede da parte del compratore; nel secondo, c’è semplicemente colpa e imprudenza. Cerchiamo di spiegarci meglio, come già avevamo fatto in un precedente approfondimento dal titolo “Acquisto smartphone usato: quali rischi?“.

Mario compra da Riccardo un cellulare nuovo di zecca, ancora incellophanato. Sa che Riccardo è un noto malvivente che smercia prodotti rubati o comunque acquisiti in modo illegale, ma ne approfitta perché il prezzo è molto basso. Mario risponde del reato di ricettazione perché è naturale ipotizzare che il prodotto non sia di provenienza lecita.

Marta acquista uno smartphone nuovo da Luca il quale le assicura di aver ricevuto il cellulare come vincita di un concorso. Marta si fida di Luca, ma non si preoccupa di verificare se ciò che ha detto è vero. Non si cura del fatto che non vi sia alcun certificato di garanzia ed alcuna indicazione del negozio che ha sponsorizzato la gara.

Nel primo esempio, il reato – quello di ricettazione – è sicuramente più grave perché c’è la consapevolezza – o comunque ci dovrebbe essere – di acquistare merce rubata. L’acquirente quindi si rende, in un certo senso, complice del furto perché partecipa all’utile del malvivente, ricavando a sua volta un vantaggio per via del prezzo più basso.

Nel secondo caso, invece, non c’è alcuna malafede nell’acquirente; ciò nonostante questi è comunque responsabile per non aver attuato i dovuti controlli che una persona di media diligenza dovrebbe fare.

Non resta che verificare quando l’acquisto di un cellulare nuovo fuori dal negozio sia lecito.

Antonio compra un cellulare nuovo da un sito internet che pratica forti sconti. Nonostante ciò, la vendita appare pienamente in regola: vengono date assicurazioni sulla provenienza dei cellulari e sulla garanzia. Antonio, però, poi scopre di aver acquistato un cellulare usato a seguito di indagini della polizia che hanno portato alla chiusura del sito. Antonio non risponderà del reato perché, al momento dell’acquisto, non poteva essergli mosso alcun rimprovero.

In questo caso, quindi, il compratore non è responsabile neanche a titolo di incauto acquisto posto che ogni circostanza esterna non lasciava minimamente intuire che il prodotto fosse rubato.

Per escludere la ricettazione è sufficiente fornire un’attendibile spiegazione dell’origine del possesso delle cose: l’acquirente dovrà cioè chiarire come si è procurato il cellulare.

Comprare uno smartphone fuori dal negozio è quasi sempre reato

Nella sentenza in commento, la Cassazione ha deciso di sposare una linea interpretativa molto rigida, ritenendo che tutte le vendite fuori dai canali usuali di commercializzazione dovrebbero spingere l’acquirente a desistere dal concludere l’affare. Il che farebbe ritenere che si possa parlare sempre di ricettazione per chi compra lo smartphone nuovo.

Sotto accusa è finita una donna perché trovata in possesso di un cellulare di provenienza illecita. Il quadro probatorio è stato ritenuto chiaro dai giudici di merito: così, prima in tribunale e, poi, in Corte d’Appello, l’acquirente è stata condannata per ricettazione.

Anche la Cassazione ha confermato la linea dei primi due gradi di giudizio, linea secondo cui appunto «la responsabilità» della donna «per il delitto di ricettazione» risultava evidente alla luce della «accertata, e mai convincentemente giustificata, disponibilità del telefonino di provenienza furtiva in oggetto», disponibilità «acquisita fuori dai canali ordinari e legittimi di circolazione».

Secondo i giudici supremi, per far scattare il reato di ricettazione bisogna dimostrare il dolo dell’acquirente e tale prova può essere raggiunta anche sulla base dell’omessa o non attendibile indicazione, da parte di quest’ultimo, della provenienza della cosa ricevuta, «la quale è sicuramente rivelatrice della volontà di occultamento, logicamente spiegabile con un acquisto in malafede».

Peraltro, non può essere ignorato, aggiungono i giudici, un ulteriore principio: «Ricorre il dolo di ricettazione [2] quando la persona ha consapevolmente accettato il rischio che la cosa acquistata o ricevuta fosse di illecita provenienza, non limitandosi ad una semplice mancanza di diligenza nel verificare la provenienza della cosa». Per escludere il dolo è sufficiente, precisano i giudici, «soltanto fornire una attendibile spiegazione dell’origine del possesso della cosa».

Tornando alla vicenda in esame, «l’acquisto di un telefono cellulare fuori dai canali ufficiali di commercializzazione è certamente sintomatico del dolo di ricettazione», concludono i giudici della Cassazione, rendendo definitiva la condanna della donna.


note

[1] Cass. sent. n. 25578/20 del 9.09.2020.
[2] Si parla di «dolo eventuale».

Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza 14 luglio – 9 settembre 2020, n. 25578
Presidente Rago – Relatore Pardo
Ritenuto in fatto
1.1 Con sentenza in data 16 novembre 2018, la corte di appello di Firenze, confermava la pronuncia del tribunale di Firenze del 10-07-2014 che aveva condannato alle pene di legge La. Ve. in quanto ritenuta responsabile del delitto di ricettazione di un telefono cellulare.
1.2 Avverso detta sentenza proponeva ricorso per cassazione il difensore dell’imputata deducendo con distinti motivi:
– violazione dell’art. 606 lett. b) e c) cod. proc. pen. quanto alla valutazione delle prove poiché il giudice di appello aveva fondato l’affermazione di responsabilità sulla mancata allegazione da parte dell’imputata di fatti a sua discolpa senza però che il silenzio serbato sulle modalità di ricezione del bene potesse qualificarsi prova diretta della colpevolezza, potendo anche rispondere ad una strategia difensiva con conseguente violazione dell’art. 192 cod. proc. pen. e comunque sussistendo un ragionevole dubbio;
– violazione dell’art. 606 lett. b) e c) cod. proc. pen. per inosservanza della legge penale a seguito della mancanza di motivazione sui motivi di appello proposti con i quali si era evidenziata la difformità tra le richieste formulate dalla difesa all’udienza del 10 luglio 2014 di conclusioni del giudizio di primo grado e quanto riportato in epigrafe, con conseguente lesione del diritto di difesa;
– violazione dell’art. 606 lett. c) cod. proc. pen. per motivazione incompleta in ordine ai motivi di appello proposti e pretermessi.
Considerato in diritto
2.1 II ricorso è proposto per motivi manifestamente infondati ovvero genericamente esposti e deve, pertanto, essere dichiarato inammissibile.
Quanto al primo motivo la responsabilità per il delitto di ricettazione risulta affermata tenuto conto dell’accertata, e mai convincentemente giustificata, disponibilità del telefonino di provenienza furtiva in oggetto (all’evidenza acquisita fuori dai canali ordinari e legittimi di circolazione). In tal modo, la Corte di appello si è correttamente conformata – quanto alla qualificazione giuridica del fatto accertato – al consolidato orientamento di questa Corte (per tutte, Sez. 2, n. 29198 del 25/05/ 2010, Rv. 248265), per il quale, ai fini della configurabilità del reato di ricettazione, la prova dell’elemento soggettivo può essere raggiunta anche sulla base dell’omessa o non attendibile indicazione della provenienza della cosa ricevuta, la quale è sicuramente rivelatrice della volontà di occultamento, logicamente spiegabile con un acquisto in mala fede; d’altro canto (Sez. 2, n. 45256 del 22/11/2007, Lapertosa, Rv. 238515), ricorre il dolo di ricettazione nella forma eventuale quando l’agente ha consapevolmente accettato il rischio che la cosa acquistata o ricevuta fosse di illecita provenienza, non limitandosi ad una semplice mancanza di diligenza nel verificare la provenienza della cosa, che invece connota l’ipotesi contravvenzionale dell’acquisto di cose di sospetta provenienza. Né si richiede all’imputato di provare la provenienza del possesso delle cose, ma soltanto di fornire una attendibile spiegazione dell’origine del possesso delle cose medesime, assolvendo non ad onere probatorio, bensì ad un onere di allegazione di elementi, che potrebbero costituire l’indicazione di un tema di prova per le parti e per i poteri officiosi del giudice, e che comunque possano essere valutati da parte del giudice di merito secondo i comuni principi del libero convincimento (in tal senso, Cass. pen., Sez. un., n. 35535 del 12/07/2007, Rv. 236914). E, nel caso di specie, l’acquisto di un telefono cellulare fuori dai canali ufficiali di commercializzazione, è certamente sintomatico del dolo (quanto meno eventuale: Sez. un., n. 12433 del 26/11/2009, 30/03/2010, Rv. 246324) di ricettazione.
2.2 Quanto al secondo e terzo motivo, secondo il costante orientamento di questa corte di cassazione l’omessa indicazione, in sentenza, delle conclusioni delle parti – requisito formalmente richiesto dall’art. 546 cod. proc. pen. – non ne determina la nullità, non essendo quest’ultima prevista espressamente da alcuna norma di legge, né lede in alcun modo i diritti della difesa, sicché non può farsi rientrare neanche tra le nullità di ordine generale (Sez. 1, n. 39447 del 04/10/2007, Rv. 237736); l’applicazione del sopra esposto principio comporta dichiarare la manifesta non fondatezza del motivo proposto poiché la sola difformità tra le conclusioni assunte dalla difesa all’udienza di discussione della causa in primo grado e quelle riportate nella pronuncia del tribunale di Firenze non comporta alcuna nullità nell’assenza evidente di qualsiasi disposizione che tale precisa sanzione stabilisca ed in virtù del generale principio di tassatività della nullità.
Palesemente generico appare il terzo motivo poiché non viene in alcun modo indicata quale precisa ragione di doglianza la corte di appello avrebbe dovuto esaminare né tanto meno quale decisività ai fini della decisione il motivo pretermesso avrebbe avuto.
In conclusione, l’impugnazione deve ritenersi inammissibile a norma dell’art. 606 comma terzo cod. proc. pen.; alla relativa declaratoria consegue, per il disposto dell’art. 616 cod. proc. pen., la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonché al versamento in favore della Cassa delle ammende di una somma che, ritenuti e valutati i profili di colpa emergenti dal ricorso, si determina equitativamente in Euro 2.000,00.
P.Q.M.
dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro duemila in favore della Cassa delle ammende.


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